Il cosiddetto reddito di cittadinanza, la rivendicazione centrale del Movimento 5 Stelle, non è semplicemente una proposta demagogica, ma in alcune amministrazioni locali rappresenta già una realtà per niente allegra, dal punto di vista dei lavoratori. La settimana scorsa, una lavoratrice è stata licenziata dalla cooperativa dalla quale era impiegata per far posto a due beneficiari di un sussidio associato a un programma di reinserimento occupazionale promosso dal comune di Castelfidardo a guida grillina. Si tratta, come spiega il sindaco Ascani, «di un sostegno a chi è in grave difficoltà con contributo di 400 euro mensili a seguito di un periodo lavorativo e formativo di sei mesi in una delle aziende che ha aderito al progetto». Una delle imprese coinvolte nel piano era proprio la cooperativa in questione (che ha vinto l’appalto per la gestione dell’asilo comunale), la quale al posto della maestra occupata con un contratto regolare, ha assunto due lavoratrici part time alle quali non paga nessuno stipendio, ma solo i contributi pensionistici e assicurativi. Il PD locale non ha perso l’occasione per attaccare i 5 stelle (dimentico del fatto che i primi in italia a proporre forme di “flessicurezza” come la suddetta furono gli stessi esponenti del centro sinistra che oggi denunciano la natura populista della proposta grillina). Così si difende invece il sindaco di Catelfidardo: “l’abbiamo chiamato reddito di cittadinanza perché è una misura ispirata al progetto nazionale, che però è ben diverso. Ma su 35 borsisti abbiamo avuto 6 assunzioni. Spesso sono persone in difficoltà o con disagi. Alcune mi fermano per strada e mi dicono: non lavoravo da anni, mi avete salvato la vita”.

In realtà il cuore dell’idea dei 5 stelle è lo stesso anche a livello nazionale, ovvero vincolare l’erogazione del “reddito di cittadinanza” all’accettazione delle offerte di lavoro proposte dalle aziende coinvolte nelle partnership con le istituzioni. Un principio del genere è inoltre lo stesso delle forme di sostegno al reddito già applicate ad esempio in Inghilterra e Germania, grazie alle quali i padroni riescono a sfruttare la disperazione delle fasce più deboli del proletariato per abbattere il costo del lavoro. Questo, per giunta, usufruendo delle risorse fiscali estratte dai lavoratori stessi (i “danè” per finanziare i sussidi non piovono dal cielo) con il risultato di aumentare la divisione e la diffidenza tra coloro i quali hanno un lavoro regolare e i “lavoratori assistiti”, di fatto pagati dai primi per permettere ai padroni di sostituirli a costo zero.

In seguito alla recenti accuse di voler introdurre forme subdole di supersfruttamento, i grillini si sono affrettati a rassicurare che la loro proposta non è quella di importare in Italia il modello introdotto nei primi anni 2000 in Germania (documentato recentemente da Presa Diretta). In effetti, nel disegno di legge già presentato nella scorsa legislatura, i 5 stelle elencano tutta una serie di misure volte a regolamentare le condizioni di reclutamento dei beneficiari dei sussidi da parte delle imprese. E’ evidente, tuttavia, che i capitalisti sono incentivati ad essere coinvolti in progetti di reinserimento occupazionale solo se intravedono la possibilità di aumentare i propri profitti tramite assunzioni a condizioni più favorevoli del “normale” e riuscendo a spingere al ribasso tutta la struttura salariale tramite un incremento della ricattabilità dei lavoratori impiegati regolarmente (il caso della maestra di castelfidardo è emblematico in questo solco).

L’alternativa che si pone ai grillini è dunque una diserzione massiccia da parte delle imprese da un eventuale progetto di sostegno al reddito iperegolamentato (e pertanto il sostanziale fallimento dell’idea)… Oppure il perfezionamento dell’adeguamento della proposta di “reddito di cittadinanza” ai desiderata della classe dominante. Una traiettoria del genere è già segnalata, oltre che dalla zelante applicazione della flessicurezza a livello locale da parte dei 5s, dalla forma attuale della misura, risultato dell’abbandono per motivi di “realismo” (vedi accettazione delle compatibilità capitalistiche) dell’idea iniziale che contemplava una somma di denaro da erogare in maniera incondizionata a tutti i cittadini.

Si tratta a questo punto di rilanciare la proposta originaria di reddito garantito? Il presupposto della parola d’ordine in questione è quello secondo cui non esista un’alternativa al capitalismo, mentre le recenti evoluzioni della produzione avrebbero reso la classe operaia una forza sociale e dunque politica marginale [1]. Di conseguenza sarebbe necessario concentrarsi su provvedimenti volti a tamponare le storture del capitalismo, articolando rivendicazioni come il “reddito universale” in grado di parlare soggetti sociali ampi, ai cittadini…

La realtà della divisioni in classi della società, tuttavia, si impone sulle rappresentazioni ideologiche, così senza parole d’ordine in grado di mobilitare la classe operaia su un terreno anti-capitalista, è impossibile radicarsi tra i lavoratori, mentre senza radici nella classe operaia è inevitabile cedere alle pressioni della classe dominante (le stesse dietro la trasformazione della proposta grillina di “reddito di cittadinaza” da misura universalistica a grimaldello dei padroni). I 5stelle sono sempre stati una forza indissolubilmente legata alla piccola borghesia, e questo monito non è certamente rivolto a loro, ma a quei settori della sinistra che pensano di poter uscire dall’impasse in cui si è cacciato il movimento operaio – errore dopo errore, sconfitta dopo sconfitta – ascoltando le sirene populiste, con il risultato di continuare a condannare se stessi alla marginalità e i lavoratori all’influenza della retorica interclassista di Di Maio & co. (se non a quella razzista della Lega).

Torneremo nei prossimi giorni con un intervento più articolato inerente il dibattito sul reddito di cittadinanza. Ne frattempo segnaliamo questo articolo uscito su Palermograd. 

 

Django Renato