Il movimento per l’abolizione dell’ICE, il sistema di controllo dell’immigrazione e dei confini negli USA,  ha dato vita a un grande dibattito pubblico tra lavoratori e militanti di sinistra sui confini e sul loro ruolo nel capitalismo. Riportiamo una riflessione dei compagni di Left Voice.


L’immigrazione è stata un tema di dibattito politico molto importante nella storia di questo paese, ma l’elezione di Trump l’ha resa un tema ancora più centrale. Da quando ha promesso di costruire un “grande, grande muro” lungo il confine meridionale, Trump ha fatto coincidere la sua immagine con quella della “durezza” contro l’immigrazione clandestina. In risposta, i Democratici lo hanno attaccato sulla base del suo programma rigido e della sua retorica razzista. Nelle ultime settimane, ha cominciato a prendere piede un movimento per l’abolizione dell’ICE, sull’onda di un sondaggio che dimostra una maggioranza sfavorevole al suo mantenimento rispetto a una minoranza di favorevoli. I socialisti possono contribuire al dibattito dando luce ai legami profondi tra i confini e il capitalismo. Questo nesso è di importanza fondamentale per il movimento abolizionista, se si vuole andare oltre la semplice abolizione dell’agenzia e andare a toccare il fulcro delle condizioni disastrose di coloro che tentano di entrare negli Stati Uniti senza documenti.

Con lo sradicamento dai propri legami con la terra e dai loro posti di lavoro in aziende controllate dallo Stato nelle nazioni del Sud, il capitalismo neoliberista ha accelerato l’espansione di un vasto riserva di lavoro super-sfruttabile. La soppressione della libera transizione attraverso i confini ha interagito con questa offerta colossale per produrre una enorme divaricazione dei divari internazionali nel salario tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, superando di molto le differenze di prezzo presenti in altri mercati internazionali. Questa disparità vertiginosa dei salari offre due modi diversi ai capitalisti del Nord per aumentare i loro profitti: attraverso lo smistamento della propria produzione in paesi con salari bassi, o con l’immigrazione di lavoratori a basso salario, pronti ad essere sfruttati, verso il Nord. (John Smith, Imperialism in the Twenty-first Century, p.188)

L’agenzia federale più odiata negli Stati Uniti, oggi, è l’ “Immigration and Customs Enforcement Agency”, o ICE. In molte città del paese, migliaia di persone protestano contro la politica “tolleranza zero” di Trump, anche con l’occupazione delle sedi dell’agenzia. Nonostante i duri casi di repressione, come gli eventi del 3 luglio di quest’anno a Philadelphia, è improbabile che le voci di protesta si disperdano in poco tempo. Adesso, la sfida è quella di rendere questa rivendicazione una parte della lotta per un reale cambiamento sistematico, a casa e all’estero.

Il flusso costante di storie personali e notizie di famiglie separate alla frontiera ha impressionato molti americani e ha causato una risposta tanto importante da suscitare lo sdegno verso le politiche di Trump anche da parte di politici ed esponenti conservatori. Politici progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez hanno reso “abolire l’ICE” un punto centrale del proprio programma, stimolando esponenti importanti del Partito Democratico, come le senatrici Warren e Gillibrand e il sindaco di New York, Bill De Blasio, a seguire a ruota con dichiarazioni contrarie al mantenimento dell’agenzia. La dichiarazione più recente viene dalla candidata a governatore dello Stato di New York, descrittasi come “socialista democratica”, Cynthia Nixon, la quale si è riferita all’ ICE come un’ “organizzazione terrorista”. Considerando che Nixon è più una democratica che una socialista, queste affermazioni dimostrano che i liberali sono disposti non solo a sostenere le richieste abolizioniste ma addirittura a paragonare l’ICE all’ISIS.

Ciononostante, resta importante chiedersi perché i Dem siano saltati sul carro abolizionista. Molto probabilmente, questo ha a che vedere col fatto che il partito di Hillary Clinton ha bisogno di un cambio d’immagine se spera di riprendere il controllo della Camera dei Deputati in autunno e la Casa Bianca tra due anni, e che questo cambio d’immagine necessiti uno spostamento a sinistra, se si vuole usare come indicazioni importanti le elezioni di due anni fa e la conseguente crescita dei DSA. Ma, come il lupo che perde il pelo ma non il vizio, ovviamente, il Partito Democratico non cessa di essere un partito del capitale, a prescindere dai propri tentativi di rendersi appetibile all’elettorato di sinistra. Tali gesti dimostrano comunque che avere forti movimenti sociali di sinistra può determinare un’influenza sulla politica nazionale, e il movimento per la riforma delle leggi sull’immigrazione negli USA sta avendo un impatto molto visibile.

