I dibattiti aperti nel femminismo hanno riportato alla luce molti dei punti che avevano riguardato il rapporto tra capitalismo e patriarcato. Esponenti con differenti prospettive come Judith Butler, Silvia Federici, Nancy Fraser o Rita Segato – per citare alcuni esempi recenti – hanno incontrato un nuovo pubblico. Le idee di coloro che, con il marxismo, hanno dato il loro contributo a queste discussioni sono state rivalutate. [1]

Tra queste spicca la teorizzazione fatta da Lise Vogel in Marxism and the oppression of women [“Il marxismo e l’oppressione delle donne”], pubblicato la prima volta nel 1985 e ripubblicato recentemente, in cui l’autrice, riprendendo il dibattito sul lavoro domestico sviluppato negli anni ‘70, ha ampliato la discussione ponendo l’attenzione sulla riproduzione sociale, cioè sui meccanismi con cui il capitalismo si occupa della riproduzione della forza lavoro su cui si basa lo sfruttamento. Ecco perché, nonostante sono state proposte diverse denominazioni, questo campo di dibattiti è noto come “teoria della riproduzione sociale” (TRS).

Ha senso tornare al libro di Vogel: prima di tutto, perché è riconosciuto da altre autrici della TRS come testo pioneristico di questa prospettiva, di cui dialogano nelle loro elaborazioni. In secondo luogo, perché include una ripresa critica della tradizione marxista che l’ha preceduto, riprendendo dibattiti che, con le specificità storiche e regionali da prendere in considerazione, sono ancora validi oggi che il femminismo attraversa una fase di ridefinizioni strategiche dopo diversi anni di persistenza del movimento delle donne a livello internazionale.

In questo primo articolo tratteremo di come Vogel analizza la relazione tra lavoro riproduttivo e produttivo nel capitalismo. In un secondo articolo ci concentreremo su come Vogel vede il rapporto tra capitalismo e patriarcato. L’ampiezza e la complessità del dibattito non può che fare di questi articoli un primo approfondimento, che senza dubbio richiederà nuovi approcci e contrasti con altre elaborazioni.

 

Lavoro produttivo e non produttivo

In un discorso del 192 Rosa Luxemburg ha affermato che, nel capitalismo, solo il lavoro che consente al capitalista di appropriarsi di plusvalore è considerato “produttivo”:

Da questo punto di vista, la ballerina di music hall, le cui gambe portano i profitti nelle tasche del suo datore di lavoro, è una lavoratrice produttiva, mentre tutte le donne e le madri impegnate tra le mura domestiche sono considerate improduttive. Suona brutale, ma corrisponde esattamente alla brutalità e all’irrazionalità della nostra attuale economia capitalistica.[3]

Luxemburg precede un asse del dibattito sul lavoro domestico degli anni ‘70, che ha cercato di affrontare il problema su basi materialistiche. Ma Vogel, riconoscendo queste elaborazioni come un necessario punto di partenza, cerca alternative ad alcune delle posizioni emerse in quel dibattito come quelle di Selma James, Dalla Costa o Federici, che, pur utilizzando categorie tratte dal marxismo, lo avevano condannato in quanto “ignorava” la produttività sociale del lavoro. Per loro, anche il lavoro domestico, così come il lavoro nelle fabbriche, produceva plusvalore; che il marxismo lo considerasse “improduttivo” era un modo per svalutarlo contro il lavoro che produceva beni per il mercato, mostrando la ristrettezza della sua prospettiva, se non un pregiudizio machista dell’autore del Capitale.

Vogel, e dopo di lei diversi autori del TRS, sosterrà che la nozione di lavoro produttivo usata da Marx non ha nulla a che fare con la mancanza di riconoscimento della sua importanza; caratterizzare il lavoro domestico come “non produttivo” significa definirlo come lavoro non direttamente controllato da un capitalista e quindi non riducibile a “tempo di lavoro socialmente necessario”; è in senso stretto, e non morale, che Marx lo definisce così nel Capitale.

