Film indipendente de 2010, tratto dal romanzo di Cherie Currie “Neon Angel – storia di una Runaway”, The Runaways è un classico esempio di biopic rocknroll, incentrato sul gruppo punk\rock The Runaways, formato nel 1975 da Kim Fowley e Joan Jett. Bisogna, tuttavia, sottolineare chi furono le Runaways e, soprattutto, spiegare il perché di un film su un gruppo musicale decisamente poco conosciuto. Le Runaways furono il primo gruppo rock’n’roll formato unicamente da ragazze, di età compresa tra i 15 e i 17 anni. Un gruppo che ci ha regalato, negli anni ’80, due icone del rock e del metal al femminile: Joan Jett e Lita Ford. A raccontarci la storia di queste ribelli è la stessa Cherie Currie, la vocalist del gruppo (almeno fino al 1977, passando poi il testimone alla Jett). Infatti, per essere precisi, il film non verte sulla biografia dell’intero gruppo, ma si concentra maggiormente sulla vocalist appena citata e sul rapporto con Joan Jett (produttrice esecutiva del film). Oltre ad esplorare il mondo musicale di metà anni ’70, cioè un panorama glam rock che si affacciava all’ondata punk, la regista Floria Sigismondi presta la propria telecamera anche all’esplorazione del mondo delle droghe, di cui il gruppo faceva abitualmente uso (maggiormente la Currie), tralasciando (sfortunatamente!) gli abusi fisici\psicologici subiti on the road, da produttori e da altre band.

Il film ci introduce da subito al personaggio di Cherie (interpretato da Dakota Fanning). Ragazzina di 15 anni con una situazione famigliare difficile (madre lontana in Indonesia e papà alcolizzato) che, per fortuna o sfortuna, una sera viene notata dal produttore discografico Kim Fowley (Michael Shannon) e dalla giovane Joan Jett (Kristen Stewart, che ci regala un’interpretazione DECISAMENTE forzata. Un gran peccato per un personaggio dinamico come quello di Joan Jett). Dopo un problematico provino con il resto della band, Cherie diventa ufficialmente la vocalist delle The Runaways. Il gruppo, inzierà, così, la vita on the road, che si rivelerà essere difficile, solitaria. Una donna, secondo una concezione puramente sessista, non dovrebbe suonare rock’n’roll. Una donna non dovrebbe cantare canzoni sessualmente esplicite, su un palco, indossando un corsetto, tacchi e calze a rete.

La regia della Sigismondi pare, a tratti, inghiottire lo spettatore nel glam e glitter, nelle musiche di James Brown, Sex Pistols, Suzi Quatro, e in un certo stile di vita molto “libero” di metà anni ’70 negli USA. Su altri temi, come l’abuso di droghe, la regia si fa timida, sembra volerne prendere le distanze. Una grande pecca, soprattutto perché nei momenti di alta drammaticità del film vediamo davanti ai nostri occhi il meglio delle due interpreti. Un gran peccato! Lo spettatore potrebbe anche sentirsi disorientato, perché il film non sembra seguire una chiara linea temporale. Tutte le energie della Sigismondi sono concentrate sulle performance della band. Dakota e Kristen cantano davvero nel film e, in questo, la Stewart è decisamente più portata, dato che il suo timbro e la sua tonalità centrano in pieno quelli della Jett. Dakota Fanning, purtroppo, pare cinguettare, non riuscendo minimamente a raggiungere i “ruggiti” di Cherie Currie (soprattutto nell’interpretazione del brano più celebre delle Runaways: Cherry Bomb).

Giustifichiamo queste “pecche” essendo stato, questo, il primo lungometraggio della giovane Floria. L’elemento finale ( e decisivo ) della pellicola, è il rapporto tra la vocalist (Cherie) e la chittarrista ritmica (Joan) che apre e chiude il film. Nella stessa biografia “Neon Angel”, la Currie non nega di aver avuto un rapporto intenso con la Jett, sfociato più volte anche in occasionali rapporti sessuali, rivendicando (nella vita come sul palco) una certa libertà sessuale e di pensiero che sembrava, in quegli anni, finalmente una realtà. Come ben sappiamo, l’emancipazione femminile è ben lontana dall’essere completamente ottenuta. Sfortunatamente il film non è mai approdato in territorio italiano (avvenimento decisamente strano, dato che nel 2010 la saga di Twilight, protagonista la Stewart, arricchiva ogni botteghino di Italia). Siamo stati privati dell’occasione di poter conoscere anche nelle nostre sale un gruppo musicale decisamente interessante, che ha influenzato più artisti di quanti immaginiamo (Madonna, Taylor Momsen ecc… ).

 

Sabrina Monno