Migliaia di giovani iracheni continuano a organizzare manifestazioni di massa che richiedono posti di lavoro, l’accesso ai servizi pubblici di base e la fine della corruzione, e che hanno scosso l’intero paese.


Per più di due settimane, migliaia di iracheni, per lo più giovani, sono stati in prima linea in proteste spontanee ma intense. In tutto il paese, queste mobilitazioni hanno già portato a 110 morti e 6.000 feriti. Le richieste centrali dei manifestanti includono maggiori opportunità di lavoro, accesso all’elettricità e all’acqua potabile, e la fine della corruzione. Finora nessun partito politico, movimento o leader religioso ha guidato le mobilitazioni, anche se nei luoghi dove si svolgono le proteste la popolazione è per lo più sciita.

La brutale repressione statale ha seguito quasi immediatamente le proteste, con le forze speciali irachene che sono entrate violentemente a Baghdad con veicoli corazzati che sparano a bruciapelo contro i manifestanti. Anche se i raduni antigovernativi sono diventati quasi di routine in Iraq da quando il primo ministro Adel Abdul Mahdi è salito al potere un anno fa, queste tattiche segnano una risposta più pesante da parte dello Stato. Oltre ai morti e ai feriti, quasi 500 persone sono state arrestate dall’inizio delle proteste.

 

La frustrazione dei giovani catalizza i disordini

Queste proteste arrivano dopo mesi di disordini intorno a richieste simili. Anni di guerre, occupazione e instabilità economica per mano di paesi imperialisti come gli Stati Uniti hanno saccheggiato l’Iraq, lasciandolo in uno stato di vulnerabilità. Le migrazioni di massa e gli alti tassi di mortalità hanno creato una popolazione irachena di cui oltre il 60% ha meno di 25 anni. Il 40% di questi 20 milioni di giovani sono attualmente disoccupati.

Un gruppo di giovani manifestanti che vivono a Baghdad ha diffuso la propria sofferenza e le proprie lamentele rispetto allo Stato iracheno. “Ho studiato legge, ma l’unico lavoro che ho trovato è stato come barbiere”, ha detto alla CNN un manifestante di 26 anni di Baghdad. “Un mio amico è stato ucciso l’altro ieri”.

Un manifestante, laureato e disoccupato, ha urlato: “Vogliamo un paese in cui poter vivere, sono passati 16 anni!” [dall’invasione USA-NATO dell’Iraq, ndt].

Vivendo all’ombra dell’occupazione e della guerra per la maggior parte della loro vita, molti dei giovani manifestanti sono stufi di un ceto politico che considerano corrotto per aver svenduto le risorse naturali ed economiche del loro paese alle potenze imperialiste.

I numeri restituiscono bene la situazione: anche se il petrolio rappresenta il 65% del PIL dell’Iraq, esso garantisce il 90% delle entrate statali. L’industria petrolifera impiega solo l’1% della forza lavoro locale. La maggior parte degli iracheni che hanno un lavoro (circa il 60%) lavora nella pubblica amministrazione. Nel frattempo, un terzo della popolazione vive in povertà assoluta.

In risposta, sempre più manifestanti hanno iniziato a includere le dimissioni di funzionari pubblici nella loro crescente lista di richieste contro lo Stato. Nelle grida di protesta che ricordano le recenti manifestazioni in Algeria, Sudan, Haiti ed Ecuador, gli iracheni chiedono analogamente la fine della povertà endemica e dei governi sostenuti dall’imperialismo.

 

Le contromisure del governo iracheno

Martedì scorso il primo ministro Abdul Mahdi, ha pubblicato un piano per dialogare con i manifestanti. Il suo piano si concentra sull’aumento dei sussidi e degli alloggi per i poveri, così come sull’istruzione e la formazione lavorativa per i giovani disoccupati.

Tuttavia, invece di placare la rabbia, questi interventi proposti hanno finito per alimentare la rabbia dei giovani manifestanti. Le proteste sono proseguite in numero ancora maggiore, con molti manifestanti stufi delle promesse vuote.

“Dimostreremo domani, il giorno dopo e il giorno dopo e l’indomani”, ha detto un giovane manifestante.

 

Internet fuori uso

Mentre il primo ministro Abdul Mahdi ha pubblicato le sue riforme sui social media, il 75% del paese continua ad essere tagliato fuori da internet e dai social media secondo NetBlocks, una piattaforma globale che controlla la censura della rete.

Oltre ai blocchi della rete internet, il governo di Abdul Mahdi ha decretato il coprifuoco a Baghdad e nelle province di Di Qar, Najaf e Maysan come un altro modo per scoraggiare i disordini e bloccare le comunicazioni tra i manifestanti.

Mentre i giovani iracheni sono alle prese con una situazione economica devastante, la loro lotta contro la classe dirigente può solo intensificarsi. Le crescenti proteste in paesi semicoloniali come l’Ecuador e Haiti dimostrano che l’interventismo politico ed economico da parte degli imperialisti ha portato le masse alla miseria.

Allo stesso tempo, il recente aumento della lotta di classe nei paesi semicoloniali come l’Iraq implica che l’unica via da seguire è che la classe lavoratrice internazionale tolga il potere ai regimi corrotti, spinga gli imperialisti ad uscire e rimodelli la società con un programma socialista.

 

Rosemary Lilov

Traduzione da Left Voice