I socialisti, d’altro canto, devono continuare a spingere per molto di più di una semplice riforma delle leggi sull’immigrazione. Quando la Ocasio-Cortez dichiarò di voler vedere l’ICE cambiata con un “sistema aggiornato simile all’INS”, incontrò notevoli critiche da parte della sinistra, una parte che includeva anche molti membri dei DSA. Nel rispondere a questa dichiarazione, gruppi interni ai DSA (come l’Immigrant Justice Working Group di New York) hanno rivendicato l’apertura dei confini e l’attacco alla “radice” del “problema immigrazione”. Di sicuro, installare un sistema meno “autoritario” e meno “antidemocratico” di controllo delle frontiere, un “Nice-ICE” (“ICE simpatico”), non basta. Dopotutto, l’Immigration and Naturalization Service (INS, agenzia già operativa che si occupa del “corretto” inserimento nella società americana da parte di immigrati) ordinava l’attuazione di raid e deportazioni decenni prima che lo facesse l’ICE. E’ vero che questa agenzia è stata fondamentale nell’escalation di violenze verso immigrati non documentati negli ultimi anni; tuttavia, nel decennio precedente l’11 settembre, il numero di deportazioni era già più della metà di quelle nel decennio post-11 settembre. Dunque, “Abolish ICE” non può riguardare la sostituzione di un apparato mostruosamente violento dello Stato borghese con uno meno violento. Una risposta genuinamente socialista alla lunga storia di politiche anti-immigrati ai confini degli Stati Uniti è quella di richiedere imperativamente l’abolizione delle frontiere.

Schierarsi per la dissoluzione di un’agenzia che ha un budget di 7,5 miliardi di dollari e 20.000 impiegati non è certo una lotta da poco, specialmente considerando che l’ICE ha avuto (e ha tutt’ora) un ruolo importante nelle politiche razziste, xenofobe e anti-operaie di questo governo. L’ICE è stata diretta responsabile per alcune delle peggiori atrocità commesse contro i migranti, come la ben pubblicizzata separazione di madri, padri e figli al confine, ma anche come abusi, isolamento e pestaggi, che per alcuni immigrati sono risultati mortali. Data questa situazione, fa piacere vedere attivisti organizzarsi per mettere a processo l’agenzia e gruppi come il DSA mobilitare persone in manifestazioni e occupazioni. Al tempo stesso, non possiamo fermarci a rivendicare l’abolizione dell’ICE, ma va ribadita la necessità di superare i confini e il capitalismo. Questo, perché il capitalismo è la radice sia delle politiche migratorie degli U.S.A. e di altri paesi del Primo mondo, sia delle politiche migratorie di questi paesi.

 

Imperialismo e Immigrazione

Non dobbiamo fare grandi balzi temporali per discernere con chiarezza la connessione diretta tra capitalismo e immigrazione. Come il perseguimento delle logiche di profitto si celava dietro al colonialismo europeo nell’età moderna, e perciò anche dietro alla dispersione e alla rimozione dai paesi di origine (con tutte le nefaste conseguenze del caso) di popolazioni non-europee, così l’imperialismo del ventesimo secolo ha creato le condizioni per quell’immigrazione dalle nazioni periferiche a quelle centrali, incluse gli USA e quelle dell’Unione Europea.

E’ ben documentato che i fenomeni migratori dell’America Centrale verso gli Stati Uniti sono dovuti principalmente alle politiche estere degli USA. e, soprattutto, agli interessi del capitale americano. Non è un segreto che gli USA interferiscono con i governi dell’America Centrale e dell’America del Sud da molto tempo, così come fanno nel resto del mondo.

Quasi 150 anni di interventismo imperialista nella regione hanno creato le condizioni per le quali milioni di persone fuggono dalle loro case. Lungo il ventesimo secolo, l’élite politica degli Stati Uniti ha tentato di distruggere ogni “minaccia” socialista e comunista a sud del confine, lasciandosi alle spalle una scia di sangue e morte. Dagli anni ’80 in avanti, la Banca Mondiale e l’FMI, con la complicità del governo statunitense, hanno imposto politiche monetarie su questi paesi (così come su molti altri del “Sud del Mondo”) che hanno esasperato la povertà e la violenza e hanno arricchito banche e multinazionali. La Guerra alla Droga ha messo armi governative americane in mano a gang e cartelli che, insieme a governi fantoccio corrotti terrorizzano, rapiscono e torturano gente comune.

