“La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza.”

Recita così la descrizione della pagina Facebook dedicata a Maurizio Sarri, anzi, al Sarrismo. Il movimento virtuale seguito suoi devoti, per lo più tifosi del Napoli, per la quasi totalità evidentemente amanti della bellezza.

Gli admin di quello che definiscono il “Comitato centrale”, si riferiscono all’allenatore del Napoli chiamandolo Comandante, gli appunti di Sarri sono le “note dal fronte”, le opinioni che esprimono i “Comunicati”. Un’ironia strettamente legata ad un certo linguaggio comunista che scaturisce da un episodio particolare. È il 2015 quando l’allenatore, assalito da domande provocatorie in seguito ad una sconfitta per la quale gli veniva rimproverato lo scarso ricorso al turn-over, sentenzia: “Io credo che con 18 uomini si possa fare un colpo di Stato e prendere il potere.”

Così deve averla pensata anche un manipoli di ragazzoni barbuti sbarcati su un’isola caraibica.

Da qui si accende l’intuizione di chi ha fondato la pagina, sfruttando quello strano fenomeno che sono i meme sul comunismo e probabilmente quel sentirsi comunisti troppo diffuso, che si confonde col dare un nome alle proprie malinconie annoiate (una sorta di estensione di quella fase “emo”, ormai caduta in disuso) o il desiderio di dare luogo a perversi giochi di ruolo in cui è bello tingersi di arcobaleno e spacciarlo per rosso.

Maurizio Sarri, per storia personale e profilo, non fa fatica ad incarnare questo modello idealizzato dal suo popolo: figlio della classe operaia, modi bruschi, spesso taglienti nei confronti dei giornalisti e dei suoi colleghi (di grandissima diffusione la polemica sugli insulti omofobi rivolti al collega Mancini), un abbigliamento che proprio non riesce ad essere formale, né risentire di quelle influenze che colpiscono la sua classe di provenienza, fin troppo bombardata dall’ideologia dominante -come lo stesso insulto omofobo contro l’allenatore dell’Inter-.

Non stiamo neanche parlando di un catto-comunista che alla festa dell’Unità dopo un bicchiere di troppo urla: “Gesù Cristo è stato il più grande rivoluzionario della storia!”, no. Il tecnico dichiarò schernendosi, qualche mese fa “Avrei potuto chiamarlo democristiano!” facendo sfoggio di una certa classe quanto ad offese.

E da qualche giorno si è scrollato pure di dosso il pericoloso pauperismo che caratterizzerebbe sicuramente un sinistroide col lingotto nascosto ne “Il Capitale”. Più si guadagna meglio è. Questo ha dichiarato. È un tipo pratico, ha affiancato per lungo tempo all’’impegno come allenatore l’impiego in banca. Del resto, siamo rivoluzionari, mica fessi. E quando mai il comunismo è stato povertà per tutti?

Ironia a parte, il fenomeno Sarrismo va interpretato da più punti di vista. Innanzitutto sfruttando ed intercettando quel senso d’appartenenza che suscita oggi il progetto comunista fra le nuove generazioni. È un mondo, realmente sognato e con reali tentativi d’applicazione, di personaggi pressoché eroici che hanno tentato di vincere una volta e per sempre lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, una personale battaglia contro il Male. Certo non sarà chi confonde il bolscevismo con una convention di Star Wars a guidare la prossima rivoluzione del proletariato, ma quanto detto fa riflettere sull’assoluta esigenza coinvolgere assolutamente nella lotta quella classe di studenti sfaccendati che dispongono di una certa disponibilità di tempo e che non vedono l’ora di appartenere.

Il gioco del Napoli, per molti il migliore dell’intera Serie A, per altri tra i migliori d’Europa, è obiettivamente un grande spettacolo. Uno spettacolo che esalta, secondo schemi ben studiati, le caratteristiche di ogni calciatore in campo sulla base di un’interdipendenza esasperata quanto meravigliosa. Lo spettatore, a prescindere dalla propria fede calcistica, si ritrova davanti ad una danza supportata da un sentire popolare dal quale è impossibile non essere contagiati.

