Di fronte all’alleanza tra il governo Macron e il leader sindacale Berger, la base del movimento scioperante si rifiuta di lasciare che il sindacato CDFT negozi il peso delle catene sulle proprie spalle. Lo sciopero si deve allargare al settore privato e culminare in grande sciopero generale politico contro la riforma delle pensioni e per la caduta del governo Macron.


Da un lato, il rifiuto delle politiche Macron e del suo partito sta crescendo. D’altra parte, c’è una catena di azioni per denunciare le politiche del leader del sindacato CFDT, Laurent Berger. Un’atmosfera “destituente” che riporta in auge lo spirito dei gilet gialli, che si uniranno alle mobilitazioni schierandosi in prima fila, nell’ambito dello sciopero come arma principale per costruire un nuovo rapporto di forze tra classi sociali.

Oggi 24 è il giorno della presentazione della legge di riforma del sistema pensionistico al Consiglio dei ministri del governo francese: i lavoratori del settore privato devono entrare in massa sulla scena per una giornata di sciopero generale politico, la migliore risposta che si possa dare al patto di Macron-Berger.

 

Una radicalizzazione del movimento che il governo non riesce a contrastare

Macron non può dormire sonni tranquilli. Voleva lasciarsi alle spalle i traumi del passato, il ricordo dell’ondata dei gilet gialli, ma sicuramente quelli del “mondo di sotto” non lo lasceranno in pace.

Un’immagine di fragilità, di immaturità, di nervosismo, vedere Macron che viene salvato dal Teatro di Bouffes du Nord, una settimana fa, da una manifestazione contro di lui di poche centinaia di manifestanti. Voleva dimostrare che non aveva paura di nulla, che non avrebbe mai ceduto al terrore. Questo evento è stato un richiamo all’ordine per il governo. Il metodo Coué ha i suoi limiti e i dimostranti saranno lì a ricordarglielo.

Da giovedì 16, la strategia del governo è stata del tutto chiara: fare della manifestazione con 500.000 persone l’ultima cartuccia del movimento di protesta. Nonostante la determinazione della RATP (metropolitana e autobus) e della SNCF (ferrovie), la presenza dei lavoratori delle raffinerie, la conferma dello sciopero degli insegnanti, il potenziale della gioventù, Macron si è messo in testa di porre fine alla mobilitazione.

Ma le cose, in un momento di crisi avanzata del capitalismo francese e del governo, non sono così semplici. Un anno di gilet gialli che lo sfidano, e i manifestanti non danno tregua al Presidente. Le azioni si moltiplicano ovunque vada Macron. Versailles, Dunkerque, il teatro di Bouffes du Nord, il ripudio verso il presidente francese trova un posto centrale nella mobilitazione, e rompe il tetto di cristallo delle richieste incentrate sulle pensioni. La richiesta di “dimissioni di Macron” ha ripreso vigore e si sono sviluppate le azioni destabilizzanti del presidente.

Basta osservare come in sole 24 ore ci sia stata un’incredibile impennata del tono degli scioperanti. Una manifestazione è arrivata bussando alle porte del palazzo che fu di Luigi XVI e ha richiesto centinaia di poliziotti antisommossa per impedire un remake del 1789. Gli scioperanti della CGT si sono infiltrati nella sede di un’altra centrale sindacale, la CFDT (Confédération Française Démocratique du Travail), per togliere l’elettricità e lanciare un nuovo rimprovero all’attuale capro espiatorio del movimento, un comunicato della CGT Quimique, che chiede la mobilitazione contro la “dittatura” del governo.

Vediamo, quindi, sintomi che cominciano a tormentare il potere, e che gli ricordano di non vendere la pelle dell’orso prima di cacciarlo. A forza di nostalgia per i tempi in cui rivendicava di detenere un grande potere, Macron ha risvegliato il gilet giallo che dormiva in ogni lavoratore scioperante, al ritmo delle sirene conciliatrici lanciate al movimento dalle centrali sindacali.

Cercando di sopprimere gli elementi dei “gilet-giallizzazione” prima che emergessero nel movimento di sciopero, il governo ha risposto con una repressione estremamente violenta. L’atto 62 dei gilet gialli è finito nel sangue, il giornalista Taha Bouafs è stata arrestata per aver twittato. Parallelamente, un’offensiva senza precedenti da parte della politica di governo contro l’azione presso la sede del CFDT, per evitare che si diffonda la politica di rifiuto delle leadership sindacali da parte della base operaia. Ancora una volta, hanno fallito.

