Di Crvena Zvezda

C’è un evidente scollamento del sindacato nei confronti della classe operaia, con la quale esso non riesce o non vuole più parlare. Ciò è chiaro anche in chi manifesta. Spesso le rivendicazioni portate in piazza sono di parte e non hanno quasi mai un respiro d’insieme, una visione del quadro generale.

La posta in gioco oggi è molto alta e ci troviamo a condurre una battaglia avendo perso per strada l’esercito. Forse, e dico forse, i generali degli ultimi quarant’anni non sono stati all’altezza della situazione.

Dobbiamo metterci in testa che questa non è una crisi passeggera; si sta verificando uno spostamento epocale del Capitale dall’asse europeo a quello asiatico (Cina ed India in testa), con tutto ciò che ne consegue. Il Jobs Act e le politiche di austerità imposte dall’odierno euro nazismo non sono altro che il disperato tentativo delle élites capitaliste del vecchio continente di opporsi a questa migrazione, sacrificando, ovviamente, i propri schiavi salariati (oggi sempre più servi e vittime della sindrome di Stoccolma che induce la vittima ad abbracciare la causa del proprio carnefice). Il fascismo oggi non ha bisogno di sfoggiare il fez o di far uso di bastone e olio di ricino, avendo già colonizzato le menti dei propri sudditi. È spiacevole ribadirlo ma, oggi più di ieri, dobbiamo gridare con forza che questa volta non basterà aspettare che i capitali ritornino verso i lidi europei: in primis perché il processo comporterà tempi molto lunghi e, come diceva qualcuno, nei tempi lunghi saremo tutti morti; in secondo luogo perché questo processo si avrà solo con la riduzione a vera e propria schiavitù – questa volta non solo mentale! – dei lavoratori.

I padroni sono sempre gli stessi, i detentori dei mezzi di produzione e il loro sporco lavoro lo fanno maledettamente bene. Il problema consiste, come diceva Lenin, nella massa di servi che legittima tale sistema o, per dirla con Gramsci, negli indifferenti, veri e propri bastioni difensivi dei padroni stessi. Chi non mette in discussione il Capitale e l’odierna società e si limita a proporre aggiustamenti al presente tragico che viviamo, nel migliore dei casi è un illuso ignorante, nel peggiore dei casi un complice colluso. In questi momenti di crisi, il sottoproletariato e la media borghesia, che si vede erodere molto più rapidamente di un tempo il proprio capitale, virano decisamente a destra: la caccia all’immigrato, come la ricerca di un falso obiettivo sul quale sviare la giusta rabbia popolare, è da sempre una specialità delle nostra “democrazia”. Non si possono più ascoltare ricette economiche riformiste che stridono con la gravità della situazione. La produzione finalizzata al profitto è l’attività più irrazionale e autodistruttiva che la mente umana abbia potuto partorire. A chi potrebbe obiettare che la natura dell’uomo è intrisecamente egoista, rispondiamo parafrasando Ernest Everhard, protagonista de Il Tallone di Ferro, romanzo di Jack London: ammesso e non concesso che l’egoismo sfrenato sia appunto la vera natura dell’uomo, è da folli organizzare la società con alla base un sistema, quello capitalista appunto, che esalta ed eleva all’ennesima potenza gli istinti più biechi dell’essere umano.

Scriveva Rousseau nel suo celebre trattato Sull’origine della diseguaglianza che tutto nacque quando il primo uomo delimitò i confini della terra dichiarandola propria e trovò un altro uomo tanto folle da dargli credito. Svegliamoci da questo sonno della ragione: il primo mezzo di produzione dal quale tutto deriva è la Natura e questa non può sottostare ad alcuna legge di mercato.

L’egoismo è il male del nostro tempo alimentato dalla droga del profitto.

Oggi più di ieri: COMUNISMO O BARBARIE (cioè quello che viviamo tutti i giorni).