Le relazioni tra lavoratori e imprenditori come le abbiamo conosciute fino alle soglie del 2000 sono oramai un ricordo dei tempi che furono, durante i quali in politica c’era l’illusione socialdemocratica del Partito della Rifondazione Comunista, nei posti di lavoro l’illusione della concertazione sugli spiccioli e nella società un contesto normativo meno autoritario di quello odierno. La Legge Biagi e il G8 di Genova del 2001 hanno rappresentato la soluzione di continuità col passato; la lacerazione tra il vecchio e il nuovo, non soltanto tra Stato (borghese) e classe (proletaria) ma pure tra questa e le giovani generazioni. La crisi del 2008 poi ha fatto da ulteriore spartiacque con l’introduzione di leggi, tra cui Fornero, JobsAct e Buona Scuola, che hanno reso difficile alle masse oppresse il poter pensare ad altro al di fuori della ricerca permanente di stabilità economica.

La mancanza di futuro, accompagnata dall’allungamento della giornata di lavoro e dei ritmi, ha ridotto al minimo i tempi da poter dedicare ad altro per gli occupati, mentre ha inghiottito nella disoccupazione e nella depressione chi un lavoro non lo tiene.

Una situazione resa ancor più precaria dalla mancanza di riferimenti politici dopo la sparizione e marginalizzazione di qualunque sinistra minimamente radicata tra i lavoratori, sia pure essa soltanto riformista, e l’alto tradimento di tutte le maggiori organizzazioni sindacali dei lavoratori (in alcuni casi anche di quelle minori del cosiddettosindacalismo indipendente).

 

Una campagna elettorale impalpabile: il razzismo unico argomento che emerge

La campagna elettorale del 2018, infatti, è ridotta ai minimi termini. Non è un caso. È il riflesso della galoppante crisi organica (l’insieme di aspetti economici, civili e sociali) e della deriva progressiva deriva autoritaria. Sparita (o quasi) la politica sul campo fatta di comizi, assemblee nei territori, tutto si svolge tra le quattro mura di hotel lussuosi oppure nei talk-show televisivi. In questi il contraddittorio si mantiene nel recinto della difesa dell’ordine sociale esistente. Nessuno pone in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione. Nessuno dice a chiare lettere che non esiste alcun motivo razionale per cui poche famiglie debbano detenere il 98% della ricchezza prodotta. Nessuno che spiega a chiare lettere che nessun governo, sia esso di destra o di sinistra (anche radicale) farà gli interessi di operai, studenti, disoccupati, pensionati e immigrati. Assistiamo a dibattiti dove quelli di destra dicono le stesse cose (o quasi) di quelli di sinistra e i giornalisti sono d’accordo con entrambi. Come nei processi-farsa nelle dittature dove accusa, difesa e giudice sono la stessa cosa, la campagna elettorale odierna è oramai un affare privato tra i partiti della confindustria, delle banche e del ceto medio impoverito.

Matteo Salvini parla come un qualsiasi cliente del baretto sotto casa. Dice cose immediatamente visibili, come la povertà, ma le presenta come causa dei mali del nostro tempo. Per cui, l’immigrato povero, maleodorante e malvestito, diventa il motivo del degrado nel quartiere. L’operaio italiano, senza più Partiti, sindacati o assemblee in cui organizzarsi, ne sente il cattivo odore e ne vede le vesti stracciate. Lo identifica come nemico.

Di Maio del M5S ritratta il profilo programmatico euroscettico e antieuropeista per approdare a uno più sobrio e accomodante (dal punto di vista borghese) del ridiscutere i trattati europei (tradotto significa il rinegoziare il ruolo di potenza egemonica dell’imperialismo italiano nella coalizione UE) nel mentre deve affrontare lo scandalo rimborsopoli e quello dei massoni candidati nelle sue liste. Un partito che doveva “aprire il parlamento come una scatoletta” e che invece ha palesato di essere come “tutti gli altri”.

A sinistra si scompone il PD – riflesso anche questa scissione della crisi in atto ma pure delle sue tendenze alla polarizzazione a sinistra -, formando Liberi e Uguali, un partito che ha un programma simile a quello di Potere al Popolo, ma che allo stesso tempo ha alla sua direzione quelli che hanno votato il programma che dicono di voler abolire.