Non è un lavoro meno pesante, meno complesso o meno necessario; questa caratteristica è, appunto, una conseguenza dell’organizzazione della produzione capitalistica, che divide due sfere, quella “privata” (dove si sviluppa tradizionalmente il lavoro riproduttivo) e quella “pubblica” (la produzione e la circolazione capitaliste) come sottolineato dalla Federici e come aveva già precisato Marx. D’altra parte, Vogel sottolinea una contraddizione intrinseca in questa forma di organizzazione riproduttiva: se da un lato il capitale ha bisogno di incorporare più settori nel rapporto salariale per ottenere una maggiore massa di plusvalore, beneficia anche del mantenimento di parte dell’opera riproduttiva nella sfera privata, non pagandola.

Il lavoro domestico non è l’unico che Marx considera “non produttivo”. Ma il lavoro riproduttivo nel suo insieme è un lavoro che riproduce niente di meno che la “forza lavoro” – il concetto che Marx stesso ha indicato come il suo più grande contributo concettuale alla comprensione del funzionamento del capitalismo – sul cui sfruttamento si basa il sistema: spiegare come funziona nel modo di produzione capitalistico non è quindi un problema di minore importanza per capire come funziona il sistema. Vogel sosterrà che, in realtà, ciò non è sufficientemente sviluppato nel Capitale, sebbene la sua metodologia e alcune delle sue categorie relative al lavoro salariato diano gli strumenti per districare questo nodo teorico, anche se Marx stesso non finisce di farlo nel suo libro.

Nella lettura di Vogel, Il Capitale (così come altre opere precedenti di Marx ed Engels) non è esente da alcune semplificazioni e naturalizzazioni tipiche dell’epoca in cui sono state scritte [4]. Tuttavia, Marx è colui che teoricamente sviluppa le premesse per una comprensione di come funziona la riproduzione nel sistema capitalista, che non può essere separata da come è strutturata la produzione sociale nel suo insieme.

Le domande dovrebbero essere, quindi, come il capitale gestisce le contraddizioni in modo da organizzare la riproduzione sociale e perché questo lavoro riproduttivo è “genderizzato”, cioè è principalmente “riservato” alle donne, con tutte le conseguenze che ciò comporta per l’occultamento, il disprezzo e la subordinazione con cui viene valutato socialmente.

 

Produzione e riproduzione

La premessa da cui parte Vogel è che il lavoro riproduttivo non produce beni con valore di scambio ma in ogni caso, valori d’uso per il consumo diretto [23].

Ciò che deve essere tenuto in considerazione, in primo luogo, è che Marx pone al centro le forme di riproduzione della forza-lavoro come qualcosa di essenziale per la riproduzione del capitale stesso in relazione alle “leggi” della gestione della popolazione specifica del capitalismo: i modi di generare e mantenere una popolazione operaia in eccedenza, un “esercito di riserva” [71/2], in contrasto con la tendenza a diminuire il tasso di profitto generato dallo stesso sistema introducendo dinamiche che consentono di aumentare il plusvalore non solo attraverso l’estensione della giornata lavorativa (plusvalore assoluto), ma riducendo le ore in cui il lavoratore produce l’equivalente di quanto necessario per riprodurre la propria forza-lavoro (plusvalore relativo).

D’altra parte, segnala Vogel seguendo Marx, il livello di consumo non è determinato una volta per tutte, ma in ogni periodo trova i suoi limiti “storici e morali” nella lotta di classe [69]. Tuttavia, nonostante questa definizione, che va contro qualsiasi oggettivismo economico, nel Capitale ci sarebbero alcuni passaggi che si riferiscono allo sviluppo di forme di lavoro salariato come una “naturalizzazione” della divisione del lavoro per genere ed età che sarebbe modificata quando il meccanismo introdotto dai capitalisti nella produzione consente a donne e bambini di unirsi al lavoro salariato, eliminando una “divisione precedente” che non è discussa e che pertanto si dà come scontata [65] [5].

Per analizzare quindi il problema della riproduzione della forza lavoro ci si dovrà concentrare sulla categoria di “consumo individuale” che deriva dal Capitale, sebbene a volte nel testo appaia trattato come il consumo di un singolo lavoratore, e altre come il consumo di chi vive insieme al lavoratore come bambini, anziani o casalinghe [67/8].

Per Vogel, due domande metodologiche su come Marx inserisce questa definizione devono essere prese in considerazione, poiché sta cercando di tenere conto del modo in cui il lavoro in eccesso viene estratto nella produzione.

