“Spazio! Solo qualche anno fa questo termine aveva una connotazione esclusivamente geometrica, rimandava cioè ad un milieu vuoto” (Lefebvre 2000, p. 7). Da queste considerazioni Lefebvre costruì la sua indagine sullo spazio. Partendo da Cartesio, che “emancipò” lo spazio, noi ritroviamo, in “La production de l’espace” – la sua opera più compiuta – una ricostruzione storica dei differenti approcci filosofici allo spazio. Harvey, ritenendo che Marx non avesse approfondito l’elemento spaziale, ha cercato di proseguire il lavoro di Lefebvre ponendosi l’obiettivo di integrare la componente spazio-geografica nel marxismo.
È possibile affermare, con Harvey, che Marx non abbia considerato l’elemento spaziale, ammettendo una superiorità teoretica del tempo sullo spazio? Secondo la rilettura del testo marxiano che questo approfondimento vuole suggerire, è possibile trovare ne “Il Capitale” una precisa considerazione dell’elemento spaziale, implicita nel vocabolario stesso usato da Marx.

1. Spazio e tempo nel plusvalore e nel profitto.

Nel primo libro de “Il Capitale”, Marx inizia a forgiare il suo “vocabolario” (in parte precedentemente sviluppato nei “Grundrisse”) e con esso i concetti fondamentali della sua teoria del valore.
“L’elemento comune che si rappresenta nel rapporto di scambio, o valore di scambio, della merce, è dunque il suo valore. […] Un valore d’uso, o bene, ha dunque un valore unicamente perché vi è oggettivato, materializzato, del lavoro astrattamente umano. Come misurare, ora, la grandezza del suo valore? Mediante la quantità della ‘sostanza creatrice di valore’ in esso contenuta, il lavoro. La quantità del lavoro si misura poi mediante la sua durata temporale; il tempo di lavoro possiede a sua volta il suo metro in date frazioni di tempo, come l’ora, il giorno ecc.” (Marx 2009a, p. 111)
Il valore è tempo. Il valore di di scambio di una sedia è la misura del tempo che il lavoratore ha impiegato per costruirla. Il valore di scambio di un’auto è il tempo in cui essa è stata fabbricata: questo tempo è “entrato” in questo oggetto conferendogli un valore. Nello scambio abbiamo da un lato il tempo che ci è voluto per costruire l’oggetto che verrà scambiato (venduto), e dall’altro il tempo nel quale chi riceve (acquista) l’oggetto potrà beneficiarne, quindi utilizzarlo. Il valore di scambio dal punto di vista del venditore diventa il valore d’uso dal punto di vista dell’acquirente. Grazie alla dialettica marxiana possiamo scomporre il fenomeno dello scambio in questi due opposti.
Il tempo, oltre ad essere misura del valore di una merce, ha anche un altro ruolo: misura il capitale variabile (v) necessario a pagare (secondo Marx solo in parte) i lavoratori.
Una giornata lavorativa si scompone, nella teoria marxiana, in due diverse parti (durate): nella prima il lavoratore svolge un lavoro “necessario” per la sua sussistenza, e produce un valore per il quale viene realmente pagato attraverso una somma di capitale variabile, nella seconda parte, durante un “plus-tempo” di lavoro che non sarebbe affatto necessario per la sua sussistenza, egli produce un plusvalore, per il quale non verrà mai pagato.
La durata della giornata lavorativa in cui il lavoratore produce valore e viene pagato con del capitale variabile v, la chiameremo Δt1, l’altra lasso di tempo, in cui il lavoratore produce solo plusvalore pv, la chiameremo Δt2.
Accanto al capitale variabile, e ad esso complementare, troviamo, nella teoria marxiana, il capitale costante (c). Leggiamo la definizione data da Marx di queste due grandezze:

