Quella varata dal Consiglio dei Ministri circa una settimana fa costituisce la forma definitiva della testo unico del pubblico impiego, una riforma iniziata 20 anni fa dal Governo Berlusconi e portata avanti con “coerenza” oggi dal centro sinistra e dal PD in particolare. Eppure quanto collezionato per nome del ministro Madia neppure un acerrimo nemico dei lavoratori come Brunetta aveva mai osato: rendere precario anche il pubblico impiego, costruire una serie di norme e regolamenti, che, in cambio di una promessa di una manciata di euro in più al mese in busta paga, di fatto rendono ricattabile (alla pari degli operai e lavoratori privati) anche quella categoria che fino a ieri poteva vantare una certa agibilità, nel posto di lavoro,  in termini di libertà di pensiero e difesa dei diritti sindacali e dei lavoratori stessi. Insomma il piano della classe dominante di piegare alla propria volontà anche il dipendente pubblico era stato da tempo studiato, ed oggi vede una significativa attuazione attraverso una coalizione politica che pretende nonostante tutto di essere identificata con il termine “sinistra”. Pertanto se tale atto normativo farà il suo corso si prevedono giorni bui per quei dipendenti  e sindacalisti più combattivi che non chinano la testa davanti alle prepotente ed ingiustizie dei Dirigenti pubblici (i padroni della pubblica amministrazione), quei stessi dipendenti che, ben consapevoli della loro situazione di sfruttamento, cercano di chiamare i propri colleghi ad un atto di coraggio e riscatto personale, cercando con molta difficoltà (considerato l’arretratissimo grado di coscienza del lavoratore pubblico) di ristabilire degli equilibri di forza , oggigiorno troppo inclinati dalla parte della politica e dei suoi esecutori materiali: la Dirigenza.

Con le novità apportate da questa riforma i dipendenti pubblici rischieranno di esser lasciati a casa se ricevono “reiterati” giudizi negativi dai loro superiori.  Servirà una valutazione negativa reiterata per tre anni e l’Amministrazione sarà legittimata a licenziare il dipendente.   L’effettivo allontanamento di chi “rende poco”  resta nelle mani dei dirigenti, i quali  preparano annualmente le “pagelle” sulle performance dei loro sottoposti. E’ facile intuire le conseguenze di tale provvedimento , che conferisce nelle mani dei Dirigenti il potere di plasmare a proprio piacimento la volontà dei lavoratori. E’ ovvio che i sindacalisti e lavoratori più combattivi, i dipendenti meno simpatici o chi non ha rapporti familiari e/o clientelari con gli organi apicali, nell’ambito di una discriminazione già tutt’ora presente, sarà inevitabilmente valutato negativamente rischiando così di perdere il posto di lavoro. Appare chiaro come tali decreti attuativi sino parte di un progetto ben più ampio: la precarizzazione del pubblico impiego per legittimare un processo transitorio di privatizzazione dei pochi servizi pubblici rimasti. Questa prospettiva naturalmente ha origini nell’interesse capitalista di rendere produttivo ogni cosa, anche l’erogazione di servizi immateriali, con lo scopo di gonfiare ancor di più i portafogli di funzionari, dirigenti e, in un futuro non troppo lontano, anche imprenditori e banchieri. Guarda caso nella riforma Madia gli unici a non esser stati toccati sono i dirigenti,  ovvero quelli che devono sporcarsi le mani  (rendere esecutive tali riprovevoli riforme). Infatti stranamente, per la gioia dei burocrati borghesi, non si è parlato più né del ruolo unico , né delle responsabilità personali, né della licenzi abilità, né dei contratti a termine dei Dirigenti (questi Dirigenti). E’ evidente che tali proposte era parte di una semplice campagna mediatica propagandista visto che da sempre funzionari e dirigenti statali sono i veri artefici materiali delle leggi, regolamenti e dell’intera parte sovrastrutturale dell’attuale sistema capitalista, quindi per la politica, la Confindustria, il Vaticano sarebbe stato come pugnalare i propri benefattori, quelli che scrivono e formalizzano le proposte di legge, i regolamenti e le finanziarie che regalano soldi ai capitalisti, alle aziende private attraverso finanziamenti diretti o tramite lo strumento della defiscalizzazione e la detassazione dei profitti. In conclusione la propaganda borghese contro i dipendenti pubblici, iniziata con la storia dei furbetti del cartellino, prende adesso una svolta decisiva verso la flessibilità e precarietà dei ruoli pubblici con lo scopo finale di privatizzare i servizi. Occorre pertanto rispondere a questo attacco non con isolate e periodiche azioni di singoli sindacati, l’autoreferenzialità a poco serve in tali circostanze,  ma c’è bisogno di una  vera e forte mobilitazione indetta ed organizzata dalle avanguardie sindacali di tutte le sigle rispondenti ai bisogni di classe, una mobilitazione che sfoci in uno sciopero generale che abbia semplici e chiare parole d’ordine in grado di sintetizzare le istanze e rivendicazioni della classe lavoratrice. Insomma è necessario partire da un coordinamento intersindacale che metta a confronto le avanguardie e lavoratori più combattivi che abbia il fine ultimo di associare ed integrare i bisogni dei lavoratori pubblici a quelli dei compagni operai, per un fronte unico di classe, per l’unificazione delle singole vertenze in un’unica grande vertenza di lavoro contro il capitalismo ed i suoi aguzzini.

 

Paolo Prudente

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