Potere al Popolo, la c.d. “novità”, come l’ha definita De Magistris, si avvinghia sulle percentuali elettorali tormentato dalla possibilità di finire col prendere meno voti che la sola Rifondazione avrebbe preso senza questa lista mista (I dati EuroMedia, gli unici con una valenza reale – quelli con cui Berlusconi ha vinto 2 campagne elettorali – li danno in media all’1%), prova ad autorappresentare un conflitto che non vi è nella società. L’intuizione della prospettiva politica da dare ai lavoratori c’è in alcune sue componenti, ma questa lista dice le stesse bugie di “tutti gli altri”. Alle domande dei giornalisti rispondono che aboliranno il Jobs Act e le leggi di precarietà. Ma queste sono promesse da marinaio che abbiamo sentito e risentito per tutti i 70 anni della Repubblica.

Piuttosto che rivendicare l’impossibilità materiale di fare leggi per i proletari, pure nel caso vi fosse un governo “di sinistra”, i suoi rappresentanti partecipano al gioco con lo stesso linguaggio dei politicanti. Niente a che vedere col ruolo dei “tribuni rivoluzionari” nelle istituzioni borghesi, di cui pure ci sarebbe bisogno ma per la cui formazione non esistono scorciatoie. Da qualsiasi latitudine e longitudine si guardino queste elezioni risultano essere probabilmente quelle più a destra degli ultimi 30 anni, nonostante la presenza della “Podemos italiana” (Potere al Popolo) i cui cardini programmatici e le cui proposte sono spaventosamente retrograde rispetto al dibattito necessario nel movimento operaio.

Gli unici che escono rafforzati da questa campagna elettorale sono i gruppi di destra organizzati attorno a fomentatori di odio xenofobo come Salvini, che h24 in televisone sputano veleno sulla pelle di povera gente che scappa dalle guerre alla ricerca di un vita migliore. D’altronde per le destra è un gioco facile. Lapo Elkaan non lo si vede, a parte qualche rotocalco mainstream che mostra quanto sia bello pippare coca, perché è ben vestito e passa il suo tempo di vita tra un party e una conferenza tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America.

Non la si vede l’assemblea di Confindustria che chiede ai Partiti del Parlamento leggi per precarizzare il lavoro, limitare il diritto di sciopero, togliere il diritto di rappresentanza e così via. Il linguaggio che viene utilizzato in questi salotti è criptico per i proletari: “flessibilità”, “far ripartire l’Italia”, “joint venture”, “WCM 4.0”. Paroloni incomprensibili per chi ha la preoccupazione di accudire i figli e o per chi varca i cancelli alle ore 6:00 per dedicarsi 8 ore a montare dei pezzi che verranno collegati ad altri pezzi e che faranno accumulare capitale all’azienda.

È più comodo e facile prendersela col “negro”, un morto di fame qualunque che se aggredito nessuno difenderà. È sotto casa, utilizza i mezzi pubblici, talvolta chiede l’elemosina, lavora nei campi di pomodoro per 3 euro all’ora o nei magazzini, puoi immediatamente vederlo. Immedesimarsi nelle parole di Salvini è facile e l’instabilità sociale diventa reazione perché ci si aggrappa alla bugia per cui sarebbero i migranti ad aver sprofondato i livelli di salario degli italiani. Questo immaginario sociale ha costruito un clima di tutti contro tutti. È stato favorito dai partiti come il PD, con le sue leggi contro il lavoro (JobsAct) e razziste (Minniti-Orlando) e da quella schiera di prezzolati del lavoro intellettuale, in particolar modo storici e giornalisti, che hanno scelto di far sedere al tavolo del dibattito i sostenitori della supremazia razziale, in nome di una presunta “libertà di espressione” (come se poi esistesse davvero nella sostanza questa libertà per chi non ha mezzi economici per imporre le proprie idee).

Un processo che, però è onesto dire, non è iniziato recentemente con Salvini a capo della Lega. Parte da lontano. Si annida nelle difese della democrazia contro la sinistra extraparlamentare da parte del Partito di Berlinguer – il “Grande PCI” i cui parlamentari uscivano dall’aula durante i voti di fiducia ai barcollanti governi antioperai democristiani – e prende slancio dopo l”89. Berlusconi poi ha aperto i tombini delle fogne – dove tra dibattiti sui crimini dei partigiani jugoslavi, comunisti che bollono bambini e leggi razziste – liberandone l’olezzo populista nel Paese.