“I diversi fattori del processo lavorativo partecipano in modi anch’essi diversi alla formazione del valore dei prodotti […] Dunque, la parte di capitale che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materia ausiliaria e mezzi di lavoro, non altera la sua grandezza di valore nel processo di produzione. Perciò lo chiamo parte costante del capitale o, più brevemente: capitale costante. La parte di capitale convertita in forza lavoro, invece, modifica il suo valore nel processo di produzione: riproduce il suo proprio equivalente e, in aggiunta, produce un’eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, essere maggiore o minore. Da grandezza costante, questa parte del capitale si trasforma continuamente in grandezza variabile. Perciò la chiamo parte variabile del capitale o, più brevemente: capitale variabile. Le stesse parti componenti del capitale che, dal punto di vista del processo lavorativo, si distinguono come fattori oggettivi e soggettivi, cioè mezzi di produzione e forza lavoro, dal punto di vista del processo di valorizzazione si distinguono come capitale costante e capitale variabile. Il concetto di capitale costante non esclude affatto una rivoluzione nel valore delle sue parti componenti” (Marx 2009a, pp.298-309).

 

Il capitale costante è la parte spaziale del capitale: essa si compone appunto infatti di “materie prime” e “strumenti di lavoro”, e la sua parte “fissa” è formata da “macchinari ed edifici”.
Il lavoro è un processo che ha bisogno di uno spazio per potersi svolgere nel tempo. Come il tempo non può “passare” se non in uno spazio così il capitale variabile non può “passare” se non negli spazi del capitale costante.
Se Reichenbach aveva proposto (Reichenbach 1985, pp. 94-94)[NOTA1] un modello della realtà basato sui tre assi x, y, z cartesiani ed il “lampo luminoso” di una lampadina al centro per indicare il tempo t, Marx avrebbe forse proposto un modello della realtà (capitalista) dove le tre dimensioni spaziali sono rappresentate dal capitale c ed il tempo di lavoro è indicato dal capitale variabile v (v. fig.1):

A livello matematico la sostituzione che proponiamo, ispirata dai passi stessi che abbiamo sopra citato, identifica valore, quindi plusvalore, e capitale variabile con il tempo, e capitale costante(costante-fisso e costante-circolante) con il tempo. Possiamo formalizzarla così:

v = t
c = s

Con queste premesse possiamo ad analizzare due punti centrali dell’economia politica marxiana: il saggio di plusvalore (pv) e il saggio di profitto (π).
Il saggio di plusvalore è dato dal rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile con il quale il lavoratore viene pagato, e viene così espresso: pv / v. Esso non è altro che un rapporto tra due durate, cioè tra il tempo di lavoro non retribuito e quello retribuito: il plusvalore, nel pensiero di Marx, in estrema sintesi, rimanda ad un furto di tempo.
Noi lo esprimeremo quindi così:
Δt2 / Δt1.
La formula fornita da Marx per il saggio di profitto di profitto è concettualmente identica a quella del saggio di plusvalore, ma è riferita anche al capitale-spazio e non solo al capitale-tempo. Anche in questo caso si misura il rapporto tra il guadagno (al numeratore) e l’investimento necessario (al denominatore). La formula originale proposta da Marx, cioé π = pl / (c + v) diventa, nella nostra rilettura[NOTA2]: π= Δt2 / (Δt1 + Δs).

2. La storia dello spazio capitalistico: dall’accumulazione originaria alla caduta tendenziale del saggio di profitto.

Intimamente legata alla formulazione del saggio di profitto troviamo in Marx la teoria della caduta tendenziale di questo saggio:

“A salario e giornata lavorativa dati, un capitale variabile, per esempio di 100, rappresenta un numero determinato di operai messi in moto; è l’indice di questo numero. Supponiamo per esempio che 100 £ sia il salario per 100 operai, diciamo per una settimana. Se questi 100 operai eseguono tanto lavoro necessario, quanto pluslavoro; se dunque ogni giorno lavorano tanto tempo per sé, cioè per la riproduzione del loro salario, quanto per il capitalista, cioè per la produzione di plusvalore, il valore totale da essi prodotto sarebbe = 200 £ e il plusvalore da essi prodotto ammonterebbe a 100 £. Il saggio di plusvalore p/v sarebbe = 100%. Ma, come abbiamo visto, questo saggio di plusvalore si esprimerebbe in saggi di profitto assai diversi a seconda del volume del capitale costante c e quindi del capitale totale C [C = c + v], poiché il saggio di profitto è = p/C. Dato un saggio di plusvalore del 100% [abbiamo quindi questa situazione]:

c v π’
50 100 100/150 = 66,6 %
100 100 100/200 = 50%
200 100 100/300 = 33,3%
300 100 100/400 = 25%
400 100 100/500 = 20%

