Di fronte alla crisi politica e sociale in Ecuador, solo i lavoratori, i popoli indigeni e i poveri possono attuare una soluzione progressiva. Dichiarazione politica della Frazione Trotskista – Quarta Internazionale (FT-QI).


Il piano di austerità del FMI promosso da Lenín Moreno ha innescato una vigorosa mobilitazione degli sfruttati ed oppressi dell’Ecuador nel rifiuto dell’aumento del prezzo dei carburanti e del paniere familiare di base. La dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e il trasferimento della sede del governo alla città di Guayaquil, sulla costa, non ha fatto che aggravare il malcontento popolare generalizzando le mobilitazioni, i blocchi stradali e incoraggiando la marcia delle popolazioni indigene.

La repressione selvaggia e la militarizzazione delle città e delle autostrade ha già causato la morte di numerosi manifestanti a causa dell’azione repressiva della polizia e delle forze militari. Centinaia sono feriti e detenuti, a cui si aggiunge la dichiarazione del coprifuoco imposto l’8 ottobre, tra le 20:00 e le 5:00 del mattino.

Negli ultimi giorni, i lavoratori e il popolo ecuadoriano hanno ripreso il filo delle potenti mobilitazioni che hanno scosso il paese andino amazzonico alla fine degli anni ’90 e all’inizio dell’ultimo decennio, in cui, a seguito della mobilitazione di massa, sono caduti diversi presidenti che hanno cercato di applicare piani di austerità simili a quello promosso oggi da Lenín Moreno.

Con lo sciopero generale del 9 ottobre scorso, le proteste e le mobilitazioni contro il “pacchetto” del decreto 883, non cedono nonostante i tentativi di dialogo delle direzioni sindacali e delle burocrazie dei movimenti sociali. Ricordiamo che durante le rivolte dell’ultimo decennio la strategia di collaborazione di classe dei dirigenti dei sindacati e dei popoli indigeni ha portato all’instaurazione di governi di padroni come Mahuad e di ex militari come Gutiérrez che hanno imposto la dollarizzazione che oggi soffoca l’Ecuador.

La lotta dei lavoratori e del popolo ecuadoriano mostra la via da seguire in America Latina di fronte agli attacchi dei governi della regione e agli aggiustamenti del FMI, ad esempio in Brasile, Argentina, Cile o Perù. Questi piani devono essere affrontati con la mobilitazione nelle piazze.

 

Il piano di austerità di Moreno e l’FMI

Il governo di Lenin Moreno ha emanato il decreto 883 che, tra le 6 misure che attua, prevede l’eliminazione dei sussidi al carburante, provocando così un aumento siderale del prezzo della benzina e del gasolio, facendo scattare i prezzi di tutti i beni del paniere di base. Il gallone di benzina che fino al decreto oscillava in 1,85 dollari oggi arriva a 2,20 dollari. Nell’ambito del cosiddetto “pacchetto” richiesto dal FMI, il decreto prevede l’eliminazione delle tariffe per l’importazione di macchinari, attrezzature e materie prime agricole. Stabilisce inoltre che il rinnovo dei contratti a tempo determinato dovrebbe essere effettuato con una retribuzione inferiore del 20%, in un attacco brutale ai lavoratori più precari e impoveriti. Il decreto stabilisce infine da novembre crediti ipotecari e un sussidio di 15 dollari a 300.000 famiglie in situazione di povertà. È chiaro che la sovvenzione non può mascherare l’attacco che è stato lanciato contro i lavoratori e i cittadini: il decreto rivendica anche una riforma fiscale che dedurrebbe un giorno al mese di stipendio dai lavoratori pubblici e ridurrebbe le loro vacanze da 30 a 15 giorni all’anno.