I suoi governi hanno finanziato le TV pubbliche per presentare in prima serata fiction securitarie dove il “poliziotto buono” si occupa della sicurezza del cittadino medio e dove i fascisti in fin dei conti “sono dei bravi italiani” (Carabinieri, Il cuore nel pozzo, il Commissario Montalbano, etc.). Programmi sulle TV private Mediaset hanno presentato l’inciucio pomeridiano da Barbara D’Urso, del flirt in pubblica piazza di Uomini e Donne e del Grande Fratello.

Tutto questo per 365 giorni all’anno per 20 anni! Un’iniezione velenosa di propaganda padronale a cui i proletari non hanno potuto rispondere, sia perché gli “anticorpi” (sindacati, partiti, organizzazioni) dei lavoratori si erano già venduti mani e piedi ai governi delle banche e della Confindustria, sia perché gli “antidoti” si sono rivelati inefficaci se non addirittura tossici (bertinottismo ai tempi del “Prc contaminato dai movimenti”, Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile e ora Potere al Popolo).

Ciò mentre all’accordo del luglio ’93, alla Legge Biagi, al Collegato Lavoro, al Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale, al Jobs Act, si accompagnavano decine e decine di contratti-bidone di primo livello e secondo livello firmati dalle burocrazie sindacali di CGIL, CISL e UIL in tutte le categorie sia del pubblico che del privato. Completavano il tutto i voti di fiducia ai governi che chiedevano queste leggi da parte dei partiti storici dei lavoratori (Governo D’Alema col sostegno dei cosuttiani del PdCI e Governo Prodi con sostegno di Rifondazione Comunista).

La sinistra ha inseguito legislatura dopo legislatura la “borghesia illuminata” sempre più a destra finendo con l’assumersi programmi, prospettive e addirittura punti di vista (immigrazione visto come problema, difesa corporativa dell’azienda italiana contro quella straniera, rimodulazione del debito pubblico, uscita dall’UE, la richiesta dei sindacati di “piani industriali”, etc.) dei liberali e delle destre.

Senza “difese immunitarie”, classe operaia e gioventù sono rimasti completamente disarmati. In questo quadro il “vomito” reazionario dalla pancia delle masse era qualcosa purtroppo di annunciato.

 

Cosa possiamo fare per rilanciare una prospettiva rivoluzionaria tra i lavoratori

Resta il problema, dunque, di come riorganizzarsi. È un compito arduo per la sinistra rivoluzionaria nei paesi imperialisti in Europa. Non è un problema soltanto italiano quello della rappresentanza del movimento operaio. In altri paesi ha, però, trovato forme di espressione prodotto delle mobilitazioni di classe in risposta alle politiche di austerità. Il protagonismo espresso è stato, però, capitalizzato dalla sinistra riformista che ovunque ha tradito le aspettative di quei settori sociali che vi avevano riposto speranze (Vd. Bloqueo de Esquerda in Portogallo, Podemos in Spagna, Syriza in Grecia).

Il punto, quindi, oggi è che tipo di percorso possiamo mettere in piedi. Fermo restando che senza una mobilitazione generalizzata dei lavoratori (elemento oggettivo) difficilmente si potrà ricostruire qualcosa di credibile. Ma allo stesso tempo le organizzazioni rivoluzionarie possono costruire percorsi (elemento soggettivo) che dialettizzandosi con i lavoratori in lotta possono favorire l’attivazione di alcuni inneschi.

Sicuramente la necessità resta quella di costruire un Partito proletario con un programma rivoluzionario. Non è per noi il prodotto della sommazione di più debolezze – magari per farne una grande debolezza ancor più confusa della piccola – e nemmeno l’autoproclamazione del “partito della rivoluzione” della “giusta linea” e del “solo la rivoluzione”, “solo il governo dei lavoratori”, etc. Sono i fatti storici a sentenziare se si è “Partito della rivoluzione”. A maggior ragione se i proclami astratti sul governo dei lavoratori non trovano riscontro e nessuna radice nelle lotte dei settori più combattivi del mondo del lavoro.

