Una recente analisi dei redditi per aree geografiche esplicate nel progetto Strategia Nazionale per le aree interne – promosso dalla Presidenza del Consiglio – evidenzia la tendenza alla concentrazione delle attività economiche produttive e dei servizi nell’area delle grandi metropoli.

 Il 60% dei comuni d’Italia sono oramai aree in cui non vi sono più servizi e produzione; luoghi dove vive meno di 1/4 della popolazione complessiva del Paese.  Un modello di organizzazione geografica dell’economia che è già affermato in paesi come l’Inghilterra dove, ad esempio, Londra, assorbe il 20% delle attività economiche rispetto a tutto il resto della nazione. Lo stesso accade a Los Angeles, San Francisco e New York negli Stati Uniti.

In un articolo apparso su l’Espresso, Gloria Riva, riporta l’esempio di come a Tolve, un paesino della Basilicata, dopo che il monopolio canadese ha distrutto la produzione di grano locale, la località si sia svuotata e i rimasti senza lavoro abbiano votato Lega esprimendo addirittura un plebiscito. [1]

La Riva, non riesce a vedere in questa dinamica un effetto della riorganizzazione della produzione nelle grandi fabbriche e cade nel leitmotif della sinistra neoriformista sulla centralità del lavoro “cognitivo” rispetto a quello “manuale”.
In realtà, analizzando questi dati si evince come semmai la crisi del movimento operaio sia frutto non della marginalizzazione del proletariato in quanto classe, quanto piuttosto dal connubio di scelte disastrose delle sue dirigenze e dai continui fenomeni di ristrutturazione aziendale delle industrie sul suolo italiano, sostenute sul piano sociale dalle politiche dei governi di centrodestra e centrosinistra degli ultimi 30 anni.

Il voto, ad esempio, nell’Emilia Romagna operaia verso M5S e Lega testimonia infatti il disorientamento della classe, non la sua scomparsa sul piano sociale. Riva al contrario ne vede la sua dissoluzione e la “colpa” di un voto di destra avrebbe la sua causa etiologica nel “mancato attecchimento dell’economia della conoscenza”.

In realtà, questo fenomeno non è nuovo. È frutto di un ripensamento urbanistico delle città e delle aree geografiche, trasformate in senso funzionalista. 

Valeria Fedeli, docente di Architettura del Politecnico di Milano spiega che “è impressionante la quantità di persone che si stanno spostando dalle zone industriali classiche dalla provincia alla città di Milano”.
Fabrizio Barca, promotore del progetto Snai Italia, prova a dare una spiegazione del fenomeno riconducendo questa centralizzazione a “scelte politiche imposte dal Governo a Roma, che non tengono conto delle necessità locali”.

Le tendenze esaminate rispondono alla necessità del capitalismo di concentrare i propri affari in grandi città al fine di snellire e rendere più semplice tutti gli aspetti della produzione di capitale e della sua riproduzione sul piano sociale. Il Governo di Roma, che Barca chiama in causa, è al servizio dei grandi capitali. Per questo il suo piano di lavoro strategico predilige scelte che possano favorire lo sviluppo economico a seconda degli interessi economici della borghesia.

Negli anni ’70, i padroni delle grandi fabbriche per abbassare i livelli di salario, dividere i lavoratori e cacciare dalle fabbriche i rivoluzionari, mettevano in atto profonde ristrutturazioni che da un lato producevano la diffusione del lavoro indotto (rami della vecchia azienda divisi e riorganizzati come società con altri nomi e con meno operai) e dall’altro comportavano la rottura del legame tra i comunisti e la classe operaia, perchè i lavoratori sindacalizzati e politicizzati venivano spostati in reparti confinati, spostati in mobilità o licenziati.

Allo stesso modo, la concentrazione della vita economica attorno alle grandi città non è da ascriversi a una presunta “scomparsa della classe operaia” – i dati raccolti nel libro “Dove sono i nostri” dal collettivo Clash City Workers riportano cifre di una classe operaia addirittura oggi in espansione rispetto agli anni ’70 -, quanto piuttosto da una fisiologica tendenza del capitalismo e dei suoi governi a ripensare e rimodellare la vita sociale del Paese in relazione alle esigenze del mercato.

La gentrificazione della vita economica, civile e sociale del Paese ha contemporaneamente prodotto un fenomeno di crescente disoccupazione delle aree che il capitalismo non considera strategiche per incrementare i saggi di profitto.
Questo elemento, unito alla crisi del radicamento delle organizzazioni classiche del movimento operaio, ha prodotto una profonda frattura tra la sinistra storica e interi pezzi del proletariato e della piccola borghesia impoverita.
Una dinamica che si riflette nel voto di disoccupati e operai a Lega e M5S anche in luoghi storicamente considerati roccaforte dei “comunisti”.

In una strategia per la conquista del potere lo studio del capitalismo per aree geografiche è un elemento centrale per colpire il nemico dove può fargli più male e dove maggiore può essere la capacità dei rivoluzionari d’incrementare la propria influenza. 

NOTE

1. Quell’Italia nuda e abbandonata, l’Espresso, 6 maggio 2018