Colombia. Il risultato delle ultime elezioni politiche del 12 marzo parla chiaro: i partiti contrari agli accordi di pace con le FARC del 2016 trionfano, le sinistre riformiste avanzano e le destre mantengono saldi i loro feudi nazionali. L’unico grande perdente è proprio la formazione ex-militare delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, le FARC. Rinnovato il look, con un cambio di nome volto a poter mantenere quantomeno la sigla originaria (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comùn) e di simbolo, con l’adozione di una rosa centrata da una stella rossa, speravano quantomeno di poter aumentare i propri seggi, cinque già assegnati “a tavolino” dopo gli accordi di pace, i quali comunque restano garantiti fino al 2026. Inutile dire che, con uno schiacciante 0.5% delle schede ottenute a proprio favore, l’esperimento elettorale delle forze dell’ex generale Rodrigo Londono (nome di battaglia “Timoshenko”) e di Ivan Marquez si è rivelato un fallimento su tutti i fronti.

La campagna è stata contrassegnata da episodi tragicomici, come la rovinosa cacciata dei candidati FARC da parte degli elettori di vari paesi dell’entroterra colombiano, e la conseguente sospensione della campagna elettorale poco prima del “traguardo”, e altri più seriamente problematici, come il deterioramento delle condizioni di salute di Londono, candidato comunque ben visto in diverse parti della nazione. Il problema centrale, per le FARC, però, viene da molto più lontano, e non può essere rintracciabile nei possibili inconvenienti incontrati negli ultimi mesi.

 

Prima della svolta elettorale: le FARC nella violenta storia colombiana

Nel 2016, dopo un conflitto durato 52 anni, con un carico di 220.000 morti civili sulle spalle, è stato firmato un accordo di pace tra le FARC e il governo colombiano, guidato dall’allora presidente Juan Manuel Santos. Si è arrivati, però, alla versione definitiva di questi accordi dopo che, a Ottobre, un referendum avesse cassato la prima stesura del testo, messa su carta all’Avana, col 50.2% di “No” consegnati alle urne. Il testo conclusivo, confermato da un voto parlamentare, includeva la presenza fissa di cinque deputati FARC per due legislature, in cambio del disarmo e della smobilitazione dei 7.000 guerriglieri stimati sul territorio. Inoltre, si permetteva alle FARC di costituirsi come partito politico e di poter presentare candidati già alle elezioni del 2018. Una soluzione politica rigettata, però, dalla maggioranza dei colombiani, a differenza del loro governo.

Questo rigetto è motivato da una storia molto complessa, che, anche nel quadro ampio e problematico delle varie formazioni guerrigliere di ispirazione marxista-leninista del centro-sud America, ha fatto si che le FARC siano sempre balzate all’occhio degli esperti come una forza difficile da analizzare nel dettaglio. Mentre è innegabile il sostegno goduto in alcune delle zone collinari, rurali e montuose del paese, dove formazioni paramilitari nazionaliste o legate al narcotraffico spesso vessavano la popolazione contadina, la quale ha trovato protezione e sostegno in molti casi nelle FARC, parimenti è innegabile quanto la brutalità dei loro metodi (aldilà delle divergenze teoriche militari col marxismo) abbia isolato non solo gran parte del ceto medio delle città, ma anche della classe operaia urbana (che comunque, in un paese come la Colombia, costituisce una minoranza significativa rispetto ai “campesinos”). Catturano l’attenzione il frequente uso del narcotraffico come forma di autofinanziamento (vedi scritti in merito del Wilson Center e di UK Reuters, ratificato poi come strumento ufficiale dal Settimo Congresso dell’organizzazione), l’occupazione unilaterale delle terre delle popolazioni indigene (al pari dell’esercito nazionale;) e l’impiego di bambini-soldato in modo analogo ad alcune bande dei signori della guerra (ma già dal 2016 è stato rilasciato l’ultimo minorenne attivo nei ranghi della milizia).