Noi pensiamo che la costruzione di un Partito rivoluzionario – formato da operai delegati di fabbrica (o considerati punti di riferimento da altri operai), da disoccupati che ne organizzano altri, da studenti che dirigono le mobilitazioni, da militanti del lavoro intellettuale che formano gli operai come “intellettuali organici” – non sia semplicemente la raccolta di un certo quantitativo di tessere, dove persone comuni con più o meno la stessa idea sottoscrivono il programma e giurano fedeltà al Partito. Questa concezione la lasciamo all’anticapitalismo di testimonianza, quello per cui formare un partito significa non forgiare i propri militanti nella battaglia, nel lavoro sia legale che illegale, fuori i cancelli, nelle facoltà, sui territori, etc., bensì portare la propria bandierina a questo o quel corteo organizzato da altri. Lasciamo volentieri questo metodo a chi piuttosto che formare, in un lavoro lungo e difficile, quadri militanti nel movimento operaio preferisce la (presunta) scorciatoia del Popolo della Sinistra.

I partiti di togliattiana memoria hanno finito, per noi, il loro tempo. Erano sbagliati all’epoca figuriamoci oggi che la realtà dello scontro di classe mostra tutto il suo volto cinico e crudele, col killeraggio di immigrati da parte dei fascisti, cariche della polizia ai picchetti dei lavoratori, idranti sulle manifestazioni contro il governo.

La sinistra “comunità”, quella delle “case del popolo” e dei circolo sotto casa dove si giocava a briscola e si faceva la tombolata è finita da un pezzo. È una concezione che oggi può portare solo ad appoggiare i sindaci della parte bene delle città, come De Magistris, e a mescolarsi con l’associazionismo civico che con classe e rivoluzione ha veramente poco a che vedere.

Ma costruire questo tipo di partito, cioè una direzione cosciente con una strategia chiara e delle tattiche – le più disparate – coerenti con gli obiettivi strategici che si dà per la classe, è un percorso, non avviene d’un colpo. È il prodotto di una battaglia politica da parte di una corrente rivoluzionaria. Può prevedere, ad esempio, periodi in cui un gruppo di rivoluzionari costruisce una frazione di un Partito di massa oppure una tendenza (come fu per i compagni della sinistra rivoluzionaria nel PRC, quando questo partito aveva decine di migliaia di operai al suo interno); può essere la costruzione di una lega di rivoluzionari che prova a radicarsi nel movimento operaio e nelle sue lotte per poi arrivare a fare un ulteriore salto qualitativo; può essere il prodotto di più partiti rivoluzionari radicati nel movimento operaio che si uniscono e conducono, nei limiti di un perimetro di condivisione strategica, battaglia interna contro concezioni centriste (pericolo sempre esistente).

In nessun caso si fa con il semplice deposito di uno Statuto dinanzi un notaio. Ciò che per altri gruppi è forma (Partito largo senza avanguardie), per noi è sostanza (“Partito quadri con avanguardie”). Per alcune correnti del marxismo questa visione sarebbe alla coda di chi teorizza lo spontaneismo delle masse. La loro è una posizione ideologica per giustificare le proprie incapacità come gruppi di proporre una politica ambiziosa nel movimento operaio, cioè una politica con proiezione di massa. Possono rivedere come meglio credono la storia del bolscevismo, per cui secondo loro erano un piccolissimo gruppo ristretto senza radicamento, ma tutta la battaglia di quella grande esperienza dimostra che il partito bolscevico non fu fondato di punto in bianco, ma che fu il processo di ciò che abbiamo già descritto brevemente poc’anzi: da emancipazione del lavoro, passando per la nascita dell’Iskra fino alla battaglia contro i menscevichi nel POSDR.

Per questo come FIR abbiamo rifiutato di costituirci in partito. Pure se ci fossimo denominati con questa dicitura non lo saremmo stati nella sostanza (cosa che invece fanno diverse sette del trotskismo italiano). L’ennesimo partitello della giusta linea “trotskista” autoproclamato e autocentrato. Una caricatura del partito di Lenin e Trotsky, insomma.

È imprescindibile, invece, un giornale. È un’impalcatura centrale nella costruzione di un’area politica. Senza di esso non esiste organizzazione strategica, ma solo gruppi che si muovono a zig zag al massimo nel terreno dell’economicismo. Un organizzatore collettivo di propaganda e agitazione che lanci parole d’ordine con cui i lavoratori possa identificarsi. Uno strumento di reclutamento militante alla lotta dei rivoluzionari. Un lavoro pratico quotidiano, che oggi non può essere nelle forme di macchina da scrivere, penna, calamaio e ciclostile (Marx e Lenin sarebbero affascinati dai mezzi tecnologici con cui si può fare propaganda e agitazione oggi).

