L’improvviso ritorno dell’eredità di Piazza Tahrir

Che le proteste popolari del 2011 avessero lasciato un segno indelebile, nelle anime e nei corpi dei milioni di egiziani che ne presero parte, è evidente quasi a tutti, ma che le piazze egiziane tornassero ad animarsi, dopo più di sei anni di soprusi e sparizioni forzate in pieno stile argentino, ha sorpreso anche i più attenti osservatori del paese nordafricano.

Seppur di minor dimensioni rispetto alle ondate del 2011-12 e 2013, le proteste di venerdì in numerose città egiziane hanno riacceso, semmai si fossero del tutto spente, le speranze di cambiamento tanto desiderato dopo la caduta del regime di Mubarak.

Origine e dinamica delle proteste in Egitto

I primi malumori hanno avuto inizio da quando un ex contractor del governo, tale Mohammed Ali, dopo essersi rifugiato in Spagna, ha iniziato a pubblicare dei video su Facebook nei quali si denunciava la corruzione all’interno dell’esercito e le spese pazze del presidente Al-Sisi per la costruzione di palazzi e resort di lusso.

I video pubblicati sono diventati in poche ore virali scatenando, almeno nelle prime settimane, un certo malcontento virtuale verso la figura del presidente e verso quell’esercito che agli occhi di molti rappresenta(va?) il padre protettore della patria.

La replica del regime alle accuse è arrivata durante il National Youth Conference organizzata, come afferma Mada Masr, ad hoc per rispondere alle accuse mosse dall’imprenditore fuggitivo.

Al Sisi ha rigettato le accuse affermando:

Sì, ho costruito palazzi e ne costruirò altri. Non lo faccio per me… pensate che parlare di me a vanvera mi spaventerà? Non faccio questo (riferito alle opere, ndr) a mio nome, ma a nome del paese” e continua, difendendo l’esercito: pensano che infamino me e facciano perdere il vero valore che l’esercito ha acquisito nel nostro paese… l’esercito rappresenta il centro di gravità nel paese e nella regione.

In risposta alle parole di Al Sisi sono seguiti altri suoi video nei quali esortava gli egiziani a tornare nelle piazze e a chiedere le dimissioni del generale e dei quadri dell’esercito a lui vicino.

A quanto pare la risposta da parte delle piazze non si è fatta attendere e il venerdì seguente da Il Cairo, Alessandria, Suez, Mansura, Ismailiyya ele città operaie di Damietta e Mahalla si innalzava lo slogan che ha caratterizzato le cosiddette ‘primavere arabe’: Al-sha‘b yurid ’isqat al nizam (il popolo vuole la caduta del regime).

La reazione del regime alle proteste è stata brutale, secondo l’Egyptian Center for Economic & Social Rights, gli arresti e le sparizioni forzate nei primi tre giorni di protesta sono stati 365 tra essi, spicca il nome di Mahienur Al Masry, attivista e avvocatessa per i diritti umani arrestata per quinta volta.

Numerosi sono stati gli attacchi con gas lacrimogeni e molte persone sono rimate contuse e ferite durante le manifestazioni.

Il regime, nei giorni successivi alle proteste, ha iniziato un vero e proprio giro di vite prelevando attivisti politici e manifestanti dalle proprie abitazioni portandoli in luoghi, per i più, ancora sconosciuti.

Investimenti, lotte operaie e diritto all’abitare

Per quanto i video di Ali abbiano incoraggiato gli egiziani a manifestare ancora una volta la loro rabbia, le ragioni delle proteste hanno radici molto più profonde e risiedono in quel piano di sviluppo economico messo in campo da Al Sisi per risanare la devastata economia nazionale.

Le grandi opere portate avanti da diverso tempo dal governo egiziano sono costate, e ancora costano considerando che la maggior parte di esse sono ancora fase realizzazione, più di 136 miliardi di dollari.

Opere che in realtà non creeranno nulla in termini di profitto e sviluppo economico; si tratta come si è detto di grandi infrastrutture – come palazzi di lusso e la costruzione della nuova capitale amministrativa alle porte de Il Cairo- poco funzionali e poco utili per uno sviluppo a lungo termine.