Il consumo individuale è definito dal punto di vista del capitale, nella misura in cui è importante per il capitalista come consumo produttivo[67/68], ovvero il salario pagato alla forza-lavoro viene convertito in mezzo di sopravvivenza per il lavoratore affinché possa tornare al suo posto di lavoro il giorno successivo.

Marx prende in considerazione un singolo lavoratore responsabile di una famiglia per esaminare le possibili variazioni di valore della forza-lavoro quando un altro membro della famiglia entra nel rapporto di lavoro, sempre a beneficio del capitale (ad esempio, quando più membri di quella famiglia entrano nel rapporto di lavoro, anche se il volume dei salari ricevuti da quella famiglia aumenta, aumenta la quantità di lavoro in eccesso incorporato dal capitalista; oppure, per sostituire i compiti che quel membro della famiglia non sarà più in grado di svolgere andando al lavoro, una parte maggiore della retribuzione dovrà essere spesa sul mercato, a beneficio di un altro capitalista) [70].

Per citare Marx, il consumo individuale “consuma prodotti come mezzo di sussistenza per la vita dell’individuo”; mentre il consumo produttivo consuma prodotti “come mezzo attraverso il quale il lavoro, la forza-lavoro dell’individuo vivente, può agire” [145]. Il problema, per Vogel, è che Marx “dice poco sul lavoro effettivo del consumo individuale. Qui s’individua un terreno di attività economica essenziale per la produzione capitalistica che manca però nell’esposizione” [181/2].

Vogel sostiene che, a differenza di altre modalità di produzione – come la servitù, dove il servo lavora il suolo del signore con una divisione spaziale e temporale tra il pluslavoro (quello che fa per il signore) e il “lavoro necessario” (quello che fa per se stesso) – nel capitalismo appare una divisione nel lavoro necessario [150], che ora avrebbe due componenti:

Il primo discusso da Marx, è il lavoro necessario che produce valore equivalente ai salari. Questa componente, che ho chiamato componente sociale del lavoro necessario, è indissolubilmente legata al pluslavoro nel processo di produzione capitalista. La seconda componente necessaria del lavoro, profondamente velata nel resoconto di Marx, è il lavoro non retribuito che contribuisce al rinnovamento quotidiano ed a lungo termine dei portatori della forza-lavoro e della classe lavoratrice nel suo insieme. Lo chiamo componente domestica del lavoro necessario, o lavoro domestico. Definito in questo modo, il lavoro domestico diventa un concetto specifico del capitalismo e senza un’assegnazione fissa di genere [192].

Se questa definizione spiega in modo più adeguato la natura del lavoro riproduttivo, resta da spiegare perché, se in linea di principio non esiste un’allocazione di genere necessaria, la parte domestica del lavoro necessario è principalmente attribuita alle donne.

 

Il lavoro riproduttivo genderizzato

Vogel sostiene che, nel consumo individuale, nella quotidianità della forza lavoro, il lavoro viene utilizzato anche per sostenere altri membri della famiglia che non producono [149/150], che è quindi anche lavoro necessario per la riproduzione del sistema. All’interno delle forme di “gestione della popolazione” per garantire la forza-lavoro, la riproduzione dei futuri lavoratori non è l’unica di cui si serve il capitale: la migrazione è un altro chiaro esempio. Per questo motivo Vogel insiste sul fatto che la famiglia non debba essere considerata l’unico luogo di riproduzione della forza-lavoro [147]. Ma la riproduzione generazionale è quella in cui interviene la biologia [146], che richiede effettivamente una divisione sessuale del lavoro.

Le donne appartenenti alla classe subalterna hanno quindi un ruolo particolare nel ricambio generazionale della forza-lavoro. Anche se possono essere produttori diretti allo stesso tempo, è nel loro ruolo differenziale nella riproduzione della forza-lavoro che stanno le radici della loro oppressione nella società di classe [150].

Pertanto, non è la divisione del lavoro nella famiglia stessa che fornisce la base per la subordinazione delle donne [153 e 177], ma questa specifica forma di riproduzione generazionale. La causa è che, durante la gravidanza e l’allattamento, la capacità lavorativa delle donne diminuisce e devono essere “mantenute” per quel periodo. In linea di principio, questo è dannoso per il singolo datore di lavoro, che vede aumentare una parte del “lavoro necessario” del lavoratore a scapito del pluslavoro di cui può appropriarsi. Ma allo stesso tempo, e questa sembra essere una contraddizione intrinseca al sistema, questo va a beneficio della classe capitalista nel suo insieme, assicurandole la futura forza-lavoro [151].