In El Salvador, ad esempio, gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo centrale nella lunga guerra civile che ha devastato il paese, e dopo gli anni ’80 si sono impegnati a rifornire in ogni modo governi stragisti complici con squadroni della morte paramilitari controllati da potenti latifondisti; questo ha portato più di 75.000 morti, tra cui militanti di sinistra, comunisti, sindacalisti, studenti, leader “campesinos”, giornalisti, preti, insegnanti e molti altri. Oggi, El Salvador è straziato dalla violenza delle gang di strada, esportata in parte dall’espatrio forzato di criminali dalle carceri statunitensi. Il tasso di femminicidio in El Salvador è il terzo più alto del mondo.

Un altro paese che ha vissuto un esodo di massa verso gli USA è il Guatemala, dove nel 1954 la CIA ha orchestrato un colpo di Stato volto a rimuovere un presidente riformista democraticamente eletto in modo tale da salvaguardare gli interessi della United Fruits Company. Gli Stati Uniti hanno imposto una serie di dittatori che hanno causato la morte di 200.000 persone durante una guerra civile della durata di 36 anni. Molti bambini che sono stati separati dai loro genitori in questi giorni vengono dal Guatemala.

Il terzo paese del cosiddetto “Triangolo del Nord” è l’Honduras, dove un golpe sostenuto dagli USA nel 2009 ha costretto il presidente Zelaya in esilio, facendo sprofondare il paese in un terremoto politico, il quale ha causato solo morte e povertà. Non è un mistero la ragione per cui molti cittadini di questo paese oggi scappano. Disoccupazione alle stelle, come il tasso di omicidi (tra i più alti del mondo), e repressione governativa, corruzione, femminicidio hanno causato la carovana di gente che Trump ha definito una “vergogna”. L’80% di questa carovana era composta di persone provenienti dall’Honduras.

Inoltre, non è certo un caso che il paese da cui da sempre arrivano più immigrati al confine meridionale è anche un paese che è stato devastato economicamente dal NAFTA (l’accordo nordamericano di libero scambio). I contadini messicani non sono in grado di competere con il business agricolo sussidiato dagli Stati Uniti, quando al tempo stesso le aziende del Nord spostano fabbriche in Messico per sfruttare il vantaggio della bassezza dei salari. In altre parole, i beni si muovono liberamente attraverso il confine cosicché i capitalisti possano ampliare i propri profitti, mentre il movimento delle persone è ristretto a dismisura.

 

La funzione paradossale dei confini

Il ruolo giocato dai confini all’interno del capitalismo è contraddittorio. Da un lato, il capitale esce rafforzato da un’apertura dei confini non solo per quanto riguarda beni di consumo e produzione ma anche una parte della classe operaia. Gli immigrati, specie quelli senza documenti, lavorano per salari minori e possono essere usati come talpe e disturbatori nei sindacati, o per altri attacchi ai diritti dei lavoratori. Un esercito mobile di operai poco costosi è perciò essenziale per il capitale. Al tempo stesso, la forza-lavoro resta poco costosa solo se non ha diritti: operai ritenuti “illegali” possono essere sfruttati e controllati a piacimento, usando lo strumento terroristico della minaccia di arresto e deportazione.

Il fatto che gli USA abbiano istituito programmi per lavoratori stranieri (come il Bracero Program dal 1942 al 1964 o l’ H-2A Program oggi) dimostra che il capitale è ben felice di assumere lavoratori stranieri. Questo paese ha sempre dipeso dalla forza-lavoro immigrata. L’agricoltura statunitense, oggi, dipende ancora in gran parte dal lavoro di braccianti immigrati, di cui almeno la metà è senza documenti. Molte aziende non si occupano né si interessano dello status dei loro lavoratori fino a quando il loro plusvalore si possa massimizzare, e una massimizzazione dei profitti dipende da una classe operaia vulnerabile. Lavoratori in situazioni temporanee e instabili sono vulnerabili, ma lavoratori senza documenti lo sono ancora di più.

È perciò importante ricordare che quando usiamo la frase “open borders” i confini sono aperti in modi circoscritti e regolati per fini specifici perché il mercato capitalista non vuole essere confinato e cerca sempre di distruggere barriere che possono operare contro l’accumulazione di capitale che, come diceva Marx, “segue la borghesia in tutta la superficie del globo”. È questa la ragione per cui i libertari di destra elogiano altamente l’idea di aprire i confini a coloro che cercano “opportunità economiche”. Si lanciano in ossequi alla “libertà di movimento” come se fosse un concetto etereo, slegato dal contesto e dalle condizioni economiche materiali. Affermano che il PIL degli Stati Uniti raddoppierebbe se solo si allentassero le leggi sull’immigrazione – senza considerare che questa nuova ricchezza andrebbe nelle tasche di una piccola élite che già controlla tutto, e non agli operai.

