In questi giorni stanno guadagnando la scena le proteste “contro il caro-vita” – così le descrivono i media – esplose il 28 dicembre scorso in Iran. Il movimento è cominciato “su istigazione” delle autorità religiose della città di Mashaad  – la seconda più grande del paese e bastione della fazione conservatrice del regime degli Ayatollah. L’intento dei “preti sciti” più conservatori era quello di riequilibrare i rapporti di forza interni al blocco di potere in seguito alla riconferma del presidente riformista Rouhani avvenuta lo scorso maggio, ma come spesso accade nella storia – e come rilevò a suo tempo Lenin [1] – le divisioni all’interno della classe dominante hanno finito per dare slancio a mobilitazioni di massa che sono passate rapidamente da rivendicazioni economiche a rivendicazioni politiche contro il regime nel suo complesso. Si tratta di istanze dalle implicazioni radicali, ma in effetti ancora piuttosto confuse, per via della sostanziale disorganizzazione del movimento. Tra gli slogan contro la disoccupazione, l’inflazione, l’ingerenza iraniana in Siria, Yemen etc. e quelli che invocano la fine del regime e dell’oppressione di genere in chiave islamista, si sentono infatti cori che fanno appello a un ritorno alla monarchia, mentre se obiettivamente le parole d’ordine relative al disimpegno politico-militare dell’Iran in Medio Oriente hanno connotati istintivamente internazionalisti– opponendosi di fatto al sub-imperialismo iraniano e dunque all’escalation del caos e della violenza nella regione – sono formulati in maniera ingenua (“Via dalla Siria, occupatevi dell’Iran!”). Inoltre non è chiaro se si stia andando nella direzione del consolidamento di un vero e proprio processo rivoluzionario anche a giudicare dall’entità delle mobilitazioni: solo dopo quattro giorni, infatti, le proteste si sono timidamente estese alla capitale Teheran, sebbene il fatto che siano circa 40 i centri urbani coinvolti renda la situazione di estremo interesse. Vi sono poi altri elementi significativi: 1) le proteste sono animate in primo luogo da lavoratori e poveri, quindi anche da quei settori inferiori del ceto medio e fasce di sotto-proletariato che hanno mostrato una tradizionale lealtà nei confronti del regime (le prime piazze a riempirsi sono quelle di Mashaad, come accennato, roccaforte dei conservatori) 2) il movimento non “cade dal cielo”, ma è da collegare a un processo di radicalizzazione della classe operaia iraniana in corso da ormai qualche anno: ad esempio ad ottobre si è sviluppata una serie di grandi scioperi coordinati, mentre un’altra ondata di azioni conflittuali tra il 2012 e il 2013 aveva spinto addirittura  la RAND Corporation, uno dei Think Tank alla testa della contro-offensiva ideologica neoliberale degli ultimi decenni, ad “attenzionare” le potenzialità dei lavoratori iraniani; nel 2016, inoltre, Iran Focus calcola circa 2117 azioni collettive con protagonisti i lavoratori e se purtroppo non si specifica la percentuale degli scioperi si cita una dichiarazione preoccupata di un “alto papavero” del regime: “In questo periodo, a causa della chiusura di banche e imprese, stiamo assistendo a circa 20-30 proteste al giorno che andranno gestite con attenzione; questo nella misura in cui un episodio in una città può avere ripercussioni nazionali e internazionali”. Il capitalismo iraniano- in barba a chi parla di una nuova potenza emergente e\o addirittura progressista – sta vivendo una profonda crisi aggravata dal perdurare dalle sanzioni e dal calo del prezzo del petrolio, alla quale la borghesia sta rispondendo con austerità e privatizzazioni dell’imponente settore pubblico, al centro – insieme alla questione delle sanzioni – delle divisioni interne alla classe dominante tra riformisti e conservatori [1] nonchè, sempre secondo iran focus, dell’ostilità dai lavoratori.

