Da diverse settimane il dibattito a sinistra è entrato nel vivo. Al centro della discussione è ovviamente il percorso Potere al Popolo, una lista elettorale costruita da militanti del movimentismo di diverse tendenze e ispirazioni teoriche (post modernismo e operaismo su tutte) assieme ai gruppi dirigenti delle organizzazioni della recente storia della sinistra radicale non rivoluzionaria (Rifondazione, PCI, Carc, Sinistra Anticapitalista, Rete dei Comunisti) e a segmenti importanti dell’ala demoprogressista della borghesia di sinistra de l’Altra Europa con Tsipras, i costituzionalisti democratici e le organizzazioni cristiane di base attive nelle reti di solidarietà ai migranti.

Un insieme di gruppi e organizzazioni differenti tra loro, ma accomunate tutte dalla stessa mancanza di strategia (cioè un piano per il superamento del capitalismo). Un percorso che se sfociasse in partito politico e se riuscisse a intercettare settori della burocrazia sindacale Cgil (come già sta provando a fare da tempo a Napoli e ora sul piano nazionale) e a drenare voti degli elettori del popolo della sinistra dal M5S potrebbe riuscire a superare lo sbarramento del 3% (una ipotesi non prevedibile al momento, ma possibile sicuramente).

Non ci vogliamo soffermare in questo contributo al dibattito sui demeriti della lista Potere al Popolo (proprio mentre scriviamo stanno diventando pubbliche le candidature della lista e già i nomi in diversi collegi sono espressione delle aree neoriformiste, della burocrazia sindacale e così via, quindi ci torneremo con un articolo approfondito di merito su programma e candidati).

Per non rischiare di ridurre la lotta al riformismo a un posizionamento “da barricata” di principio, pensiamo sia necessario improntare anche una critica alle aree rivoluzionarie o a tutti quei compagni e militanti che riconoscono il progetto di PaP come una pericolosa deriva riformista che sta in poco tempo liquidando tutte le organizzazioni di lotta di sinistra del Paese.

La sinistra rivoluzionaria oggi è incapace a costruire un’alternativa credibile anche tra i militanti di sinistra e che possa proiettarsi sul terreno delle grandi masse, per diversi fattori. Uno è oggettivo e cioè: non vi è un grande movimento generalizzato di lotte di classe, una stagione politica di mobilitazione che coinvolga milioni di persone sul terreno dello scontro frontale con lo Stato e i padroni. Ma questo elemento non è il solo (bisogna riconoscerlo, altrimenti il rischio è quello di trasformarsi in un gruppo di ciarlatani che per giustificare le proprie incapacità soggettive coprendole con una visione ideologica di problemi oggettivi “non superabili” nel breve periodo).

Ci sono una serie di aspetti soggettivi che i rivoluzionari fanno fatica a superare per via di errori dovuti alla mancanza di “tradizione”. Una tradizione che si è persa e che si perde in relazione a queste incapacità e che in Italia bisogna provare a (ri)costruire.

Oggi se PaP riesce a inglobare il 90% delle organizzazioni di sinistra è anche per l’incapacità dei rivoluzionari di costruire una piattaforma alternativa, che possa essere percepita come un percorso serio dalle avanguardie. Al netto, ovviamente, delle tare teoriche (checchè ne dicano i fautori del “fare e non parlare”, le falle teoriche producono errori come quelli che stanno avvenendo in queste settimane), il punto è che non esiste oggi un percorso su cui riconoscersi in altro senso, cioè non compatibile col sistema (PaP non ha un programma di superamento del capitalismo, non prevede lotta alle burocrazie sindacali, lavora compatibilmente con lo stato di cose).

La mancanza di un’alternativa rivoluzionaria è dovuta, fra le altre cose, a diversi elementi anche soggettivi come (a) l’incapacità di concepire una battaglia sul piano dell’egemonia (cioè una battaglia di propaganda in relazione agli attuali sistemi di comunicazione – unico punto di metodo condivisibile del Ex Opg – costruita sulla centralità del programma e della presenza del movimento operaio, che faccia da traino per gli altri settori di altre classi impoveriti dallo stesso gioco capitalistico) e (b) l’inadeguatezza nel saper mettere in relazione le battaglie strutturali (le lotte in fabbrica, nella logistica, nelle scuole, nei territori, etc.) con quelle sovrastrutturali (presenza elettorale, campagne di carattere politico, non strettamente sindacali, su tv, giornali, assemblee, convegni, etc.).

Allo stato odierno le aree rivoluzionarie si limitano al piano della lotta economica senza riuscire a sviluppare quello della lotta politica (es.”A noi non ci frega delle elezioni, noi facciamo le lotte tutti i giorni”). La sfida, invece, è riuscire a coniugare l’intervento nelle lotte con quello politico, che non significa avere un programma di minima (capiamoci: per programma s’intende non un qualcosa semplicemente scritto su un foglio, ma un piano strategico che è sì scritto, ma che vive quotidianamente nelle lotte di classe che si fanno e dirigono) e uno di massima, ma saper unire questi due piani.

La forza di PaP non è tanto l’intervento strutturale (non ci sono consistenti settori di lotte operaie, a parte le burocrazie sindacali presenti, lavoratori avanguardie di lotte importanti del Paese non ce ne sono, se non in parte ultraminoritaria), bensì il piano della propaganda sovrastrutturale. È proprio questa la forza di PaP, l’aver coniugato alcuni interventi di tipo movimentista o del sindacalismo di base con il piano di cosa fare sul versante politico. I compagni di PaP propongono una soluzione riformista, ma se avessero scisso i due aspetti (strutturale e sovrastrutturale) non sarebbero riusciti a innescare questo nuovo fenomeno politico.

Se c’è una lezione che i rivoluzionari devono trarre dall’attuale fase è che devono superare tare infantili o attitudini ultrasinistre e devono approcciare a un metodo serio di battaglia. La sfida è fare in modo che le lotte siano l’anatomia della prospettiva politica, le gambe su cui cammina un progetto alternativo; una prospettiva politica sia il sistema nervoso centrale che muove il corpo in modo coordinato e orientato. Solo così politicamente possiamo incidere, altrimenti dopo le delusioni riformiste (questo sarà il risultato politico di PaP, un contenitore che tradirà se si trasformerà in partito e porterà nuova disillusione, come successo a Rifondazione passata da 100 mila iscritti a quattro debosciati opportunisti in giro per le province d’Italia), ci sarà solo ulteriore disgregazione.

La nostra sfida è animare una polarizzazione su basi rivoluzionarie oggi. I percorsi come PaP rischiano di ritardare per altri 5 o 10 anni la costruzione di una forza rivoluzionaria.

Per questi motivi crediamo sia necessario lavorare alla costruzione di un fronte anticapitalista con l’insieme delle realtà che condividano un intervento pratico di lotta comune e un programma complessivo di trasformazione della società.

Un impegno che, oltre alla FIR, altre realtà hanno deciso di assumersi e che vogliamo costruire anche in termini di proiezione pubblica e di piazza.

Douglas Mortimer