È la Bellezza l’altro punto di riflessione che emerge dall’analisi di questo curioso fenomeno. La Bellezza che per Dostoevskij salverà il mondo. Lo scrisse ne “l’Idiota”.

Lo scrittore russo – questo è il significato che più evidentemente emerge da una contestualizzazione nella storia del libro – intende precisamente riferirsi ad una necessità dell’animo umano di tendere verso qualcosa di oggettivamente superiore, inspiegato, incausato, la quale sola osservazione eleva e purifica lo spirito di chi guarda.

C’è pure da dire che, a seconda del tempo che si ha a disposizione, questa necessità si manifesta in modo più o meno impellente. È bello però constatare che la professionalità, la competenza e l’intelligenza di un tecnico riescano a portare della bellezza in momenti sportivi che, per natura, non appartengono all’aperi-sinistra, ma alle masse povere. È dalla contemplazione della bellezza che nascono poi nuove sfumature di primitive intolleranze verso quello che bello non è: l’abuso di un potere più o meno legittimo, il gioco falsato da uno stra-potere economico, dalla logica del profitto che con cadenza annuale all’incirca strappa alla città il suo Campione.

È una sorta di caudillismo pagano il tifo per il Napoli, che, quest’anno, ha clamorosamente trovato in panchina il suo fulcro principale.

Una simile partecipazione popolare che, si può dire, attraversò tutta l’Europa, si ebbe l’anno scorso con la favola del Leicester di Ranieri. Altra storia dal finale amaro, dato il recente esonero dell’allenatore che aveva contribuito in modo determinante ad operare un vero e proprio miracolo conducendo la sua “piccola” squadra alla vittoria della Premier League, il campionato inglese, quello dei grandi club, fra i più ricchi del mondo.

Il calcio lì è una questione piuttosto seria e le prospettive di analisi dei tifosi sono forse più lucide di quelle nostrane: emblematico il gesto delle tifoserie del Charlton Athletic e del Conventry City che, lo scorso ottobre, gettarono in campo centinaia di maialini rosa, per protestare contro le banche d’affari e gli speculatori finanziari che hanno affossato i due storici club.

Quando, anche per vie traverse, pure partendo da semplici reazioni istintive e non realmente rilevanti sul piano della coscienza politica, le masse assumono determinate consapevolezze, non ci si trova dinnanzi ad un fatto di poco conto. Si realizza quanto sia effimera la dose di bellezza riservata alle vite di chi non è stato destinato a desiderarla. Si realizzano i meccanismi mossi da logiche di mero profitto e personalismi che fanno di quei rari scorci qualcosa di effimero, pronto per essere sottratto a chi ha dovuto concentrare in 90 minuti settimanali la scarica emozionale consentitagli.

La verità è che la coscienza di classe ed il desiderio di riscatto sociale sono qualcosa di molto più primitivo di quel che si è soliti pensare o far pensare.

Nella città dove il tifo azzurro è una sorta di religione parallela, una Santeria sportiva, basta immergersi in un qualsiasi vagone della metro –quando arriva e se c’è spazio per guardarsi intorno- per rilevare quanto le masse siano profondamente imbruttite dal loro quotidiano. Se ci si soffermasse ad immaginare la possibile fonte della sofferenza di ogni volto, dell’alienazione che dorme sui bordi degli occhi stanchi, si finirebbe per perdervi la testa. Sono persone, si diceva, destinate a non concentrarsi sulla propria umana necessità di bellezza, in molti casi – non essendo tutti degli sfaccendati voyeur della sofferenza – bisogna constatare che nemmeno lo abbiano il tempo per incanalare in una categoria cosciente i propri istinti di repulsione verso il sistema.

Non per questo, però, è giusto banalizzarli e non vedere invece in loro un potenziale che nell’Uomo non s’assopirà mai, qualcosa che è destinato a germogliare, a strappare via l’abbruttimento dai volti per restituirli –a tempo pieno- alla loro umanità. Perché, in fin dei conti, è di questo che si tratta.

Nel frattempo, possa ovunque essere conservata la Bellezza, come monito purificatore, riposo e sollievo, come assaggio di quel che sarà.
Camus ha scritto: La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza.

Rosa Scamardella