Preferiamo, come abbiamo fatto fino ad oggi, lavorare con umiltà, senza autoproclamarci, nelle lotte che stiamo portando avanti, ponendo la necessità di questo tipo di Partito: costruito su un metodo internazionalista (non un semplice internazionalismo “di sentimento”, ma pratico, cioè che lavori alla costruzione di un’Internazionale – o un movimento che vada in questa direzione – e all’unità tra i rivoluzionari e le avanguardie di tutti i paesi per portare avanti lotte politiche comuni); formato attorno alla concezione del centralismo democratico, che non è né il comando del Segretario del Partito nè la mera tolleranza interna verso le opposizioni, come spesso accade sia nei partiti stalinisti che in quelli cosiddetti trotskisti, ma piuttosto la possibilità, nei limiti strategici, di poter costruire la propria battaglia interna sul giornale dell’organizzazione (o sui diversi giornali) e nel movimento; che si costruisce in una chiara e netta lotta alle burocrazie sindacali nei grandi sindacati ma pure nei sindacati di base, assumendo l’intervento in questa o quella organizzazione dei lavoratori a seconda del contesto lavorativo o aziendale, senza concepire in astratto lo “stare nei sindacati di massa” (principio che riconosciamo come valido, ma che va tradotto nel contesto specifico, soprattutto laddove la burocrazia rende impossibile un lavoro dei rivoluzionari in una determinata organizzazione di massa); formato attorno ai principi di un programma dell’oggi, non una lista della spesa astratta di buone intenzioni, ma punti che parlino dei problemi economici, civili e sociali delle masse nel quadro politico odierno e che siano portati sul piano dell’alternativa di potere, cioè che dicano cosa farebbero materialmente gli operai e le masse se formassero un loro proprio governo con nuove istituzioni “dal basso” (le assemblee dei luoghi di lavoro e di vita).

Con questa prospettiva abbiamo proposto in novembre la parola d’ordine del Fronte Anticapitalista. Nelle ultime settimane poi è stata assunta anche da altre realtà, come la direzione del SI Cobas. Per noi è un fatto positivo. L’abbiamo fatto non rivolgendoci soltanto ad altri “trotskisti” (vogliamo costruire un partito, non una chiesa ortodossa), ma pure ad aree politiche diverse dalla nostra che abbiano come cardine l’indipendenza politica del movimento operaio dalla borghesia. Sappiamo bene che da solo come principio non basti (la questione del partito affronta tutte le complessità che sopra dicevamo), ma preferiamo porre in dibattito questi temi con chi è nelle lotte e nei conflitti, piuttosto che unire simili – che poi non sono mai realmente simili – che non hanno un intervento nella classe. La realtà è quella che ci troviamo dinanzi non quella che vorremmo come immaginata nella nostra mente.

Sappiamo che altre organizzazioni di compagni traducono questa parola d’ordine tattica in un altro obiettivo strategico. Ciò è legittimo. Non pensiamo di “scolarizzare” altri gruppi di compagni. Pensiamo, però, che il Fronte possa rappresentare un polo attrattivo in cui delegati, RSU, lavoratori, disoccupati, studenti, donne, possano riconoscersi. Ma per far ciò, per parlare alle grandi masse e non soltanto alle cerchie dei militanti deve avere un programma. Diversamente le masse oggi passive alla militanza non capirebbero perché impegnarsi politicamente (“per fare che cosa?”) e non comprenderebbero questo passaggio propedeutico all’autorganizzazione di massa.