Le misure messe in atto da Moreno cercano di preparare preparare il terreno per un prossimo rapporto favorevole del FMI, così che venga erogata la prossima tranche di 250 milioni di dollari, su un totale di 4,2 miliardi di dollari, di cui l’Ecuador ha bisogno per coprire il deficit fiscale a causa del calo delle esportazioni e dello sviluppo di tendenze recessive, condonando al contempo i debiti dei grandi gruppi economici che beneficiano del saccheggio del paese. Vale a dire, un piano affinché i capitalisti continuino a fare profitto e a scaricare tutto il peso della crisi sulla classe operaia e sui settori popolari e indigeni dell’Ecuador.

 

Il “correismo” ha spianato la strada a Moreno e ai neoliberali

Durante i 10 anni di governo di Rafael Correa, quando fu attuata la cosiddetta “Rivoluzione dei cittadini”, l’Ecuador ha beneficiato degli alti prezzi delle materie prime e degli idrocarburi che hanno alleviato i conti pubblici. Questo ha permesso al suo governo, come è successo in altri paesi della regione con i cosiddetti governi “post-neoliberali”, di stabilizzarsi sulla base di una certa ridistribuzione del reddito nazionale e di promuovere processi di riforma costituzionale. Allo stesso tempo, Correa ha continuato a garantire gli affari dei grandi capitalisti senza alterare la perdita di sovranità monetaria che la dollarizzazione implica.

Il governo di Correa iniziò con il sostegno di organizzazioni popolari e di sinistra, tra cui Pachakutik, la CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador) o il Movimento Democratico Popolare – ora conosciuto come Unità Popolare – di orientamento maoista, che cercò di trovare in Correa l’espressione delle lotte popolari che scuotono costantemente il paese dalla fine degli anni Novanta. Se nel primo momento del governo di Correa la chiave della sua stabilità e forza risiedeva nella cooptazione di leader e organizzazioni popolari, sentendosi gradualmente più forte, ha indurito i rapporti con i primi alleati, avanzando nella repressione giuridica della protesta sociale e dell’opposizione politica. Questa postura è stata alimentata da una politica di relativa distribuzione dei proventi del petrolio attraverso i sussidi e da alcune norme come la Legge sui Profitti, che ha posto dei limiti all’arricchimento accelerato dei settori legati alla speculazione immobiliare attraverso banche e istituzioni finanziarie, completando queste misure con un forte investimento pubblico che ha permesso di attenuare la tensione e la crisi sociale ereditata dagli anni Novanta. Gli ultimi anni del suo governo sono stati caratterizzati dalla repressione, dall’incarcerazione di studenti e insegnanti leader e da varie politiche anti-sindacali come gli attacchi all’amministrazione dei contributi previdenziali da parte degli insegnanti e di altre organizzazioni sindacali.

Infine, la cosiddetta “rivoluzione cittadina” è stata ridotta a semplici riforme istituzionali attuate dopo la Costituzione del 2008, ma incapaci, come si può vedere nella crisi attuale, di recuperare la sovranità monetaria del paese, o di inaugurare un percorso di industrializzazione sostenuta che permetta all’Ecuador di essere meno vulnerabile agli shock dell’economia internazionale e di avanzare lungo un percorso di rottura con tutti i legami che sottopongono il paese all’imperialismo, a cominciare dalla sovranità monetaria.

Lenín Moreno, che è giunto alla presidenza sponsorizzato da Correa, che lo presentò come l’unico candidato in grado di affrontare la “destra neoliberale” di banchieri e uomini d’affari come Jaime Nebot, ex sindaco di Guayaquil o Guillermo Lasso, banchiere che ha sfidato Moreno al secondo turno, ha attuato misure neoliberali, eliminando la legge sui profitti e utilizzando il sistema giudiziario costruito da Correa durante il suo governo contro di lui, che è andato in esilio e su cui pende la possibilità di andare in prigione accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici e corruzione. L’ex-vice presidente di Moreno, Jorge Glas, è stato arrestato e imprigionato pochi mesi dopo essere entrato in carica come parte della campagna contro il correismo. A livello internazionale, si è allineato con Trump e l’imperialismo americano, come dimostra il suo aperto sostegno all’offensiva del colpo di Stato contro il Venezuela o la consegna del giornalista Julián Assange alla giustizia britannica.