Tornando alle manifestazioni di questi giorni: se è vero che non si sono ancora sviluppate azioni di sciopero significative – e in particolare nel settore pubblico del capitalismo di stato iraniano, dove è ancora collocato il “cuore” del movimento operaio – non è da escludere un intervento più assertivo del proletariato nel caso le proteste proseguano (nel 2011 in Egitto, ad esempio, l’ondata di scioperi che depose Mubarak cominciò solo dopo una settimana dall’inizio delle manifestazioni [2]). Come prevedibile, quei settori della sinistra che danno la patente di progressista ed anti-imperialista a qualsiasi regime reazionario che si opponga all’imperialismo U.S.A. hanno accolto con rancore un movimento esploso ai danni di uno dei loro principali punti di riferimento (in particolare da quando gli ayatollah hanno gettato tutto il loro peso a difesa del macellaio Assad). Ovviamente, i campisti riducono tutto a una macchinazione degli USA (Ma Trump non era, per questi signori, quello che doveva fare la pace con Putin e smetterla con la “retorica dellaa democrazia”?) impugnando le dichiarazioni del presidente americano “a favore del movimento”. E’ evidente che Sauditi, Americani e Israele abbiano interesse a un indebolimento del regime iraniano, o addirittura a una sua caduta (sebben il loro peggiore incubo sia un movimento di massa che torni a incendiare con la lotta di classe il medio-oriente), mentre abbiamo rilevato come le proteste in corso siano essenzialmente disorganizzate e in una fase embrionale dell’elaborazione politica. Tuttavia, le loro radici di classe sono innegabili al punto che gli stessi media borghesi devono ammetterle – anche se con l’obiettivo di sminuire un movimento che sarebbe “essenzialmente economico” [4] –  pertanto se esiste il pericolo che le proteste vengano incanalate dall’imperialismo, da settori monarchici o dalla fazione conservatrice del regime, una responsabilità in questo solco è da imputare all’incapacità della sinistra europea di aiutare lo sviluppo delle potenzialità progressiste del processo in questione attraverso la solidarietà internazionalista ai lavoratori iraniani e alle forze locali che li sostengono. In questo solco, pubblichiamo una dichiarazione di un’associazione di lavoratori e militanti socialisti presente in sette paesi, animata da compagni persiani impegnati in una campagna di sostegno internazionale alle lotte dei lavoratori sviluppatesi negli ultimi anni-mesi in Iran. Non condividiamo necessariamente l’orientamento e la prassi politiche complessive dell’organizzazione in questione, tuttavia il comunicato di cui sotto ci sembra condivisibile e di estrema importanza.

Django Renato

 

 

Dichiarazione dello IASWI [5] sulla nuova onda di proteste di massa in Iran

Nonostante il pesante dispiegamento degli apparati di sicurezza nelle strade, a partire dal 28 dicembre hanno avuto luogo in Iran proteste di massa volte a far sentire la voce della popolazione contro la povertà generalizzata, l’aumento esponenziale del costo della vita e la corruzione dei funzionari pubblici a tutti i livelli, nonché contro il brutale clima di repressione politica.

Le proteste in questione hanno coinvolto varie città in tutto il paese e nella maggior parte dei casi sono state organizzate dai lavoratori e dagli oppressi – anche se in maniera non coordinata – con l’obiettivo di opporsi alla povertà crescente, alla disoccupazione, all’arbitrio e all’ingiustizia imposte alle masse dal regime della Repubblica Islamica, nessuna delle sue fazioni esclusa.

In questa fase il potere costituito sembra essere disorientato e incapace di placare o di reprimere con successo il movimento, sebbene sia chiaro che la situazione possa cambiare in fretta. Abbiamo appreso oggi [2 gennaio ndt] del fatto che le forze di sicurezza hanno sparato contro i dimostranti; numerosi i feriti, i morti e gli arresti. La Repubblica Islamica è al potere da quasi 40 anni e non diversamente dal regime che l’ha preceduta ha fatto ricorso a carcerazioni ed esecuzioni di massa per schiacciare le sacrosante domande dei lavoratori, delle donne, dei giovani e delle masse impoverite.

L’Iran è un paese di 80 milioni di abitanti. Nonostante le considerevoli ricchezze e le abbondanti risorse naturali di cui dispone – petrolio, gas naturale, carbone, rame… – il 70% della sua gente vive in povertà. Contemporaneamente, si sta affermando una classe di super-ricchi spesso legati alle varie fazioni del regime, oppure figli e parenti dei burocrati e dei gruppi di potere ai vertici dell’establishment. Mentre i lavoratori e i poveri vengono costantemente umiliati e le loro proteste in difesa dei diritti e della trasparenza nella gestione della cosa pubblica sono schiacciate, assistiamo ai più vergognosi fenomeni di accaparramento delle risorse e di corruzione finanziaria della storia del paese.

