Se la primavera si è conclusa con un nuovo governo, la musica non cambia granché per chi è da tempo nel mirino della repressione poliziesca. Sempre più spesso i picchetti vengono risolti con i gas lacrimogeni e i militanti arrestati, processati, condannati.

Il 10 maggio arrivano le condanne per Simone Carpeggiani, coordinatore del SiCobas di Bologna, e a due operai dello stesso sindacato. Le condanne si riferiscono a un picchetto del 12 febbraio 2015 davanti a un’azienda che aveva appena licenziato 14 lavoratori. Carpeggiani è condannato a duecento euro di multa e tre mesi di arresto per manifestazione non autorizzata, i due lavoratori rispettivamente a due mesi (violenza e resistenza a pubblico ufficiale, tentata violenza privata al legale dell’azienda) e otto mesi (violenza a pubblico ufficiale).

Negli scontri erano rimasti “feriti” un ufficiale dei carabinieri e un celerino. Le prognosi sono, com’è naturale, da ridere: “entrambi finiti in ospedale, l’ufficiale con una prognosi di 10 giorni per contusioni a ginocchio, schiena e al fianco; l’agente per un morso al dito indice della mano sinistra.” Tanto basta per condannare due operai che stavano lottando contro l’arroganza padronale.

Appena cinque giorni dopo la sentenza, carabinieri e PM irrompono nella casa di Roberto Malesani, coordinatore dell’ADL Cobas di Verona e Vicenza, alla ricerca di materiale che possa incriminare il sindacalista per istigazione alla “violenza privata”. Qual è la vera colpa di Malesani? Aver organizzato una vertenza in cui centinaia di lavoratori hanno bloccato i camion all’entrata (uno di essi è stato investito da un auto che ha tentato di forzare il picchetto.

A giugno arriva la sentenza contro Moustafa Elshennawi, facchino iscritto al Si Cobas di Piacenza. Il 10 febbraio di quest’anno, mentre il corteo antifascista si stava avvicinando alla sede di CasaPound, un eroico manipolo di una decina di agenti in antisommossa ha pensato di scaricare le frustrazioni manganellando per bene i partecipanti. Gli è però andata male, non solo sono stati respinti e costretti alla fuga, ma durante questa uno degli agenti è inciampato cadendo a terra. Moustafa ha preso lo scudo e ha colpito l’agente che neanche un minuto prima era tanto spavaldo nel tentare di caricare il corteo. I giudici hanno fatto presto a decidere: 4 anni e 8 mesi.

Sempre in Emilia, lo Stato ha voluto mettere in chiaro che la persecuzione è sistematica e politica: agenti delle forze dell’ordine hanno fatto irruzione in piena notte in un hotel a Bologna, a seguito del coordinamento nazionale del SI Cobas tenuto in città, per notificare un atto giudiziario che avrebbe potuto tranquillamente essere recapitato in tutt’altro orario e luogo al compagno interessato. L’importante è cercare di seminare sconforto e terrore tra chi lotta e si organizza nei ranghi del movimento operaio, tra i contestatori dello sfruttamento capitalista.

Lo Stato borghese può permettersi di fare quel che vuole: manganellarti, magari dopo averti caricato in corsa, usare gas lacrimogeni vietati in scenari di guerra, lasciarti morire in una caserma, per strada o in mezzo al mare. A Genova è stato confermato anche che un poliziotto può entrare in casa tua, spruzzarti con lo spray al pepperoncino e spararti cinque colpi al torace se reagisici, sicuro di ricevere poi la solidarietà del ministro degli interni Salvini.

Tu per contro non puoi reagire, non poi restituire un colpo dopo averne ricevuti cento (e già ricevendoli sei imputabile). Ma ancora: non puoi lottare per il tuo posto di lavoro, non puoi denunciare condizioni di lavoro che rasentano lo schiavismo, non puoi organizzare scioperi. Perché questo mette in pericolo i profitti di padroni e padroncini, che giustamente non vogliono smettere di vivere e prosperare sul lavoro degli operai nelle fabbriche e nei magazzini.

Gabriele Bertoncelli

 

Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte, risiede a e insegna geografia a Roma nelle scuole superiori.