Nella tarda mattinata di Domenica 18 Febbraio circa 1500 persone tra migranti e autoctoni si sono riunite in presidio a Sergel Torg, una delle principali piazze di Stoccolma (vicino all’uscita della metropolitana T-Centralen) per manifestare contro la minaccia del rimpatrio forzato dei migranti afghani. L’iniziativa si è svolta nel solco di una mobilitazione europea (European Citizens Against Deportations to Afghanistan).

I promotori dell’iniziativa sono “Elever mot utvisningarna” (studenti contro le espulsioni), “Ung i Sverige” e “#viståinteut”.

Su FB e altri media chiariscono le ragioni della mobilitazione denunciando il fatto che (mia traduzione) “i giovani sono stati esposti ad incertezza legale nel processo di accoglienza. Migrationsverket (l’ufficio nazionale migranti) manca di una prospettiva che tenga conto dei diritti dei bambini. Molti addetti dell’Ufficio sono giovani, neoassunti e privi di esperienza. L’età dei richiedenti asilo è misurata con un metodo non affidabile perché non scientificamente testato. Gli interpreti parlano lingue sbagliate. Speciali unità investigative per i bambini sono state rimosse. Gli addetti non conoscono la realtà dell’Afghanistan. Errori nel protocollo non sono stati corretti.”

Oltre che denunciare i “problemi logistici” dell’Ufficio Migrazione, l’enfasi delle rivendicazioni è tutta incentrata sulla pericolosità della situazione politica e sociale dell’Afghanistan: durante il presidio alcuni migranti, attivisti, ma anche alcuni artisti e intellettuali hanno ribadito l’importanza della logica dell’accoglienza così come insistito nel denunciare l’impossibilità di tornare in un Paese “dove si muore”. “Stop alle deportazioni” e “L’Afghanistan non è sicuro” gli slogan che più risuonavano nei cori e sugli striscioni. Tinte simili mantiene il dibattito politico e mediatico sulla vicenda: i reazionari impegnati a dimostrare che l’Afghanistan tutto sommato è sicuro (oppure a ignorare la sua pericolosità fregandosene del destino dei migranti), e tutti gli altri impegnati a citare i numeri dei morti nei recenti attentati (Ad esempio: http://sverigesradio.se/sida/artikel.aspx?programid=83&artikel=6878001). La ripetitività di questa dicotomia però, così come stare dalla parte dei secondi, non è sufficiente. Bisogna anche chiedersi perché l’Afghanistan vive una situazione politica e sociale così instabile e violenta per le vite dei proletari, dei giovani, dei bambini. Una delle cause è l’invasione statunitense, sostenuta a partire dal 2002 anche dalla Svezia. (N.B. Questo aspetto è stato giustamente denunciato da alcuni volantini distribuiti da alcuni militanti di sinistra al presidio, una minoranza dei partecipanti).

Il resto di quello che manca a quel giusto grido di umanità che si è fatto sentire ieri in Piazza è un’analisi di classe e una prospettiva generale, come ho già segnalato in un articolo scritto a Dicembre, quando ci fu una manifestazione simile in Midborgplatsen, che rivendicava accoglienza e sicurezza dei nuovi arrivati nel paradiso capitalistico dimenticando però che quel paradiso non esiste (Vedi: https://www.lavocedellelotte.it/it/2017/12/17/in-svezia-la-scuola-sciopera-contro-le-espulsioni-dei-migranti-lararemotutvisningar/)

Matteo Iammarrone, corrispondente LVDL dalla Svezia.