Mentre la maggioranza delle centrali sindacali ha preso posizione contro questa azione del coordinamento dei lavoratori della RATP-SNCF, molte sezioni sindacali hanno denunciato le dichiarazioni del leader della CFDT Berger e della direzione della CGT, mentre la sezione Energia della CGT ha messo a segno un colpo da maestro tagliando le luci, lasciando muti i talk show televisivi e persino il segretario generale della CGT, Martinez.

 

Né Macron, né Berger, è la base che decide

La situazione diventa potenzialmente ingarbugliata per il governo. Nel frattempo, si trovano di fronte al fenomeno di un’intensificazione dello sciopero alla base, che potrebbe anche dover affrontare la possibilità che esso si estenda, alla fine, anche al settore dei lavoratori delle imprese private. Un esempio è l’occupazione di una fabbrica come la Luxfer. Lì si iniziano a vedere azioni contro la dittatura dei padroni che si sviluppa nelle fabbriche.

La risposta dell’Intersindacale è più che insufficiente, una testimonianza è l’assoluta assenza di azioni promosse rispetto al 22, 23 e 24 gennaio. Philippe Martinez, leader della CGT, sembra più preoccupato di “condannare ogni violenza” (per andare contro l’azione degli scioperanti del coordinamento RATP-SNCF che si rifiuta di nominare direttamente), che di costruire una giornata di mobilitazione di massa. Se ha messo la mano sul fuoco per dire che nessun militante della CGT è stato coinvolto nell'”intrusione”, chi ha tagliato l’elettricità alla sede della CFDT nell’azione organizzata dalla CGT Energia?

La base è pronta e preparata ad andare oltre a quanto attualmente proposto dalla sua direzione. Se oggi il piano di battaglia non sarà messo sul tavolo dei dirigenti sindacali, il tradimento di Berger con la falsa promessa di non cambiare l’età pensionabile e il suo passaggio chiaro, cristallino nelle file del governo sono scintille che potrebbero accendere ancora più rabbia.

L’alleanza Macron-Berger, se voleva che il governo mantenesse la promessa della concertazione sindacale, ha invece alimentato l’incapacità dei dirigenti della CFDT di svolgere un ruolo di pacificazione del mondo del lavoro, che continuerà a dimostrare collaborando con il governo sulla regressione sociale che la riforma delle pensioni implica.

Assistito da economisti vicini al potere come Pisani-Ferry e Aghion, Berger svolge il ruolo un negoziatore che gli scioperanti non vogliono più sopportare. Se questo serve però a Macron, che cerca di ammorbidire la sua posizione da “Giove tonante” con pseudo-concertazioni, Berger, che vorrebbe essere un riformistarispettabile, potrebbe irrigidirsi per via della pressione del movimento contro nuovi tradimenti.

E se, prima dello sciopero, alcuni consiglieri del Palazzo dell’Eliseo temevano che i sindacati non sarebbero stati in grado di controllare la loro base, sono stati costretti a riconoscere che ciò poteva diventare chiaro questo venerdì 24, di fronte ai tradimenti della CFDT, se una rabbia amplificata contro il caso Macron-Berger si fosse manifestata per le strade.

Gli elementi di radicalizzazione alla base mostrano che la maschera conciliatrice del governo è stata ostentata troppo a lungo. E che la fermezza degli scioperanti della RATP-SNCF, autori di uno sciopero storico, che la classe dominante fa fatica a digerire (come dimostra il revanscismo del managemente di SNCF e RATP per scaglionare le detrazioni salariali), potrebbe contagiare il settore privato, diffondendosi già da tempo lentamente, con un rifiuto sempre più condiviso della riforma delle pensioni.

Inoltre, nonostante le difficoltà materiali dell’avanguardia, essa rimane mobilitata per ottenere il pensionamento, e la prospettiva di una giornata di massa è ben presente a tutti. Questo 24 gennaio deve essere l’espressione di questa determinazione. I settori strategici delle imprese private che non si sono impegnate nel movimento e che devono ora muovere i primi passi di ricomposizione delle lotte sparse, devono tradurre le loro rivendicazioni attraverso l’espressione collettiva e politica nelle strade attraverso lo sciopero.

Sembra improbabile che con una giornata di sciopero generale politico contro di lui, Macron possa permettersi di incontrare di nuovo quasi 200 padroni alla Reggia di Versailles. Né sembra che potrà tornare a teatro in pace.

Redazione di La Izquierda Diario