[…] Lo stesso saggio di plusvalore, a grado di sfruttamento del lavoro invariato, si esprimerebbe dunque in un saggio di profitto decrescente, perché con il suo volume materiale, benché non nella stessa proporzione, cresce pure la grandezza di valore capitale costante quindi del capitale totale. […] Il graduale aumento del capitale costante in rapporto al capitale variabile avrà necessariamente per risultato una graduale caduta del saggio generale di profitto, pur restando invariato il saggio di plusvalore, ovvero il grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale. […] Ciò significa soltanto che lo stesso numero di operai, la stessa quantità di forza lavoro resa disponibile da un capitale variabile di data grandezza di valore, grazie ai metodi di produzione peculiari che si sviluppano in seno alla produzione capitalistica mette in moto, aziona, consuma produttivamente nel medesimo tempo una massa sempre crescente di mezzi di lavoro, macchine e capitale fisso di ogni sorta, materia prime ed ausiliarie – quindi anche un capitale costante di grandezza di valore sempre crescente” (Marx 2009c, pp. 271-273).

 

Questa crescita “tendenziale” dell’impiego del capitale costante c, secondo la nostra rilettura, si traduce nella produzione di nuove configurazioni spazio-geografiche. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto esprime quindi l’insaziabile sete di spazio del capitalismo[NOTA3]. Il capitale ha una tendenza insita a “produrre” (per usare un’espressione cara al Lefebvre) nuovi spazi, trasformarli, installarci dei processi di produzione industriale e dei macchinari per poi sostituirli con nuovi modelli tecnologicamente avanzati, sviluppare reti di trasporto adeguate per il trasporto sempre più rapido di merci, etc.[NOTA4]
Ora, per avviare un processo di produzione occorre uno spazio in cui poterlo installare, per poterci costruire degli stabilimenti industriali, per poter anticipare del capitale costante, ossia per poter “anticipare” uno spazio, occorre innanzitutto una certa somma di capitale variabile per poter pagare i lavoratori che in questo spazio saranno chiamati a produrre valore e plusvalore. L’unico modo per poter disporre già di questa somma di capitale variabile, è aver già accumulato altrove e precedentemente del capitale, e così via.
In sintesi: per poter “anticipare” un capitale-spazio occorre aver “anticipato” in precedenza un capitale-tempo; quest’ultimo per potersi svolgere ha però avuto bisogno di un altro capitale-spazio che ha reso possibile questo stesso svolgimento.
La domanda sorge spontanea: quando è iniziato questo processo a ritroso? Quando è nata nel capitalismo questa sete di spazio? Marx ci propone una risposta: la teoria dell’accumulazione originaria. Per rubare tempo, il capitale ha dovuto inizialmente rubare spazio. La tappe di questo furto originario furono secondo Marx le seguenti[NOTA5]:

1) “nell’ultima parte del secolo XIV, in Inghilterra la servitù della gleba era di fatto scomparsa” (Marx 2009a, p. 900)

2) “nell’ultimo terzo del secolo XV e nei primi decenni del XVI” (Marx 2009a, p. 901) si svilupparono quelle che sarebbero state le basi del modo di produzione moderno attraverso

a) la dissoluzione imposta dai re dei loro seguiti feudali
b) l’espulsione dei contadini che lavoravano le terre dei signori feudali
c) l’espropriazione delle terre comuni (territori in comune gestiti da comunità di piccoli contadini indipendenti) (Marx, 2009a, p. 900)

3) 1533, Enrico VIII stabilisce un limite massimo al possesso di pecore, fissando questa soglia a 2000 pecore per ogni contadino, mentre fino a quel momento alcuni contadini ne possedevano più di 24000