Come per molte formazioni attive sul suolo colombiano, le radici storiche delle FARC si rintracciano nel duro periodo noto come “La Violencia”, quando nel 1948 Conservatori e Liberali, le due principali formazioni politiche del paese, si scontrarono in una guerra dai risvolti umanitari catastrofici. Nelle montagne della Colombia, però, movimenti e formazioni marxiste subivano la repressione da parte di entrambe le milizie, e in questo quadro il Partito Comunista Colombiano decise per la prima volta di armarsi e formare proprie squadre di autodifesa. Nel 1958, alla conclusione della guerra, per mano del generale Rojas Pinilla, i partiti liberali e conservatori si unirono nel Fronte Nazionale; spinti da un canadese benestante, Lauchlin Currie, decisero di alternare il proprio potere ogni quattro anni e di implementare una selvaggia liberalizzazione dell’economia (si veda la cosiddetta Accelerated Economic Development Policy), mista a una repressione senza pari e all’uso di squadroni della morte per sedare il dissenso. Fu così che, nel 1964, per mano di Manuel Marulanda Velez, un guerrigliero del PCC, viene istituito il cosiddetto Bloque Sur, laddove, durante La Violencia, era stata istituita la comunità della “Repubblica di Marquetalia” (dal nome del villaggio che racchiudeva) ispirata a ideali comunisti: è il nucleo originario delle FARC, distintesi subito per la loro resistenza efficiente e feroce ai latifondisti –in un paese dove il latifondo consisteva, nel 1970, nel 77% della proprietà agraria del paese, col 5,7% della popolazione in controllo del 70% del terreno coltivabile). Ne scaturì così un conflitto estenuante e costosissimo in termini non solo di vite umane, ma anche di sostenibilità economica da parte dei miliziani, fattore che lì portò ad adottare, come già menzionato, l’esportazione di cocaina come principale metodo di autofinanziamento, entrando anche in competizione diretta con Pablo Escobar, il ricchissimo signore della droga che dominò il mercato internazionale della droga durante gli anni Ottanta.

 

Che Guevara, le FARC e il fochismo sudamericano

Una nota di interesse per comprendere le decisioni politiche e strategiche delle FARC è costituita da una visita di Ernesto Che Guevara nel 1952, più precisamente il 6 luglio, in Colombia. Avvenuta all’apice della Violencia, Guevara affermò: “C’è qui più repressione della libertà individuale che in ogni altro paese che ho visitato; la polizia monitora ogni angolo di strada, armata di fucili, sempre pronta a chiedere i documenti ogni manciata di minuti… l’atmosfera è tesa, e sembra che stia per scoppiare una rivoluzione. La campagna è in rivolta aperta, e l’esercito non ha la forza per sopprimerla”.

Questa citazione è utile per spiegare la vicinanza tra le FARC ed il fochismo, o teoria del fuoco, cioè la concezione per la quale una formazione armata di rivoluzionari, indipendente e separata dal movimento operaio e da altri movimenti degli oppressi, potesse accendere un fuoco e far estendere come un incendio la lotta rivoluzionaria per l’abbattimento del capitalismo in tutto il paese, a partire dall’organizzazione e dalla lotta armata delle masse contadine povere – componente della società che in Sudamerica, a differenza che in Europa, era molto significativa quando fu formulata questa teoria – e quindi a partire dalla centralità politica dei contadini rispetto agli operai al fine del superamento del capitalismo, a differenza dell’analisi marxista. Questa teoria ha le sue radici teoriche nelle riflessioni del Che, il quale ha, come già detto, visitato più volte la comunità di Marquetalia, prima del suo sgombero forzato nel 1964 come predisposto dal Piano Laso (un’operazione organizzata dagli USA per scacciare e distruggere le guerriglie comuniste nel paese, onde evitare una nuova “situazione cubana”). I cosiddetti “Diari di Marquetalia”, scritti dal miliziano Jacobo Arenas, testimoniano vivamente il legame tra la rivoluzione cubana e l’ispirazione fochista delle Comunas del PCC.

 