Come FIR, organizzazione che ha lanciato il giornale la La Voce delle Lotte, stiamo facendo questo tipo di lavoro sia sul piano internazionale viaggiando, incontrando rivoluzionari e compagni di altri paesi (la FIR è un gruppo simpatizzante della FT-QI), sia sul piano nazionale dove stiamo lavorando coi compagni e coi lavoratori di diverse organizzazioni sindacali tra cui quelli del Si Cobas. Un sindacato che oggi organizza il settore più combattivo della classe operaia del Paese e che nei documenti programmatici dello scorso anno avevamo individuato come segmento centrale d’intervento politico. Ciò perché, nel contesto di disgregazione sociale odierno e di forte polarizzazione a destra, crediamo che il settore della logistica, dove vi sono presenti migliaia di proletari provenienti dal Maghreb o con legami familiari coi proletari di quelle zone, abbia risentito nel tempo dell’influenza delle primavere arabe e abbia avuto come effetto la radicalizzazione di lotta del proletariato immigrato qui in Italia. Un fattore che ha fatto da detonatore e senza il quale probabilmente non avremmo questa combattività nella logistica. In questo settore si formano le più combattive e tenaci avanguardie, in questa fase, del movimento operaio. Senza di esse non può nascere nessun Partito di quadri.

Il punto, però, è che per noi costruire il Partito rivoluzionario non sarà il prodotto della riproduzione per gemmazione della nostra stessa organizzazione, ma l’insieme dei processi che sopra identificavamo. Non sarà neppure solamente il prodotto della lotta e dell’intervento dei rivoluzionari nella classe. Costruire un Partito rivoluzionario di quadri con influenza sulle masse vuol dire pure misurarsi sul terreno della propaganda verso le altre classi, partecipare a tutti gli ambiti della contesa politica, compresa la farsa delle elezioni, ma non come, ad esempio, sta facendo Potere al Popolo, cioè raccontando la storiella fantasy dei movimenti che vanno al Parlamento e fanno le leggi per i proletari, al contrario dicendo che nessun governo, fosse anche quello più radicale e di sinistra, in queste istituzioni può fare gli interessi delle masse, perché queste sono costruite per mantenere l’ordine e gli interessi del mercato e dei capitalisti. Quando storicamente un governo borghese ha fatto leggi in favore dei lavoratori (per la verità sempre leggi al ribasso rispetto alle rivendicazioni) ciò è stato possibile per via di una mobilitazione di massa prolungata, per una fase di conflitti aperti tra proletari e borghesi – talvolta armati – e per cui quest’ultimi avendo paura di perdere “tutto il potere” hanno fatto delle concessioni (questo il motivo della promulgazione di leggi sulla gestione operaia delle fabbriche da parte del governo Giolitti o, per esempio, dello Statuto dei Lavoratori, della Legge sull’aborto, durante la II Repubblica).

La maggioranza delle organizzazioni a sinistra di Potere al Popolo rifiuta di battagliare per l’egemonia preferendo il terreno del conflitto nei luoghi di lavoro oppure prediligono il terreno della propaganda – principalmente elettorale – senza quello del conflitto di classe. Noi pensiamo che entrambe siano delle distorsioni: la prima porta a una prospettiva senza strategia, di mera lotta economica; la seconda porta al cretinismo elettorale senza alcun senso. Noi pensiamo che queste siano due facce della stessa mancanza di strategia per la presa del potere ed è un problema che dobbiamo affrontare e provare a risolvere.

Coerentemente con questa concezione stiamo promuovendo dibattiti e confronti con compagni e gruppi coi quali condividiamo la pratica di lotta (per noi elemento imprescindibile per valutare possibili convergenze), per verificare possibilità di percorsi unitari tattici (come la proposta del fronte anticapitalista) o anche una possibile fusione politica. Non abbiamo problemi particolari a sciogliere la FIR per fare una nuova organizzazione, a patto che questo eventuale passo indietro rappresenti due passi in avanti. Unire per costruire blocchi senza principi ritarda la costruzione di un partito rivoluzionario, non lo avvicina semplicemente perché ci si è addizionati numericamente.

Un dibattito in tal senso è nostra intenzione costruire in Italia nell’attuale fase. Costruire un partito rivoluzionario dei proletari è il senso della nostra battaglia di lotta nella classe operaia, perché la Storia ha ampiamente dimostrato che senza una direzione e senza una strategia per conquistare il potere sono possibili solo vittorie parziali o sedersi ai tavoli in trattativa coi padroni. Laddove, invece, le masse arrivano a mobilitarsi per una rivoluzione il loro sacrificio e la loro generosità viene svilita delle forze borghesi che si mettono alla sua direzione. Il punto che si pone per noi in agenda non è soltanto sedersi al tavolo ma ribaltarlo e per farlo abbiamo la necessità di costruire una Direzione rivoluzionaria.

 

Douglas Mortimer