Quando entra massicciamente nella lotta, la forza della classe operaia rappresenta un fattore determinante per la storia. Lo vediamo oggi in Francia anche se solo in termini di potenzialità. L’abbiamo visto recentemente in occasione delle rivoluzioni arabe, in Tunisia ed Egitto con la caduta di Ben Ali e di Moubarak nell’inverno 2011. Poco più di 60 anni fa a Cuba, in una fine d’anno del tutto particolare, fu uno sciopero a segnare la vita del paese per i decenni successivi.


Secondo la leggenda veicolata dal regime cubano post-rivoluzionario, l’inizio di tutti i cambiamenti nella vita di Cuba coincide con l’ingresso dell’Esercito Ribelle nella capitale l’8 gennaio 1959, una settimana dopo la fuga del dittatore filoamericano Fulgencio Batista. È la versione che troviamo nelle foto più conosciute, come quelle del fotografo newyorchese Burt Glinn, scattate lungo il Malecon, il lungo boulevard che costeggia il mare separando L’Avana dal Golfo della Florida.

Nel novembre 1959 tuttavia, davanti ai delegati del X Congresso centrale dei lavoratori cubani, Fidel Castro, allora neo Primo Ministro di un governo che non si definiva ancora “socialista”, ammette che

grazie ai propri sforzi ed alla vittoria del 1 ° gennaio [1959], la classe operaia è divenuta un fattore preponderante e decisivo della vita politica del paese perché è la classe operaia che ha dato il colpo di grazia [al vecchio regime] con lo sciopero generale proclamato dall’Esercito Ribelle (…), è stato lo sciopero generale che ci ha aperto le fortezze della capitale e che ha dato tutto il potere alla Rivoluzione. [F. Castro, El pensamiento di Fidel Castro. Selezione tematica, Tomo 1, vol. 2, Havana, Ed. Política, 1983, p. 499].

L’omaggio di Castro ai lavoratori non è una delle tante svolte ideologiche cui il “leader massimo” è familiare. È il vero riconoscimento del ruolo essenziale svolto, durante la fase decisiva della caduta della dittatura, dal mondo del lavoro, dai settori politicamente e sindacalmente organizzati e da quelli non organizzati.

Durante la seconda metà del 1958, Batista è estremamente indebolito, abbandonato persino dai suoi ex sponsor nordamericani. E tuttavia gli USA non sono disposti a far rovesciare il regime del loro burattino da un gruppo di giovani rivoluzionari nazionalisti e democratici, come quelli che animano il Movimento del 26 luglio [M26] di Castro. I vertici dell’esercito sono pronti a deporre Batista e sostituirlo con un governo militare ad interim. È una vecchia strategia del Dipartimento di Stato USA per liquidare un dittatore amico diventato ormai troppo ingombrante e dare un nuovo volto al regime senza passare la mano. Le truppe ribelli di Castro hanno il controllo di ampi territori della provincia centrale e di quella orientale dell’isola, ma non hanno conquistato nessuna delle principali città del paese, tanto meno Santiago o L’Avana.

Il regime è, certo, estremamente fragile, a causa degli assalti sferrati nei mesi precedenti dai guerriglieri che sono riusciti a rompere il loro isolamento geografico e uscire dai propri nascondigli nella Sierra Maestra; ma è debole anche perché la borghesia e gli USA hanno ritirato il loro sostegno a Batista. È in questo contesto che, alla fine del dicembre 1958 il mondo del lavoro inizia a gettarsi nella battaglia, in particolare nella capitale, in maniera spontanea o comunque senza che vi fosse stato un appello diretto in questo senso da parte dei capi militari dell’M26 o dei vertici delle altre fazioni progressiste ostili all’apparato burocratico sindacale corrotto e filogovernativo. Non è la prima volta, in realtà, che il proletariato cubano mette in piedi un braccio di ferro con il regime. Dopo lo sbarco dei “barbudos” nel dicembre 1956 [barbudos è il nome con cui sono conosciuti i rivoluzionari cubani del Movimento del 26 luglio, NdT], nel luglio 1957 viene proclamato lo sciopero generale a L’Avana e a Santiago, a seguito all’assassinio di Frank País, uno dei principali esponenti dell’M26 nel città. Un secondo sciopero generale viene proclamato nell’aprile 1958. Questi due scioperi falliscono, ma contribuiscono ad indebolire il regime militare.

Il terzo tentativo è quello decisivo. Alla fine di dicembre 1958, lo scontro si fa feroce e diventa subito scontro armato condotto per le strade. Nella notte tra il 31 e l’1 gennaio, si registrano i primi colpi di fuoco tra polizia e oppositori del regime e tra questi ultimi ci sono molti impiegati dei trasporti pubblici della capitale che hanno saccheggiato armerie e stazioni di polizia. Ai conducenti delle “guaguas” [autobus cubani, NdT] si aggiungono i lavoratori portuali, i lavoratori delle industrie grafiche, gli operai delle fabbriche di tabacco, e gli impiegati, seguiti infine dai giovani. In ogni città a Capodanno c’è poco movimento, ma L’Avana il quel 1 gennaio appare completamente paralizzata. Gli scontri a fuoco da sporadici diventano via via più frequenti.