4) “La proprietà comune[NOTA6] […] era un’antica istituzione germanica sopravvissuta sotto il manto del feudalesimo. […] La sua violenta usurpazione, per lo più accompagnata dalla trasformazione di arativi in pascoli, ha inizio alla fine del secolo XV e si prolunga nel secolo XVI. Ma allora il processo si compì come atto di violenza individuale invano osteggiato per 150 anni dalla legislazione; il progresso del secolo XVIII, invece, si manifesta nel fatto che la stessa legge diventa il veicolo del furto di terre del popolo, benché i grandi fittavoli non cessino parallelamente di servirsi dei loro piccoli e indipendenti metodi privati. La forma parlamentare della rapina è quella dei ‘Bills for Inclosures of Commons’ (leggi per la recinzione di terre comuni): insomma, decreti in virtù dei quali i proprietari terrieri fanno dono a se stessi, in proprietà privata, di suolo pubblico; decreti di espropriazione del popolo.” (Marx 2009a, p. 909)

5) le leggi che permisero l’espropriazione degli spazi coltivati causarono l’aumento del vagabondaggio nelle città, che fu però duramente perseguitato: “in Francia, alle metà del secolo XVII un ‘regno di vagabondi’ (royaume des truands) si era instaurato a Parigi. Ancora nei primi anni di regno di Luigi XVI (ordinanza del 13 luglio 1777), ogni uomo di costituzione sana dai 16 ai 60 anni, che fosse senza mezzi e non esercitasse alcuna professione, doveva essere condannato alle galere. Non diversi lo statuto di Carlo V per i Paesi Bassi dell’ottobre 1537, il primo editto degli Stati e Città di Olanda del 19 marzo 1614, e il manifesto delle Province Unite del 25 giugno 1649. Così il vagabondame espropriato con la forza, scacciato dal suolo e reso vagabondo, fu costretto con leggi tra il grottesco ed il terroristico, frustandolo, marchiandolo a fuoco, torturandolo[NOTA7], a sottostare alla disciplina necessaria al sistema del lavoro salariato. Non basta che le condizioni di lavoro si presentino da una parte come capitale, e dall’altra come uomini che non hanno nulla da vendere fuorché la propria forza lavoro. Non basta neppure costringerli a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica si diffonde, si sviluppa una classe operaia che, per educazione, tradizione, ed abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione.” (Marx 2009a, p. 923). La classe operaia dimentica quindi i vecchi spazi, accettando i nuovi come “naturali”: quest’ultimi non sono altro che gli spazi del capitalismo, spazi prodotti, o, per dirla con Harvey, “creati” e non “effettivi”.

Nella sua trattazione dell’accumulazione Marx paragona il ruolo dell’accumulazione originaria in economia a quello del peccato originale in teologia. In entrambe i casi si tratta di spiegare, o meglio giustificare, un inizio “misterioso”, dopo il quale tutto diventa definitivamente chiaro. In teologia il problema da risolvere è l’inizio del tempo: nel mondo creato “ex nihilo”, dove tutto era eterno, Adamo ed Eva compirono il peccato originale, dando cioè un’origine al tempo umano. L’accumulazione originaria riguarda invece lo spazio, che da comune diventa individuale, diventa proprietà privata, avviando il processo di accumulazione capitalistica. Questo obbliga gli ex-contadini a migrare in aree urbane dove troveranno nuovi spazi (quelli del capitale costante, o capitale-spazio), all’interno dei quali venderanno ogni giorno una certa durata della loro forza-lavoro in cambio di un salario (capitale variabile), producendo valore (durante il “tempo necessario”) e plusvalore (durante il tempo di lavoro non retribuito).
Partendo dalle considerazioni sulla composizione del capitale siamo giunti alla questione dell’accumulazione originaria: il legame storico tra questi due temi fonda il loro nesso teorico.
Il percorso a ritroso che spiega la natura del capitale illustrandone la genesi storica è, come abbiamo visto, il seguente:

I. si vuole valorizzare una quantità di capitale-tempo
II. per far questo ci serve uno spazio dove installare delle macchine, e dove i salariati possano lavorare
III. per costruire questo spazio è stato necessario, precedentemente, avere già una somma di capitale per pagare gli operai che hanno costruito (“prodotto”) questo spazio, e questo capitale è stato ottenuto
IV. grazie al prestito di una banca (il quale edificio è stato a sua volta costruito, grazie ad un altro processo di produzione),
V. oppure grazie alla presenza di uno spazio dove si è potuto valorizzare del capitale (e per avere questo capitale è stato necessario, in un momento precedente, avere già un capitale da investire).