Tuttavia, così come il capitalismo necessita di mettere dei buchi nei confini nazionali per le proprie ragioni, allo stesso modo necessita che siano chiusi per altre. I confini hanno un ruolo fondamentale nel mantenere quella riserva di lavoro sottopagato nei paesi d’origine che possa essere sfruttato in modo legale al massimo livello. Al tempo stesso, i confini creano quella classe operaia “illegale” nel paese di destinazione che può essere super-sfruttata per la sua mancanza di diritti. In più, gli operai senza documenti, poiché lavorano per salari ridotti, sono visti come competitori diretti, come una minaccia sul posto di lavoro e una minaccia ai cittadini, anche se questa in realtà è minima (per gli stessi lavori). La paura per la competizione, però, crea divisione, e la divisione tra gli operai è buona per il capitale. La criminalizzazione e la persecuzione di un settore di classe operaia, unite alla creazione razzista e xenofoba di capri espiatori, da’ vita alla diffidenza e all’animosità nella classe operaia. Questa “alienazione” tra un operaio e un altro serve a disciplinare ulteriormente la forza lavoro, nativa o migrante che sia.

In altre parole, il capitale necessita dei confini tanto quanto ne fa a meno quando gli conviene. Supera i confini nazionali in cerca di nuovi mercati (come affermava Rosa Luxemburg) o li sradica del tutto in modo tale da facilitare il libero movimento di lavoro e beni (come nel caso dell’UE). Al tempo stesso, il capitalismo necessita dei confini in modo tale da mantenere il proprio sistema di accumulazione di profitto. I confini nazionali aiutano a mantenere l’ineguaglianza globale e il distacco tra le classi nei singoli paesi. I capitalisti dai paesi principali (in termini di attività economica) sono poi in grado di beneficiare degli operai a basso costo nei paesi periferici proprio perché questi sono incatenati dai confini e dalle leggi nazionali locali autoritarie sostenute da governi appoggiati dagli USA, come in Bangladesh, nelle Filippine o in Messico. Al tempo stesso, i capitalisti dai paesi centrali sono anche in grado di beneficiare dal lavoro di immigrati disperati in arrivo dai paesi periferici, come nel caso della Germania, dove molti rifugiati si sono uniti alla “One Euro Job workforce”.

 

Solo la punta dell’ICEberg

L’ICE sarà anche un fenomeno recente, ma non è poi del tutto diverso da ciò che c’era prima. I socialisti devono sfidare ogni tentativo fatto da liberali e democratici di rendere lo sfruttamento di immigrati una vicenda esclusivamente trumpiana. I socialisti devono ricordare agli americani che molte deportazioni e separazioni di famiglie sono successe sotto l’amministrazione Obama e anche quelle precedenti.

I socialisti, poi, devono sempre sottolineare come le politiche “zero tolleranza” di Trump non siano altro che la punta del colossale iceberg storico delle leggi razziste anti-immigrati in questo paese, che risalgono addirittura al Chinese Exclusion Act del 1882. Va sottolineato, in ogni contesto, come la violenza contro i rifugiati sia endemica al capitalismo.

La verità è che le politiche di Trump sono un’estensione di pratiche già stabilite. Donald Trump è stato molto più aperto in merito alla sua agenda anti-immigrati, ma ha ereditato un sistema che era già stato creato e già usato anche da Obama, la cui amministrazione ha portato un’espansione considerevole del sistema di arresti, detenzioni e deportazioni, e che è stato responsabile di un picco di espulsioni forzose proprio nel periodo seguente la sua elezione. Molte famiglie sono state trattenute e separate ai confini sotto la sorveglianza del governo Obama, con episodi di bambini immigrati sedati, molestati e trafficati. L’amministrazione Obama è stata fermata nel 2015 da un’ordinanza legale dall’incarcerare bambini per più di 20 giorni, un’ordinanza poi usata da Trump per giustificare le recenti separazioni familiari.