Qui è necessario introdurre un’altra considerazione per affrontare le caratterizzazioni di Marx. A fini analitici egli considera innanzitutto come la produzione funziona a livello di capitale sociale globale come se fosse uno solo, ma per avanzare a determinazioni più concrete è necessario contemplare i molteplici capitali che la integrano -come fa nel terzo volume del Capitale -, cioè l’intera classe capitalista. Allo stesso modo si potrebbe dire che la riproduzione analiticamente può essere considerata dal punto di vista di un lavoratore e della sua casa, ma per rendere conto della riproduzione del sistema, è necessario considerare la classe operaia nel suo complesso. A questo livello, Vogel aggiungerà,

… la riproduzione della forza-lavoro diventa una questione di riproduzione della classe operaia in quanto tale. Il termine classe operaia viene talvolta interpretato come riferito solo ai lavoratori dipendenti. In questo uso, ad esempio, solo le donne lavoratrici sarebbero considerate donne della classe operaia. Questa categorizzazione abbandona una serie di settori della forza-lavoro – bambini, anziani e disabili, così come le mogli non lavoratrici – in un limbo teorico al di fuori della struttura di classe. Qui, la classe operaia sarà considerata come una forza-lavoro passata, presente e potenziale, insieme a tutti coloro il cui sostentamento dipende dai salari, ma che non hanno fatto o non possono entrare nel mondo del lavoro salariato. In qualsiasi momento, comprende la forza-lavoro attiva, l’esercito industriale di riserva e quella parte della relativa sovrappopolazione non incorporata nell’esercito industriale di riserva [166].

Torniamo al discorso di Vogel. Nel capitalismo il lavoro è sociale ma è organizzato come un’impresa privata, e ciò permette al capitalista di appropriarsi del lavoro in eccesso pagando non ciò che viene effettivamente lavorato in un giorno, ma il valore riproduttivo di quella forza-lavoro attraverso un salario. L’espropriazione dei mezzi di produzione che costringe il lavoratore a vendere la sua forza-lavoro lo costringe anche a riprodursi attraverso il mercato, acquistando con il suo salario beni non consumabili in se stessi, cioè che richiedono un altro lavoro che sembra anch’esso svanire sotto forma di rapporto salariale.

Nelle società capitalistiche, quindi, il rapporto tra il pluslavoro e il lavoro necessario ha due aspetti. Da un lato, la demarcazione tra il pluslavoro e la componente sociale del lavoro necessario è oscurata dal pagamento dei salari nel processo di produzione capitalistico. D’altra parte, la componente domestica del lavoro necessario si dissocia dal lavoro salariato, l’arena in cui si svolge il pluslavoro [158/9].

Sarà quindi necessario chiarire tale componente del lavoro necessario. Facendo seguito a Ira Gerstein e Paul Smith, Vogel sosterrà che non c’è alcun tipo di plusvalore in quel lavoro domestico che si realizza vendendo la merce forza-lavoro ma, in ogni caso, quello che c’è è un trasferimento di valore:

Lo standard salariale familiare – un salario pagato ad un solo lavoratore maschio sufficiente a coprire il consumo dell’intera famiglia – rappresenta, per Gerstein, un esempio specifico di come ’’l’elemento storico e morale” influenzi la determinazione del valore della forza-lavoro. Cioè, gli standard salariali non solo includono una certa quantità e qualità delle merci, ma implicano anche una certa quantità e qualità del lavoro domestico [164].