La condizione preliminare per avviare un qualsiasi processo di produzione e valorizzare del capitale è avere già un capitale precedentemente accumulato. L’accumulazione originaria di spazi e terre ha consentito la successiva (e costante) accumulazione di tempo (cioè di valore, capitale variabile, e plusvalore): il capitale così accumulato viene poi rinvestito sia in tempo (assumendo nuovi salariati) sia in spazio (aumentando quantitativamente lo spazio, o ottimizzando qualitativamente lo spazio già acquisito).
Tempo e spazio scorrono nel capitale, il quale dialetticamente scorre in essi.
Marx sottolinea nel III libro che il movimento avviato con questa accumulazione “originaria” dello spazio divenne poi un processo costante (e non resta, come a volte si è pensato[NOTA8], fuorviati forse dal termine “originaria”, un fenomeno unico ed isolato):

 

“La separazione tra condizioni del lavoro qui e produttori là […] [nella quale] risiede il concetto di capitale; ha inizio con l’accumulazione originaria (Libro I, capitolo XXIV), e appare poi come processo costante nell’accumulazione e concentrazione del capitale […]” (Marx 2009c, pp. 315-6).

 

Dopo queste considerazioni possiamo affermare che in Marx lo spazio, insieme al tempo, ha un ruolo fondamentale. Ne “Il Capitale”, lo spazio è considerato come la fonte del capitalismo, cioè la base dell’accumulazione (cosiddetta “originaria”). Marx la chiama “originaria” perché nel capitolo in cui tratta questo tema si propone di analizzarne l’origine storica dell’accumulazione, e, lungi dal sostenere che questo fenomeno nasce e finisce nel 1500, ci ricorda che si tratta di un processo costante, di cui ha precedentemente illustrato l’origine. Lo spazio è quindi all’origine dell’accumulazione, e siccome l’accumulazione è un processo costante, lo spazio ha un’importanza “costante” nel capitalismo, e quindi nel pensiero di Marx.
L’importanza che egli conferisce allo spazio si ritrova infatti nella “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”, che non è altro che una teoria sulla tendenza della diffusione e dello sviluppo spaziale (sia in senso quantitativo che qualitativo) del capitale.

3. La “tendenza” dello spazio capitalistico.

La teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto ha attirato molte critiche a causa del determinismo storico che ne costituirebbe il fondamento teorico: Löwith ha insistito molto sull’impianto teleologico dell’opera di Marx, Russell ha invece proposto un paragone tra il pensiero di Marx e la religione ebraica, e lo stesso Harvey non si è risparmiato di sottolineare in Marx un certo “messianical approach”[NOTA9]. Marx nel capitolo intitolato appunto “Gesetz des tendenziellen Falls der Profitrate”, parla di una “tendenza” generale, insita nel modo di produzione capitalista, che porta periodicamente a delle crisi o comunque a dei periodi di stallo economico; questa tendenza viene però contrastata da sei “contro-tendenze” specifiche che riescono, talvolta, ad evitare, rimandare, o al limite impedire, le crisi globali. A Marx mancò però un lessico scientifico per render conto di questo concetto.
A questo proposito può tornare utile un paragone con la storia della fisica.
Nel 1865, nel suo “Mémoire” Klausius enuncia così le “due leggi fondamentali” della sua teoria del calore: “I) l’energia dell’universo è costante, II) l’entropia dell’universo tende verso un massimo”[NOTA10], ma non diede una definizione precisa di questa tendenza: fu Boltzmann a formulare questo concetto in modo rigoroso. Egli formalizzò così l’intuizione di Klausius: S = klog(W), dove S è l’entropia e k è la “costante di Boltzmann”. La vera novità è la grandezza W: dato uno stato termodinamico A di un sistema possiamo associare un valore della funzione di stato S esprimendo questo valore con S(A), valore che concettualmente corrisponde all’ “ordine” dello stato A; a questo macro-stato corrisponde un numero W di micro-stati equivalenti, e W(A) è il numero di modi (micro-stati) equivalenti nei quali lo stato A (macro-stato) può realizzarsi. Maggiore è il numero di stati W e maggiori saranno le probabilità che lo stato in questione si realizzi. La formalizzazione di Boltzmann ha quindi una doppia importanza: integra per la prima volta la statistica nelle scienze naturali, e lega dialetticamente il mondo fenomenologico (mondo macroscopico) alla sua “base” atomica (mondo microscopico). All’interno di questa “tendenza” (che adesso possiamo chiamare statistica) che ha l’entropia a tendere ad un massimo (disordine), si possono avere dei microstati che tendono (anch’essi statisticamente) ad una minore entropia (ordine). Nella figura 2 abbiamo rappresentato la “macro” tendenza al disordine (freccia grande) all’interno della quale abbiamo le “micro” tendenze all’ordine (frecce piccole):