La continuità tra Obama e Trump e il ruolo chiave di Obama nell’espansione del sistema di deportazione negli USA non devono mai essere dimenticati perché puntano nella direzione della natura sistemica della violenza contro i rifugiati. Le politiche repressive non sono un marchio di fabbrica di Trump, ne’ tanto meno sono limitate alla sfera repubblicana: i Democratici sono altresì in colpa per la lunga tradizione di deumanizzazione degli immigrati irregolari. Ancor peggio: alcuni di coloro che si autoproclamano “socialisti democratici”, come Bernie Sanders, affermano di essere a favore del mantenimento dei controlli al confine e dell’esistenza stessa di esso, con la pretesa che questa sia un’istanza “pro-operaia”. Tale rivendicazione è assurda.

Sanders ha dichiarato la sua opposizione all’apertura dei confini durante la campagna elettorale del 2016. La sua tesi era che l’apertura fosse “un sogno bagnato” dei capitalisti, perché avrebbe portato a un abbassamento dei salari per tutti, sostenendo che, dunque, i confini sarebbero dovuti rimanere chiusi. Tralasciando l’etica (o la mancanza di essa) di questa posizione, Sanders pensa che, poiché i capitalisti cercano sempre di rimpiazzare gli operai che percepiscono un salario più alto con altri che ne percepiscono uno più basso, gli operai senza documenti causeranno un calo generale dei salari. Tuttavia, non ci sono prove concrete di una tale valutazione, e di conseguenza poche basi materiali nell’idea che impedire l’accesso dei secondi difenda i salari dei primi. È un’idea che, molto semplicemente, si fonda sul nulla. Questo in parte perché la popolazione nativa è generalmente impiegata in settori diversi rispetto alla sua controparte immigrata; inoltre, un flusso di lavoratori aumenta i consumi, che a sua volta significa un aumento di posti di lavoro. Una ricerca estesa dal 1994 al 2007 ha mostrato come l’immigrazione ha, considerato tutto, un minimo effetto positivo sui salari dei nativi con lo stesso livello di addestramento (0.4%).

La retorica anti-immigrazione di Trump è prima di tutto un metodo per dividere la classe operaia, e far cozzare diversi settori di operai, distraendo tutti da problemi ben più reali. Non possiamo permettere che questo accada. La strada da seguire è quella della solidarietà. La solidarietà protegge gli operai nella direzione della lotta di classe. Se lottiamo assieme lottiamo per tutti. Il vero nemico è il capitale. Dobbiamo scontrarci con gli accordi di scambio imperialisti e l’interventismo americano, contro la distruzione delle economie e delle persone sia qui che all’estero, contro lo sfruttamento e l’oppressione su entrambi i lati del confine e in tutto il mondo. Dobbiamo, perciò, mettere in dubbio l’esistenza dei confini nazionali.

La lotta per l’abolizione dei confini non può usare come riferimento a secoli passati o al periodo pre-Trump. Vero, gli U.S.A. avevano controlli minori in passato, ma non c’è niente per cui essere nostalgici nel passato. Ricordiamoci dell’immigrazione europea, resa possibile sulle basi di conquista, imperialismo, genocidio e schiavitù; e mentre è vero che 15 anni fa non esisteva alcun ICE, i diritti di cittadinanza sono sempre stati offuscati per interi gruppi di persone, con limiti a immigrati non provenienti dal Nord e dall’Ovest Europa.

I socialisti devono insistere con la rivendicazione dell’abolizione di ogni confine e ogni controllo. Non è abbastanza chiedere un meccanismo più umano. I confini beneficiano la classe imperante; sono un mezzo attraverso cui i capitalisti ottengono diritti sconfinati e privano gli operai di ogni diritto possibile. I confini sono strumenti di controllo, servono per allontanare neri e arabi da paesi devastati dal colonialismo europeo e dalle sue guerre. Servono a preservare il capitalismo.

Sempre di più, infine, i confini diventano luoghi di lotta. ICE può essere anche relativamente semplice da smantellare, ma i socialisti non possono fermarsi a obbiettivi “semplici”. Il Manifesto di Marx termina con: “Operai di tutti i paesi, unitevi!”. È chiaro che i confini sono un ostacolo all’unità della classe. I socialisti devono combattere le deportazioni, per i pieni diritti dei nostri fratelli e delle nostre sorelle migranti, e per abolire ICE così come ogni agenzia di controllo dei confini. Ma l’obbiettivo finale deve rimanere, per noi, la fine del sistema di schiavitù salariale che è il motore non solo delle crisi migratorie, della dispersione di massa, ma anche di ogni distonia che diventa reale ogni giorno nel capitalismo.

 

Sonja Krieger

Traduzione di Luca Gieri da Left Voice