Ad ogni modo, vale la pena chiedersi se la genderizzazione del lavoro riproduttivo, un effetto che mantiene metà dell’umanità in una posizione subordinata, possa essere spiegata solo dalla capacità di riproduzione generazionale delle donne. Giménez, che in linea generale concorda con le valutazioni di Vogel e ha lavorato con lei, segnala un altro elemento specifico del capitalismo, che non contraddice Vogel ma amplia le sue determinazioni. La riproduzione generazionale fa parte di un circolo vizioso: le condizioni precarie delle donne nel lavoro salariato limitano le loro possibilità di autonomia, confinandole dunque al lavoro domestico riproduttivo, rafforzando così l’isolamento nel privato che a sua volta aumenta la loro subordinazione, che influenza la precarietà del lavoro salariato a cui hanno accesso, e così via [6]. Ma, aggiunge, il capitalismo oscura anche la natura economica del lavoro riproduttivo generazionale, mistificandolo “in modo tale che siano percepiti solo i suoi aspetti biologici o ideologici (ad esempio, la necessità che un erede perpetui il cognome, o la necessità di “immortalità”, “pienezza”, ecc.) [7].

Ma allora, perché la subordinazione delle donne sembra persistere nel capitalismo, un sistema che ha radicalmente modificato le condizioni materiali di produzione-riproduzione, rendendo necessarie queste mistificazioni? Vogel dedica buona parte del suo libro a questo aspetto, al quale dedicheremo il prossimo articolo.

 

Ariane Díaz

Traduzione da Ideas de Izquierda

 

Note a piè di pagina

1] Oltre al libro di Lise Vogel che prendiamo qui in considerazione, vedi per esempio quelli di: Arruzza, Las sin parte, Barcellona, Sylone, 2010, riedito nel 2015; Bhattacharya (a cura di), Social Reproduction Theory, Londra, Pluto Press, 2017; Giménez, Marx, women and capitalist social reproduction, Leiden-Londra, Brill, 2019.

2] Chicago, Haymarket, 2013. Questa ristampa include un’appendice che non era nell’originale. I riferimenti a questa edizione saranno fatti nel testo seguente tra parentesi nella pagina corrispondente.

3] Citato in Heather Brown, Marx on gender and the family, Leiden-Boston, Brill, 2012, pp. 77/8. Salvo diversa indicazione, le traduzioni dall’inglese sono nostre.

4] Heather Brown in Marx on gender and the family (op. cit.) riprende gli stessi testi e ne aggiunge di nuovi, coincidendo in alcuni punti con Vogel ma reinterpretando molte delle citazioni prese come “naturaliste” dal punto di vista di una definizione di natura non positivista delineata nei Manoscritti del 1844. In Vogel, invece, si possono trovare echi althusseriani, un’influenza che non tutti i teorici della riproduzione sociale condivideranno. Tuttavia, Vogel insisterà nel criticare le visioni marxiste deterministiche e funzionaliste a cui Althusser è stato associato. Qui è necessario considerare il momento dell’enunciazione: con tutte le critiche che gli si potrebbero fare, il primo Althusser che Vogel evoca può essere visto oggi come deterministico, ma non è apparso così negli anni ’70, quando parte del suo fascino teorico consisteva nel proporre un’alternativa alle visioni economiche. Questo è probabilmente il motivo per cui Vogel può essere ripresa da altre letture della TRS che si iscrivono in genealogie divergenti del marxismo. Questi diversi quadri concettuali non sono sempre espliciti, anche se possono essere rintracciati in ciò che è enfatizzato o delimitato nelle diverse concettualizzazioni.

[5] Nell’introduzione di Ferguson e McNally alla riedizione del libro di Vogel, si interpreta che la “naturalizzazione” di Marx sarebbe stata vista in frasi come: “quando ci si riferisce al mantenimento e alla riproduzione della classe operaia, i capitalisti possono tranquillamente lasciare che se ne occupi l’impulso all’autoconservazione e alla moltiplicazione”. Questa frase sarà discussa in diverse versioni della TRS. Giménez sostiene che, oltre alla denuncia politica che il capitale lascia i lavoratori al loro destino a meno che il proprio profitto non sia a rischio, è anche una definizione di un modo di produzione che presuppone lavoratori “liberi” autonomi, per cui la produzione e la riproduzione non possono essere “isomorfi” (Giménez, op. cit., p. 75). A nostro avviso, Vogel sta delimitando più precisamente ciò che Marx naturalizzerebbe: non la riproduzione lasciata al di fuori del controllo diretto del capitale, ma una divisione sessuale del lavoro che rimane indiscussa.

6] Giménez, op. cit., pp. 77/78.

7] Ibid., p. 148.