Questo rapporto dialettico tra il mondo macroscopico ed il mondo microscopico fu espresso da Boltzmann con il concetto dei single words [NOTA11]e successivamente sviluppato da Reichenbach, con la teoria dei branch systems [NOTA12].
Ora, come possiamo misurare l’avanzare statistico dell’entropia? Con il tempo: “la direzione temporale è la direzione nella quale si svolgono la maggior parte dei fenomeni termodinamici” (Reichenbach 1956, p. 108). L’aumento statistico dell’entropia si svolge nel divenire temporale: il tempo ha quindi una direzione. Inoltre: dato che il passaggio da uno stato disordinato ad uno stato ordinato è statisticamente improbabile, mentre il passaggio da uno stato ordinato a uno stato disordinato è molto probabile, il tempo non ha solamente una direzione ma anche una freccia.[NOTA13]
I risultati ottenuti dalla scienza ci permettono quindi di sostenere l’esistenza di una direzione (e di una freccia) statistica del tempo evitando qualsiasi critica di determinismo, teleologia, o escatologia.[NOTA14]
Questa cornice concettuale che abbiamo brevemente esposto ci permette di rileggere la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto da un nuovo punto di vista.
Nella sua forma “pura”, la “legge” elaborata da Marx, come abbiamo visto, viene espressa così:
π = pl / (c + v), dove, con c (capitale-spazio) che tende a crescere avremo la seguente situazione:

lim[c→∞]pl/(c+v)=0, o, più brevemente, dato C = c + v, lim[C→∞]pl/C=0.

All’interno di questa “macro” tendenza, coesistono, secondo Marx, 6 “micro” tendenze che contrastano la caduta tendenziale del saggio di profitto. Lo schema è lo stesso di quello usato per la freccia del tempo, e questa tendenza potremmo chiamarla “freccia del capitale” o la “freccia del(-lo) (spazio-)tempo capitalistico”.
Questa tendenza racchiude la storia stessa del capitalismo, ossia lo sviluppo spazio-temporale nella sua direzione più probabile: l’uso che il capitale fa dello spazio ne segna il suo percorso.
Il ruolo che lo spazio ha nella teoria di Marx è così importante che riesce a render conto anche della sua filosofia della storia.
Alla fine del XIX secolo la scienza non era ancora arrivata alle conclusioni della teoria della relatività che considera lo spazio-tempo come una unica, se pur duale, realtà; nella cultura di quell’epoca spazio e tempo erano ancora disgiunti, nondimeno la teoria di Marx contiene già un approccio “spazio-geografico” del corso della storia. Quando egli parla di mercato mondiale, l’aggettivo mondiale rimanda, soprattutto, all’espansione geografica del capitalismo, conseguenza di quel processo costante di accumulazione innescato dall’accumulazione originaria, che, come abbiamo visto fu in primis un’accumulazione di spazi.
La scelta lessicale di Engels (non di Marx) di definire il pensiero dell’amico una “concezione materialistica della storia” la si deve inquadrare in un contesto intellettuale in cui spazio e tempo erano ancora disgiunti e l’aspetto temporale godeva di una dignità teoretica maggiore rispetto all’elemento spaziale. La definizione di Engels doveva (visto anche il lavoro politico intrapreso sia Marx che da Engels) rendersi comprensibile a tutti: probabilmente una formula più completa, ad esempio tipo “concezione materialistica della storia e della geografia”, o “materialismo storico-geografico”[NOTA15], a quell’epoca non sarebbe stata capita. Da quanto detto emerge però che il lavoro teorico di Marx è stato capace di andare oltre ai limiti della cultura del suo tempo, e superare, nei risultati delle sue analisi, la statica dicotomia tra spazio e tempo.
Il pensiero di Marx che emerge dalla sua opera principale (pur se incompiuta) è quindi una “concezione materialista e dialettica dello sviluppo tendenziale dello spazio-tempo capitalista”.

