Continua a far discutere il tema dell’adeguamento dell’età pensionabile, al quale si è aggiunto come prevedibile, il presidente dell’Inps Tito Boeri. Secondo il suo parere, se il meccanismo si dovesse interrompere, serviranno 140 miliardi di euro di spesa aggiuntiva per le pensioni da oggi al 2040.
Boeri ha affermato che se l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, dovesse essere rinviato, come si sta discutendo in questi giorni negli ambienti governativi (per cercare di affievolire il dissenso sociale anche in vista delle elezioni politiche ormai prossime), si può rompere il meccanismo che permette a tutti i cittadini di “vivere senza preoccupazioni”.

Secondo il presidente dell’ Inps, piuttosto che pensare ancora maggiormente alle persone con più di 65 anni di età, le quali compongono a suo dire, la fascia della popolazione che è stata colpita meno dalla crisi, si dovrebbe invece prestare più premura ai nuclei familiari con figli minori. Boeri ha continuato affermando che non sono più sufficienti i trasferimenti che i nonni fanno ai nipoti con la loro pensione e che la parte di spesa pensionistica che va ai minori diminuisce sempre di più, in quanto sempre meno pensionati hanno nipoti. Questo è un dato preoccupante, perché così non si può contare nemmeno su questo trasferimento. Poi ha proseguito: “Gli italiani sono attenti alle famiglie e ai nipoti ma nelle scelte finiscono per essere fortemente egoisti verso i bambini”.
Tutto è nato dalla ricerca fatta dall’Istat, che ha concluso che l’aspettativa di vita sarebbe spostata in avanti. Questo fa sì, secondo l’attuale meccanismo (la legge Fornero prevede che il requisito venga adeguato alla speranza di vita ogni due anni), che anche l’età pensionabile aumenti sempre di più. Ovviamente, questo nuovo scenario che si prospetta ha innescato discussioni e le proteste dei lavoratori e dei sindacati (persino quelli concertativi). Si tratta di un duro nodo da sciogliere, e bisognerà farlo entro il 2019, quando l’età pensionabile sarà innalzata oltre i 67 anni attuali. Tuttavia rimangono ancora altre possibili soluzioni, come un aumento più contenuto dell’età pensionabile, o il blocco dell’aumento soltanto per alcune categorie particolari di lavoratori.
Quindi, se il governo da una parte finge di voler fare per una volta, qualche piccolo passo verso i lavoratori che si accingono ad andare in pensione, dopo tutto ciò che essi hanno subito, (controriforma Fornero e marasma esodati solo negli ultimi anni) ecco arrivare il sergente di ferro Boeri a mettere tutti in riga e ad intimare che in nome del Debito pubblico, non si può fare nulla e che i lavoratori saranno costretti a stare sul posto di lavoro finchè la salute non li abbandonerà. D’altronde è facile per questi signori, straparlare dal loro pulpito. A lavorare, spesso in condizioni precarie e di sfruttamento, per un minimo salario mica ci vanno loro. Per i lavoratori non ci sono mai sacrifici che bastino in nome del capitalismo, mentre politici e burocrati che del capitalismo sono i camerieri, la faccia tosta per imporre le misure d’austerità, non è mai abbastanza.
Vogliono procrastinare sempre di più l’entrata in pensione a coloro i quali non possono negarla, mentre per intere generazioni il diritto a vivere una vecchiaia dignitosa verrà negato, grazie alle varie forme di lavoro precario ed atipico, che nel jobs act e nella cancellazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, trovano il culmine. E hanno anche il coraggio di dire che tutto ciò serva proprio per garantire che esista ancora un sistema pensionistico nazionale, quando le nuove generazioni dovranno lasciare il lavoro. Scatenare una guerra intergenerazionale, è l’obiettivo principale dei paggetti del capitale, non fosse mai che giovani e anziani si accorgessero in massa di ciò che sta succedendo e facessero saltare il tavolo.
Oggi quindi, dopo le varie controriforme contro lavoro e pensioni, si è passati dal sistema retributivo a quello angusto contributivo. Dalla riforma Brodolini, che nel 1969 adottò la formula retributiva per il calcolo della pensione, legando quindi la prestazione previdenziale alla retribuzione percepita negli ultimi anni di lavoro, dove spesso gli assegni previdenziali arrivavano all’80% dell’ultima retribuzione; nel 1973, arrivarono le baby pensioni con la possibilità per le lavoratrici della pubblica amministrazione, sposate e con figli, di lasciare l’impiego dopo 14 anni, sei mesi e un giorno. Bastavano 20 anni agli altri statali per andare in pensione e 25 anni per tutti i dipendenti privati. Si arrivò poi alla nefasta riforma Amato, che sancì il graduale incremento dell’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini portando la contribuzione minima da 15 a 20 anni. Per la prima volte comparve il divieto parziale di cumulo tra pensione e redditi da lavoro autonomo. Un anno dopo nacque la previdenza complementare. Ma è grazie alla riforma Dini nel 1995, che avviene il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo (l’assegno si calcola sulla base di quando versato durante la carriera lavorativa) a partire da coloro i quali avessero iniziato a lavorare dal primo gennaio 1996. Compare anche la soglia minima dell’età anagrafica da abbinare ai 35 anni di contribuzione necessari per avere la pensione di anzianità e vengono tagliati gli importi delle pensioni di invalidità e di reversibilità sulla base dei reali redditi dichiarati.

Per poter entrare nell’eurozona, tocca al governo Prodi aumentare i requisiti di accesso alla pensione di anzianità per i lavoratori autonomi e parificare i pensionamenti anticipati della Pa alle pensioni di anzianità erogate dall’Inps. Nel 2004 arriva poi lo “scalone” firmato Maroni, con l’inasprimento dei requisiti per la pensione di anzianità ed innalzamento dell’età anagrafica, a partire dal primo gennaio 2008, da 57 a 60 anni. Per le donne rimase la possibilità di andare in pensione di anzianità a 57 anni di età con 35 anni di contribuzione, a patto che accettassero il calcolo basato integralmente sul sistema contributivo. Con la Damiano-Padoa Schioppa del 2007, al posto dello scalone viene introdotto il “sistema delle quote”, determinate dal primo gennaio 2009, dalla somma dell’età e degli anni lavorati. L’età pensionabile per le donne del pubblico impiego sale, gradualmente, fino a 65 anni. Il Tfr invece, viene rateizzato, venendo ribattezzato come scippo del Tfr.

Infine la Riforma Fornero nel 2011 in nome della quale una tempesta finanziaria si abbattè sull’Italia, con Napolitano che dovette spodestare Berlusconi per far posto a Monti e i suoi (più graditi ai mercati). Questa nuova controriforma, cancella il sistema delle quote ed estende a tutti il sistema contributivo. Viene innalzata inoltre l’età minima per la pensione a 67 anni e le donne vengono equiparate agli uomini. Essa andrà anche a bloccare l’indicizzazione delle pensioni al costo della vita e proprio in questa parte, sarà dichiara illegittima nel 2015, dalla Corte Costituzionale.
Come visto quindi, dagli anni di poco precedenti all’ingresso nella moneta unica ad oggi, le pensioni ed i salari sono stati e saranno ancora saccheggiati come fonte principale per spostare valore, denaro, capitale “dal basso verso l’alto”, in un perdurare della lotta di classe “dall’alto verso il basso”. Urge far ripartire quella dei lavoratori.

 

Angelo Fontanella