Lo IASWI difende le sacrosante domande dei lavoratori oppressi e delle masse impoverite iraniane volte ad ottenere l’uguaglianza, la libertà e la giustizia economica e sociale. La Repubblica Islamica è un feroce regime capitalista e neo-liberista e deve essere condannato dai lavoratori, dalle sinistre e dalle forze progressiste in tutto il mondo. Noi crediamo che la sinistra degli altri paesi non sia giustificata in alcun modo a rimanere in silenzio di fronte ai crimini e alla repressione condotte da questo regime.

Nel corso degli anni lo IASWI e altre organizzazioni  operaie e socialiste hanno sottolineato che le varie evoluzioni delle relazioni tra l’imperialismo U.S.A., i suoi alleati e il regime della repubblica islamica e i suoi alleati non hanno niente di progressista. Un punto di vista progressista e di classe difende una pace reale e l’indipendenza del movimento operaio: un punto di vista anti-capitalista non solo si oppone alle sanzioni economiche, ma anche a qualsiasi tentativo da parte degli U.S.A. e dei suoi alleati di minacciare una guerra contro l’Iran, appoggiando – nello stesso tempo – le crescenti lotte dei lavoratori contro il regime islamista-autoritario e i capitalisti in Iran, i quali hanno attuato senza scrupoli e con feroce determinazione le più aggressive politiche totalitarie e neoliberali ai danni dei lavoratori della storia contemporanea di questo paese.

Ci opponiamo fermamente e condanniamo qualsiasi interferenza operata nei confronti del movimento in corso da parte dell’amministrazione Trump, dei suoi alleati – vedi il regime Israeliano – e dell’opposizione pro-monarchica di destra iraniana. I lavoratori e i poveri sanno bene che le politiche fascise e diultra-detra di Trump non porterebbero altro che disastri per il paese. Abbiamo bisogno che i lavoratori, le forze progressiste e socialiste in tutto il mondo mostrino solidarietà nei confronti della classe operaia e degli sfruttatati in Iran per aiutare il movimento anticapitalista, contro la povertà e per la giustizia sociale a rafforzarsi, aumentando gli sforzi per identificare e isolare gli elementi di destra, nazionalisi e imperialisti.

Un colpo a uno è un colpo a tutti!

 

Note

[1] Si veda “Stato e Rivoluzione” di V. Lenin.

[2] Sembra che la fazione conservatrice del regime clericale iraniano sia legata a quei settori borghesi che più hanno approfittato in questi anni dell’embargo (arricchendosi, insomma, grazie alle opportunità speculative aperte dalle sanzioni), oltre ad avere maggiore presa sull’apparato produttivo pubblico: anche se ciò non significa che i “pasdaran” siano contrari alle privatizzazioni, delle quali società affiliate alle “guardie della rivoluzione” hanno beneficiato. Si veda: http://www.bbc.com/news/world-middle-east-10743580. I riformisti, capeggiati da Rouhani, invece, hanno come punto di riferimento settori capitalistici interessati a riaprire il paese agli investimenti esteri e al commercio internazionale.

[3] Anche se l’analogia con gli avvenimenti in Iran ha il suo limite nel fatto che qui il movimento nelle piazze sembra – a tutt’oggi – meno esteso, mentre il ritardo dei lavoratori egiziani era legato in buona parte al fatto che il regime aveva ordinato la chiusura delle banche obbligando molte aziende a rimanere chiuse.

[4] Un altro sintomo dell’imbecillità de campisti consiste nel pensare che l’occidente sia un blocco compatto dietro gli U.S.A. mentre le recenti vicende iraniane mostrano quanto ciò non sa vero, mentre Trump parla più o meno esplicitamente di “Regime Change” la Mogherini, ad esempio, fa qualche generico appello a non usare la violenza e dichiara di aver intenzione di seguire con attenzione il processo in corso, mentre non si segnalano particolari dichiarazioni da parte delle varie cancellerie. La questione è che “gli europei” – e anche qui, lungi da noi “omogeneizzare” in generale gli interessi dei vari imperialisti del continente – nutrivano grandi speranza nei confronti della fine delle sanzioni all’Iran e dunque rispetto a Rouhani e alle possibilità di accordi commerciali, investimenti etc. con la repubblica islamica (gli U.S.A. invece – sebbene con Obama abbiamo promosso una distensione – non hanno vitali interessi in termini di esportazione di capitale in Iran e in Medio-Oriente in generale: la regione gli “sta a cuore”, in gran parte, nella misura in cui l’egemonia del dollaro è intimamente legata all’acquisto in valuta statunitense del petrolio).

[5] International Alliance in Support of WOrkers in Iran (“Alleanza Internazionale a sostegno dei lavoratori in Iran”).