 

Note

[1] Riporto in nota l’intero passo dedicato a questo tema: “Ci si è sforzati, senza successo, di immaginare la quarta dimensione dello spazio. Per esempio così: si pensino in un punto tre bastoni di legno che si intersecano ad angolo retto, come la lunghezza, la larghezza, e l’altezza di una stanza. Queste sono le tre dimensioni dello spazio: dov’è il posto per una quarta? In che modo è possibile porre una quarta stanga sul punto considerato in maniera che anch’essa, come le altre, formi angoli retti in tutte le direzioni? E in effetti neppure io vedo dove questa stanga potrebbe disporsi; ma la teoria della relatività non ha mai affermato qualcosa del genere! Essa dice soltanto che il tempo, in quanto tempo, dovrebbe essere aggiunto allo spazio; ma ciò significa qualcosa di sostanzialmente diverso. Possiamo immaginarcelo così. Se vogliamo determinare un punto nello spazio ci sono necessari tre numeri. Facciamo il caso che in una stanza sia appesa una lampada: come possiamo determinare il suo posto? Ne misuriamo la distanza dal pavimento, dalla parete posteriore e da una delle pareti laterali; questi tre punti determinano la sua posizione nello spazio. Perciò essi vengono detti anche coordinate. Lo spazio si dice tridimensionale perché sono tre numeri a fornire tale determinazione. Ma se vogliamo determinare non un punto nello spazio, ma un evento, occorre un numero di più, e cioè l’indicazione del tempo. Supponiamo di accendere la lampada per un attimo così da generare un lampo luminoso; questo è un evento. Tale evento è completamente determinato allorché io conosco i tre numeri che determinano la posizione della lampada e inoltre il quarto numero che determina il tempo del lampo luminoso. Poiché si tratta di quattro numeri, tempo e spazio insieme vengono detti una molteplicità quadridimensionale. Questo è tutto il mistero. Purtroppo una circostanza così semplice si trova spesso descritta nei linguaggi più oscuri.”

[2] Per ovviare all’impossibilità di sommare spazi e tempi, esponiamo in questa nota lo stesso concetto con un formalismo più preciso dal punto di vista matematico. Sia μ : S → R+, dove S = {metri quadrati del suolo, metri cubi occupati dalle macchine, etc…}, allora abbiamo π’ = t / (π(s) + t). Il funzionale μ associa ad ogni elemento dell’insieme S un numero reale positivo (R+). Da un punto di vista intuitivo, il funzionale ci permette di “normalizzare” i volumi, le superfici, etc., in un solo numero “adimensionale”, compatibile con l’operazione di somma richiesta dall’espressione.

[3] Va sottolineato che questa “sete” non è solo quantitativa. Un investimento in capitale costante (capitale-spazio) può anche mirare esclusivamente ad un rinnovamento tecnologico dei macchinari senza aumentare di un millimetro lo spazio occupato. Nello solito spazio che occupava, ad esempio, l’ ENIAC nel 1946 adesso possiamo installare decine di computers molto più potenti: in questo senso l’investimento in capitale-spazio è di tipo esclusivamente qualitativo.

[4] Quando necessario il capitale è pronto anche a distruggere questi spazi per poter rilanciare l’economia, come illustra bene David Harvey nella sua teoria della crisi (cfr. Harvey 1972).