Di fronte a questo scenario, dal Belgio Correa ha già sottolineato che la via d’uscita da questa crisi è nelle dimissioni di Moreno e nell’anticipo delle elezioni, per incanalare le proteste attraverso i percorsi istituzionali indicati dal regime politico. Cerca non solo di capitalizzare il malcontento, ma anche di passivare l’azione del movimento di massa e salvare l’intero regime da un possibile attacco che lo manderebbe in rovina.

 

Contro la trappola del dialogo con Moreno, la Chiesa e l’ONU

Lenín Moreno nel suo recente messaggio al Paese ha annunciato che non ritirerà dal pacchetto imposto [ha poi ritrattato questa posizione, a parole, nel suo messaggio pubblico di ieri, ndr] mentre avanza nella militarizzazione del Paese, combinando questa posizione con gli appelli al dialogo e al negoziato, chiedendo la mediazione dell’ONU, in particolare con la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador, protagonista centrale delle ultime mobilitazioni. La presenza degli alti comandanti delle tre armi e della polizia nel loro messaggio alla nazione è stata eloquente della loro volontà di negoziare da una posizione di forza e di cercare la collaborazione dei leader dei movimenti sociali per aprire una tregua dalla crisi politica che ha scosso il paese più di una settimana fa.

Per il momento, il pacchetto di Moreno ha il sostegno dell’establishment economico e politico (tra cui Lasso, Nebot e Bucaram), così come dei grandi media e delle forze di repressione. Questa “coalizione” è quella che gli dà forza per non ritirare il decreto e cercare di negoziare sulla base di altre concessioni.

Il sindaco di Guayaquil, accompagnato da Jaime Nebot e da diversi uomini d’affari e banchieri di Guayaquil, ha chiesto l’organizzazione di gruppi di scontro per impedire l’ingresso delle popolazioni indigene che marciano in città, sfruttando a questo scopo lo spirito regionalista e razzista contro gli abitanti della sierra.

 

D’altra parte, anche la Conferenza episcopale ecuadoriana, in nome della Chiesa cattolica, si è unita ai tentativi di decomprimere la pressione sociale e sostiene un dialogo “sincero e rispettoso” affinché le autorità “continuino a lavorare per la giustizia sociale”, proponendosi come mediatori tra il governo e le organizzazioni sociali in lotta.

Le prime, più spontanee manifestazioni, e quelle che si svolgono nell’interno del paese, occupando municipi e comuni, avanzano la richiesta “che se ne vada Moreno”. Tuttavia, i dirigenti della CONAIE, del FUT (Fronte unitario dei lavoratori) e dei sindacati studenteschi nelle mani del maoismo hanno rifiutato di sollevare questo slogan perché lo considerano correista. Dopo la brutale repressione di mercoledì 9, la CONAIE propone l’abrogazione dell’articolo che elimina i sussidi agli idrocarburi e le dimissioni del Ministro del Governo, del Ministro della Difesa, il rilascio dei detenuti e la cessazione della repressione, per sedersi al dialogo come dichiarano nel comunicato del 10 ottobre. Il loro obiettivo non è la cacciata di Moreno. Alcuni leader hanno persino iniziato a rispolverare la vecchia politica di alleanza con la polizia e l’esercito in modo che agiscano come arbitri della situazione politica, chiedendo che questi ultimi ritirino il loro sostegno a Moreno.

Tuttavia, per cacciare il FMI, Moreno deve essere effettivamente sconfitto e va imposta una soluzione indipendente per mano dei lavoratori, degli indigeni, dei poveri. Contro qualsiasi proposta che cerchi di deviare la mobilitazione delle masse degli ultimi giorni al tavolo del dialogo concedendo una sopravvivenza al governo di Moreno o preparando ritorno di Correa, è necessario imporre sulle rovine del regime un’Assemblea Costituente con la mobilitazione popolare che affronti tutti i grandi problemi che concorrono alla sottomissione del Paese.