Inoltre il prestito di 12 miliardi di dollari in tre anni, erogato dal Fondo Monetario Internazionale per far fronte alla crisi economica del paese, seppur stia dando una boccata di ossigeno alle classi popolari egiziane, costerà, considerando il poco profitto che gli investimenti produrranno, a detta di molti analisti, una nuova ondata di politiche di austerità da parte del regime.

L’accordo con il FMI prevede, tra le altre cose, una facilitazione di accesso agli investimenti esteri facilitando la registrazione e l’ottenimento delle licenze di società joint-venture e questo potrebbe irritare, come prevedibile, il network clientelare all’interno dell’esercito che, come la faccenda di Ali dimostra, è un attore importante nella realizzazione delle infrastrutture e nella produttività del paese (per approfondire vedi qui).

Non sono mancati, nelle settimane precedenti alla protesta, gli scioperi del settore pubblico –insegnanti universitari che stanno cercando di organizzare un movimento per migliorare le loro condizioni lavorative-, gli operai delle fabbriche di Mahalla –città operaia già famosa per gli scioperi degli anni 2000 e durante le proteste del 2011- che nei mesi scorsi hanno scioperato per richiedere maggiori salari e condizioni di lavoro migliori.

Non ultimi gli operai di Ismailiyya che, nella zona di libero scambio, hanno scioperato per chiedere un aumento del fondo pensione.

La proprietà dell’industria -una società turca- il giorno successivo alla protesta ha chiuso la fabbrica, come se si volesse punire gli operai di ciò che avevano fatto, ma gli stessi lavoratori hanno continuato la protesta e più di 19 persone –tra uomini e donne, quest’ultime con i propri fogli- sono state arrestate.

Un altro caso degno di nota che è collegato con le manifestazioni di venerdì scorso a Il Cairo, è quello legato agli abitanti dell’isoletta del Cairo Al Warraq.

Gli abitanti dell’isola da due anni stanno portando avanti una vera lotta contro il regime del generale Al Sisi.

L’isola è abitata da circa 200.000 abitanti, la maggior parte emigrati dalle zone rurali del paese e sviluppatasi in modo del tutto informale e non collegata alla terra ferma se non tramite battelli (per approfondire vedi qui).

Il progetto del governo, finanziato dai paesi del Golfo, prevede la demolizione delle abitazioni e la costruzione di un quartiere di lusso.

In un’intervista, uno degli attivisti coinvolti nelle proteste afferma:

Ci vogliono rimuovere perché un ricco uomo di affari vuole costruire qui i grattacieli e centri commerciali. Se il governo vuole veramente lo sviluppo dell’isola ci dia migliori servizi. Io non voglio una nuova casa, sto bene come sto, voglio che mi venga erogata l’acqua e l’elettricità.

Non a caso una delle manifestazioni più imponenti di venerdì scorso nella capitale egiziana era quella dell’isola.

In una delle pagine facebook del movimento cittadino, dopo le proteste di venerdì, si legge:

Oggi è stato fatto il primo passo, il percorso è ancora lungo. Dopo aver fatto questo passo, se, in qualche modo, dovessimo mollare sarebbe tutto più difficile di quanto non lo fosse ora. Lo dobbiamo alla nostra gente che è rinchiusa in prigione.

Lo sciopero operaio di Ismailiyya e la lotta di Al Warraq sono due proteste -ce ne sono state centinaia in molte città e quartieri del paese – che rappresentano a pieno la continuità che vi è tra la lotta sociale quotidiana e il regime che è ben rappresentato da esercito, governo e il suo network clientelar-capitalista di cui anche il dissidente Mohammed Ali era parte integrante.

Se da un lato Tahrir, come noi l’abbiamo conosciuta nel 2011, è morta, dall’altro ha lasciato una grande eredità che può essere sfruttata soltanto unendo le lotte che stanno animando il paese da più di trent’anni.

Mattia Giampaolo