[5] Quanto segue è una sintetica esposizione per punti del capitolo XXIV del primo libro de “Il Capitale”.

[6] In tedesco il termine è Gemeindeeigentum, che alla lettera è proprietà della comunità (Gemeinde).

[7] Marx allude alle ordinanze emesse dai giudici di pace nelle “petty sessions” (udienze per reati minori) in vigore in Inghilterra dal regno di Giacomo I primo fino ai primi del secolo XVIII.

[8] “Il processo che Marx, seguendo Adam Smith, chiama accumulazione ‘primitiva’ o ‘originaria’, diventa, nel pensiero della Arendt, una forza continua e propulsiva per la geografia storica del capitale in quelle che sono le dinamiche dell’imperialismo.” (Harvey 2003, p. 143). Non è la Arendt a “interpretare” il concetto marxiano di accumulazione originaria come un processo “continuo”, bensì lo stesso Marx, che in tedesco usa l’espressione “beständiger Prozeß”, sfruttando tutta l’ampiezza semantica del temine beständig: continuativo, continuo, costante, durabile, permanente.

[9] Cfr. Löwith, K. (2004) “Significato e fine della storia”, Net, Milano; Russell, B. (1982) “Storia della filosofia occidentale”, Longanesi, Milano; infine Harvey (1972) e Harvey (2010).

[10] Clausius R. (1865) “Mémoire”, in “Vierteljahrsschrift der Naturforschenden Gesellschaft in Zürich”, X, p.1, Zurigo.

[11] Cfr. Boltzmann, L. (1896-98) “Vorlesungen über Gastheorie”, Barth, Lipsia.

[12] Cfr. Reichenbach, H. (1956) “The direction of time”, University of California Press, Berkeley.

[13] Eddington introdusse questo termine nel 1928, e da allora si è sviluppato un grande dibattito nella comunità scientifica, fino a mettere in discussione l’esistenza stessa del tempo (cfr. McTaggart, J.E., 2006, “L’irrealtà del tempo”, BUR, Milano). Per i limiti imposti da questo lavoro, e dovendo rispettare il tema di questo numero di “Post”, non ci addentreremo ulteriormente nel dibattito scientifico legato alla freccia del tempo, ci limitiamo, in questa nota, ad esplicitare la nostra posizione favorevole circa l’esistenza della freccia del tempo.

[14] Questa concezione statistica del divenire temporale può costituire la base di una filosofia “statistica” della storia: una filosofia della storia non più basata su un futuro evento in base al quale tutto deve tendere, o tutto debba essere giustificato, ma che prenda in considerazione una probabile direzione statistica dei fatti, a partire da dati scientifici della realtà attuale.

[15] D. Harvey, convinto che in Marx non sia presente una sviluppata analisi geografica, considera quello di Marx un “materialismo storico”, e definisce il suo pensiero “materialismo storico-geografico” (cfr. Harvey 1996). Noi riteniamo che quello di Marx fosse già un materialismo “storico-geografico”, chiamato però, per i motivi suddetti, “materialismo storico”.

 

Bibliografia
Boltzmann, L. (1896-98) “Vorlesungen über Gastheorie”, Barth, Lipsia.
Harvey, D. (1972) Limits To Capital, Verso, New York
Harvey, D. (1996) Justice, Nature and the Geography of Difference, Blackwell, Cambridge
Harvey, D. (2003) The new imperialism, Oxford University Press, New York
Harvey, D. (2010) A Companion To Marx’s Capital, Verso, New York
Klausius R. (1865) “Mémoire”, in “Vierteljahrsschrift der Naturforschenden Gesellschaft in Zürich”, X, p.1, Zurigo.
Lefebvre, H. (2000) La production de l’espace, Anthropos, Paris
Marx, K. (2009a) Il Capitale, Libro primo, UTET, Torino
Marx, K. (2009b) Il Capitale, Libro secondo, UTET, Torino
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Reichenbach, H. (1985) Da Copernico a Einstein, Laterza, Roma
Reichenbach, H. (1956) “The direction of time”, University of California Press, Berkeley

 

Articolo già comparso su Cortocircuito.