 

La necessità di lottare per una soluzione indipendente e rivoluzionaria alla crisi attuale

Mentre questo sta accadendo ai vertici del governo e delle direzioni dei movimenti sociali, l’energia dispiegata dal movimento di massa non si è fermata da quando il decreto 883 è stato lanciato, in uno sfoggio di creatività e volontà di combattere inedite nell’ultimo ventennio. Il pericolo maggiore in questo momento è che tutta l’energia e le potenzialità rivoluzionarie espresse da lavoratori, studenti, popolazioni indigene e settori popolari in questi giorni di violenza si svolgano nuovamente dietro una sorta di negoziazione che mantiene l’attacco all’economia operaia e popolare, mascherandola con concessioni di natura simbolica, e che finisce per diluire e dissipare l’enorme volontà di lotta espressa nelle strade.

L’attuale movimento di massa in Ecuador sta dimostrando di avere la forza di respingere l’austerità come ha fatto in passato con vari governi di tagli e neoliberali. Per questo motivo ha suscitato così tanta paura tra i governi della destra regionale che si sono esposti in blocco per mostrare il loro sostegno a Lenín Moreno, così come vari governi imperialisti come quello di Donald Trump negli Stati Uniti o Pedro Sánchez in Spagna hanno dimostrato il loro assoluto sostegno a Moreno e al suo adeguamento.

Sanno che un’eventuale caduta di Moreno tramite un’azione di massa potrebbe incoraggiare la lotta di classe nei paesi vicini e approfondire la crisi di alcuni governi come Vizcarra in Perù o Argentina, aumentando la debolezza di altri come il Brasile o il Cile. La destra venezuelana ha condannato le mobilitazioni seguendo questa logica, unendosi al coro di Moreno e Bolsonaro, affermando che esse sono il prodotto di una congiura di Maduro e Correa. Maduro allo stesso tempo cerca di lavarsi la faccia, “mostrando solidarietà” alla lotta e mettendo in discussione la repressione, essendo lui stesso a capo di un governo brutalmente repressivo e impegnato nei tagli.

Ma per farla veramente finita con Lenín Moreno e le ricette del FMI è necessario che il movimento di massa sviluppi una politica veramente indipendente nell’attuale crisi politica, respingendo i tentativi dei dirigenti sindacali e dei capi del movimento indigeno di dare a Moreno una possibilità a spese dell’attuale movimento di massa che ripudia il governo nel suo complesso e sta mostrando un’ampia volontà di combattere. È urgente promuovere lo sviluppo di organizzazioni di fronte unico per la lotta, da parte dei sindacati, delle comunità indigene-contadine e di altre organizzazioni operaie e popolari, che sulla base della democrazia diretta determinino le forme e i meccanismi che permettano di affrontare la selvaggia repressione poliziesca e militare, promuovendo lo sviluppo di comitati di autodifesa che in Ecuador si sono già espressi in varie rivolte nazionali e fanno parte del patrimonio del movimento di massa.

do, è fondamentale che questi organismi di fronte unico stabiliscano la strada per continuare ad impedire che i tentativi delle dirigenze burocratiche li riconducano ad un tavolo di negoziazione in cui, come sempre, saranno i bisogni popolari a essere messi da parte.

Per fare questo, è fondamentale sollevare un programma che rivendichi l’espulsione del FMI, promuovendo il rigetto del debito pubblico, avanzando così contro il potere economico dell’oligarchia finanziaria al servizio della quale stanno gli odierni tagli di Moreno, imponendo la nazionalizzazione senza indennizzo dell’intero sistema bancario e finanziario, sviluppando un’unica banca statale controllata dai suoi lavoratori. Questo programma dovrebbe porsi come obiettivo immediato che la crisi sia pagata dai capitalisti, banchieri, imprenditori e proprietari terrieri che hanno realizzato profitti favolosi con questo e col governo precedente, facendola con la dollarizzazione e recuperando la sovranità monetaria per stabilire il salario minimo con una scala mobile, finendo una volta per tutte con la disoccupazione e la precarietà del lavoro sostenuta dall’attuale governo e dai suoi piani di riforma del lavoro attraverso la distribuzione dell’orario di lavoro tra occupati e disoccupati.