La rovina politica dopo la guerriglia

L’epoca dell’ERP in Argentina e dell’URNG in Guatemala (altre formazioni tendenti al fochismo), però, può dirsi ormai conclusa: e quale epitaffio migliore per questa teoria se non la sconfitta del suo esponente più di spicco del ventunesimo secolo? Dopo un percorso lacerante per arrivare ad un mezzo accordo di pace con un governo di centrodestra nel 2016, le FARC hanno dimostrato particolari carenze nel candidarsi, senza neanche darsi il tempo di costruire in modo strutturato e ben radicato un partito legale, a queste elezioni parlamentari. Tempo un mese e tutto sembrava già pronto: il logo, gli slogan, il programma e la campagna elettorale. Oltre ad alcune accuse di intervento dei paramilitari, non confermate da nessuno se non dalle FARC stesse, ma che comunque possono essere avvenute – considerato il clima pericoloso che ancora la Colombia vive tutt’oggi-, vi è un dato fondamentale da aggiungere al quesito: a un paese serve tempo per curare ferite dovute a cinquant’anni di conflitto armato. Il tentativo baldanzoso di utilizzare l’acronimo “FARC” non è risultato come un coraggioso gesto di sfida alle istituzioni borghesi (con le quali le guerriglie avevano non solo collaborato in passato, come nel caso del governo Uribe del 2002, ma con le quali avevano anche condiviso tattiche discutibili in più occasioni), quanto uno schiaffo in faccia ai cittadini che, piuttosto che vedere certi volti sulla scheda elettorale, avrebbero preferito vederli in galera.

Pur estraniati e malvisti dalla maggioranza della popolazione, oggi dieci ex-leader guerriglieri siedono in parlamento. Ma il dieci aprile, nel mezzo del processo di pace (ricordiamo che gli accordi dell’Avana non sono ancora stati applicati per intero nel concreto) arriva, come un fulmine a ciel “sereno”, la notizia dell’arresto di Jesus Santrich, una figura fondamentale nella storia delle trattative tra governo e guerriglia. Sarebbe accusato di aver voluto smerciare una quantità di cocaina negli USA pari a 320 milioni di dollari. Santrich avrebbe dovuto essere uno dei parlamentari della nuova legislatura. Il presidente Santos ha già affermato che non tenterebbe di fermare l’estradizione, in quanto l’amnistia per i membri delle FARC non si applica a crimini effettuati dopo la firma dell’armistizio. Ivan Marquez, leader storico, non prova neanche a lanciarsi in un’apologia (che risulterebbe assai imbarazzante) dell’ex-compagno: “Questo è il peggior momento che abbia passato il processo di pace.”, afferma ai microfoni di Al Jazeera. Chucho Narinho, un leader regionale delle FARC, afferma che la situazione è “demoralizzante, umiliante”. Nonostante queste dichiarazioni, le FARC cercano di smentire la loro collusione con i narcotrafficanti in un comunicato congiunto uscito sul loro sito, ma è legittimo chiedersi quanta credibilità detengano ancora i militanti del partito, alla luce delle dichiarazioni dei loro parlamentari.

Oggi, per i marxisti colombiani, anche in vista delle presidenziali del 27 maggio, è forse il caso di chiedersi se non sia meglio abbandonare definitivamente la zavorra NON dell’ipotesi rivoluzionaria, quanto della mitologia guerrigliera che, già dai primi anni duemila, non smette di far danni agli ex-FARC, ai contadini delle montagne colombiane, che restano tutt’oggi la classe più svantaggiata del paese, e al movimento operaio colombiano e sudamericano, che pochi giorni fa ha dimostrato di essere comunque ancora vivo e vegeto, quando i sindacati sono scesi in piazza per protestare contro la malagestione di una petroliera e il suo affondamento, con conseguenti danni umani e ambientali di portata molto elevata, o quando varie delegazioni hanno celebrato la giornata internazionale della lotta campesina lo scorso 17 di aprile. In un contesto dove gli squadroni della morte, nonostante le smentite di USA e governo eletto, ancora si aggirano tra le foreste e le montagne di un paese uscito malconcio dalle proprie violenze storiche, e il nuovo governo sembra voler spingere altre riforme di tipo neoliberista (che ovviamente andranno a colpire, come si è sempre visto, i contadini poveri e gli operai), ora più che mai è importante un bilancio critico teorico-politico dell’esperienza delle FARC e una unitaria, decisiva e convinta risposta di classe, dai contadini agli operai, di città e campagna, per sovvertire le sorti di un paese portato allo stremo.

 

Post scriptum

Il giornale americano Guardian riporta che il 12 aprile, a seguito di un rapimento, i giornalisti Javier Ortega, il fotografo Paul Rivas e il loro autista, Efrain Segarra, sono stati trovati morti in Colombia. La loro uccisione è stata rivendicata da un gruppo dissidente delle FARC, che sembra contare 1.200 membri ancora in libertà e armati.

 

Luca Gieri