La strategia di Lenin non è fallita perché è mancata la rivoluzione internazionale”: si chiude praticamente così il libro “Coscienza e volontà rivoluzionaria” (Ed.Lotta Comunista). Chi si sente “comunista” sicuramente sarà d’accordo con questa affermazione, ma a tanti comunque rimarranno dei dubbi.

Tanti di noi citano Lenin: una citazione estrapolata può apparire da un lato “dottrinaria”, perché potrebbe non tenere conto del suo contesto storico, dall’altra può apparire “vuota” perché priva dei concetti che la precedono e che la seguono. Il leninista con la lingua lunga avrà mille appunti da fare, ma non per questo li considereremo degli inutili sproloqui.

Oggi è il momento di costruire, ma costruire secondo un disegno preciso. Preciso non significa farlo in maniera aulica, tanto meno astratta. Significa dare un senso pratico alla teoria.

Ma lo potremo fare solo conoscendola, tale che sia “nelle nostre mani e che non ci soverchi”.

Un approccio che deve essere avverso al puro dottrinarismo e che si traduca in azione. Ad esempio, durante l’ottobre del 1918, nonostante la carestia che affliggeva la Russia, si inviarono treni carichi di grano in Germania prontamente respinti alla frontiera. Un esempio di internazionalismo tradotto nell’azione, altalenante tra la praticità e la concentrazione massima del pensiero, delle forze e dei mezzi.

Prevedibile può essere anche la critica di chi voglia “contestualizzare”! Premesso che la situazione rivoluzionaria non è possibile prolungarla all’infinito, proprio per quello la teoria non è riproponibile sul piano pratico in qualunque momento. Ed è tremendamente conseguente che in un momento di grande difficoltà crescano come funghi i conciliatori. Gli stessi che non sanno leggere le mille facce delle masse, né analizzarle ed interpretarle: con la lotta e non con la passiva attesa o resistenza. Lotta non come pratica di elusione delle difficoltà, ma d’azione per affrontarle. I bolscevichi affrontavano le difficoltà proprio per accumulare e temprare le forze.

Spesse volte però affrontare queste difficoltà significherà anche essere in minoranza: Lenin affermava che “non bisogna avere paura di essere in minoranza, perché dobbiamo svolgere un lavoro critico per liberare le masse basandoci unicamente sulla loro coscienza”. I rivoluzionari hanno il compito di non cadere nell’opportunismo dell’unità senza principio. Bisogna aver coraggio di “cambiare i panni, togliere la camicia sporca per indossarne una nuova”.

Come fare quindi? Necessari sono rivoluzionari formati, da sostituirli con i “vecchi capi” che contrappongono dei ricordi allo sviluppo della lotta di classe. Quindi anche concependo dinamiche di scissione, in un momento quando l’estrema maggioranza vorrebbe l’unità a tutti i costi. Tutt’oggi si dimenticano spesso i principi, a favore della vuota unità.

In definitiva questa è una tattica aspra e dolce, dura e duttile, adattata ad un livello non verticale della coscienza delle masse, ma alla necessità ed agli ostacoli da affrontare. Questo significa abbandonare chi ha dimostrato inconcludenza: cioè chi vive di ricordi e che ha paura di cambiare la camicia quando è effettivamente sporca. E questo lo chiede la necessità del cambiamento, non un interesse personale.

Questo significa essere avventuristi? No, semplicemente pronunciarsi contro le illusioni di chi vuole vuotare il mare del bisogno con un cucchiaio.

E se per Lenin “marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta di classe al riconoscimento della dittatura del proletariato”, tanto più tale potere non può essere raggiunto se non con un partito internazionale. Un’organizzazione internazionale è il punto di partenza per la crescita dei rivoluzionari: soggettività che sappiamo bene non possono muovere la ruota della storia, ma certamente rallentarne o accelerarne gli eventi. Pertanto l’Internazionale è il principio per la costruzione della rivoluzione.

Senza internazionale quindi la r-esistenza ed il porre il partito nella condizione di essere infatuato di sé stesso possono essere per tanti un modus vivendi. Per il rivoluzionario il modus operandi invece deve essere il lavoro sistematico che si traduca in un piano d’azione a livello internazionale, perché la lotta di classe ha un’ampiezza internazionale, ha un campo d’azione che supera i confini locali, andando così dritto al cuore dei problemi.

 

Sirio Stivalegna