Solo il 2 gennaio Fidel Castro lancia l’appello allo sciopero generale rivoluzionario, sciopero che sarebbe dovuto continuare fino alla caduta della dittatura con l’obiettivo di impedire allo Stato Maggiore e all’ambasciata americana di nominare un governo civico-militare ad interim. L’appello viene lanciato a nome del Fronte Operaio Nazionale Unito che unisce il Movimento 26 luglio e i settori sindacali di altre organizzazioni, compresi quelli guidati dai comunisti cubani del Partito Socialista Popolare. Castro sale su quindi su un treno in corsa, ma da allora in poi riuscirà a controllarlo, o piuttosto a cavalcare abilmente la classe operaia e l’onda operaia e popolare.

Questa fotografia scattata da Glinn a L’Avana, la mattina del 1 gennaio 1959, è una testimonianza eccezionale in questo senso e contrasta con le più note foto dell’ingresso dei “barbudos” nelle città liberate. La fotografia è un documento prezioso: è una delle poche testimonianze dell’atmosfera nelle strade della capitale in quei giorni e attesta l’esistenza di una attività autonoma delle masse popolari che precede l’appello di Castro. In questo senso contrasta con la leggenda castrista di una vittoria ottenuta soltanto a colpi di fucile o grazie alla preponderante azione della guerriglia.

Fotoreporter per Magnum, Glinn arriva a L’Avana la mattina presto. Il giorno prima, con l’orecchio incollato alla radio durante tutta la notte di San Silvestro, ha lasciato New York per raggiungere Cuba ed essere in prima fila a vivere la fine della dittatura. In questa foto gli uomini sono vestiti con una “guayabera“, la tradizionale camicia caraibica a maniche corte indossata sopra ai pantaloni. Secondo Mao la rivoluzione non è una cena di gala, eppure si ha come l’impressione che, in questa mattina del 1 ° gennaio, i personaggi della foto siano tutto sommato ben vestiti. Sono per la gran parte lavoratori in sciopero e alcuni di loro combattono dal giorno precedente. Si sono appostati davanti ad un hotel-casinò gestito da parenti dell’ex dittatore. Gli spari sono sporadici e la situazione è confusa: lo capiamo dal gesto dell’uomo a sinistra, sullo sfondo, che con la mano fa segno di non sparare. Ma dall’espressione di quelli inginocchiati sui gradini possiamo capire che la formazione governativa che essi affrontano con le armi continua a resistere. Tra gli uomini solo uno indossa una fascia distintiva al braccio: è un attivista clandestino del M26, il movimento Castro. Gli altri non sono politicamente identificabili. Potrebbero essere militanti del Direttorio Rivoluzionario, un’altra corrente nazionalista di sinistra che combatte la dittatura: alcuni gruppetti di guerriglieri di questa corrente, provenienti dalle colline di Escambray, saranno i primi ad entrare a L’Avana, con qualche ora di anticipo rispetto all’ingresso in città di Guevara. Potrebbero essere infine esponenti del PSP, come si chiamava allora il Partito Comunista Cubano, di orientamento filosovietico, una formazione politica che aveva impiegato ben cinque anni prima di intraprendere una decisa opposizione contro la dittatura. O forse si tratta semplicemente di un gruppetto disorganizzato di cittadini, che come migliaia di altri, si sono gettati nella lotta dopo il primo gennaio.

Castro proclama la fine dello sciopero il 4 gennaio, ma queste giornate di lotta hanno messo in moto un processo destinato a non esaurirsi rapidamente. La mobilitazione generale continuerà sia nelle campagne dove contadini, mezzadri e piccoli agricoltori chiedono che vengano realizzate le promesse di riforma agraria fatte dal M26 nella Sierra, sia nelle città, con rivendicazioni che riguardano il prezzo degli affitti, il congelamento delle tariffe dei servizi pubblici, l’adeguamento dei salari. Nelle città continuano numerosi gli episodi di occupazione dei luoghi di lavoro.

Gli sfruttati non riusciranno però a creare proprie organizzazioni di autorappresentazione in modo da assicurarsi la direzione politica di questa fase iniziale della rivoluzione e questo rappresenta il maggiore limite di questa esperienza. Il processo viene controllato, dall’inizio alla fine, dai settori più a sinistra del M26 che si radicalizzeranno progressivamente anche a fronte di un inasprimento della posizione degli USA che assumono un atteggiamento apertamente ostile verso Cuba, con il tentativo di invasione dell’isola poi fallito (invasione della Baia dei Porci nel 1961) e con un embargo criminale che dura ancora oggi.

È lo sciopero generale del 1959 tuttavia che lancia il movimento operaio cubano e i giovani sul percorso di mobilitazione e resistenza, un percorso che essi non abbandoneranno prima del completo irrigidimento del regime, la sua burocratizzazione ed il suo allineamento con l’URSS e il socialismo sovietico di tipo militare alla fine degli anni ’60.

Jean Baptiste Thomas

Traduzione di Ylenia Gironella da Révolution Permanente