Negli ultimi decenni, l’attività agro-industriale ha prosperato senza soluzione di continuità, senza risolvere le istanze agricole e territoriali delle comunità e delle popolazioni indigene; è urgente la lotta per una riforma agraria integrale diretta dalle stesse comunità e dalle stesse popolazioni contadine. Questo programma deve alzare le bandiere della nazionalizzazione delle miniere di proprietà internazionale, inquinanti, senza compensazione e poste sotto amministrazione operaia collettiva, insieme alle comunità indigene e contadine. La lotta per un tale programma permetterà di forgiare una potente alleanza di lavoratori, contadini, indigeni e poveri contro tutte le soluzioni della classe dominante.

Come parte della lotta per affrontare le trappole del dialogo o eventualmente un anticipo delle elezioni come proposto dal correismo, riteniamo necessario lottare per un’Assemblea Costituente Libera e Sovrana, imposta attraverso lo sciopero generale fino alla caduta di Moreno e dell’intero regime politico attuale, cioè gli antipodi a ciò che Correa ha fatto lo scorso decennio, per discutere alla radice quale paese vogliono i lavoratori, gli indigeni e i poveri. La lotta per un’assemblea di queste caratteristiche, che abbia funzioni legislative ed esecutive, sostenuta e difesa dalla mobilitazione organizzata dei lavoratori e del popolo, può permettere al movimento di avanzare nella convinzione che solo un governo dei lavoratori, dei poveri e dei contadini indigeni può stabilire una soluzione definitiva ai mali che affliggono il popolo ecuadoriano, espellere il FMI e aprire la strada alla risoluzione effettiva e integrale dei problemi del lavoro, della salute, dell’istruzione, della terra e del territorio al servizio delle grandi maggioranze popolari e rompere le catene che sottopongono il paese all’imperialismo nella prospettiva dell’unità socialista dell’America Latina.

Chiediamo la più ampia mobilitazione in America Latina e a livello internazionale in sostegno alla lotta del popolo ecuadoriano.

 

  • Abbasso il FMI e Lenin Moreno!
  • Abbasso lo stato di emergenza e il coprifuoco!
  • Abbasso la repressione militare e di polizia di Lenin Moreno!
  • Liberazione immediata di tutti i detenuti!
  • Nessuna fiducia in Correa, è da lì che viene Lenin Moreno!
  • Per cacciare il FMI, Moreno deve essere rimosso!
  • Preparare lo sciopero generale a oltranza finché il governo non venga cacciato e imporre una soluzione operaia, indigena, contadina e popolare alla crisi!
  • Per un’Assemblea Costituente Libera e Sovrana!
  • Per un governo operaio, contadino-indigeno e popolare!

 

Organizzazioni appartenenti alla Frazione Trotskista – Quarta Internazionale:

Argentina: Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS)
Brasile: Movimento Revolucionário de Trabalhadores (MRT)
Cile: Partido de Trabajadores Revolucionario (PTR)
Messico: Movimiento de Trabajadores Socialistas (MTS)
Bolivia: Liga Obrera Revolucionaria (LOR-CI)
Stato spagnolo: Corriente Revolucionaria de Trabajadoras y Trabajadores (CRT)
Francia: Courant Communiste Révolutionnaire (CCR) che forma parte del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste)
Alemania: Revolutionären Internationalistischen Organisation (RIO)
USA: compagni di LeftVoice
Venezuela: Liga de Trabajadores por el Socialismo (LTS)
Uruguay: Corriente de Trabajadores Socialistas (CTS)

Aderiscono:

Perú: Corriente Socialista de las y los Trabajadores (CST)
Costa Rica: Organización Socialista
Italia: Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR)