Tempi duri per la presidenza degli Stati Uniti, alle prese con una procedura di impeachment che accusa Trump e alcuni funzionari governativi di aver utilizzato come arma di ricatto la sospensione degli aiuti militari all’Ucraina per spingere il governo ucraino a danneggiare politicamente Joe Biden, ex vicepresidente e candidato democratico alle presidenziali del 2020 e suo figlio Hunter. Visto che però la miglior difesa è l’attacco il presidente cerca di rilanciarsi proponendo quella che, a suo dire, sarebbe la più grande soluzione di pace del secolo.

Donald Trump cerca di sbloccare la questione mediorientale, riproponendo a modo suo la “soluzione dei due stati”, da sempre appoggiata da buona parte della comunità internazionale. Il suo piano di pace prevede che Israele conservi tutti gli insediamenti di coloni creati dopo la guerra del 1967 in Cisgiordania, che Gerusalemme sia la sua capitale indivisa e che abbia il controllo della sicurezza della regione. I palestinesi potranno costituire uno Stato sulle aree che già possiedono, con capitale nei quartieri di Gerusalemme est che già controllano e avranno compensazioni che raddoppieranno, secondo Trump, il loro territorio complessivo con all’annessione di un territorio, attualmente dello Stato ebraico, al confine con l’Egitto.

Il piano, che stando a Trump costituirebbe “un’opportunità per entrambi, che consente a tutti di vincere”, ha riscosso i favori del premier israeliano Netanyahu, anch’egli alle prese con un’accusa per corruzione, ma anche del capo dell’opposizione Ayman Odeh, mentre il premier palestinese Abu Mazen ha subito bocciato la proposta.

A poco valgono infatti i 50 miliardi di dollari di investimenti promossi nel nuovo stato palestinese, il congelamento di nuovi insediamenti ebraici nei quattro anni previsti per il negoziato e le controverse compensazioni territoriali quando si dà un’occhiata alle contropartite. Innanzitutto il nuovo stato palestinese non avrebbe diritto ad un esercito proprio, ma solo ad una forza di polizia che avrà in dotazione solo armi leggere, il che sarebbe un’evidente limitazione della sua sovranità e del suo peso internazionale. Oltre a ciò le autorità palestinesi non dovranno intraprendere “alcuna azione, e annullare quelle in corso, contro lo Stato d’Israele, gli Stati Uniti e i loro singoli cittadini di fronte al Tribunale penale internazionale, alla Corte di giustizia internazionale e a ogni altro tribunale”. Limitazione non certo casuale visto che, come denuncia Amnesty International, durante l’anno passato proprio il Tribunale penale internazionale, dopo aver accertato che nei territori palestinesi occupati sono stati commessi crimini di guerra, si era detto pronto a procedere con un’indagine una volta confermata la sua competenza.

Lo stesso meccanismo della compensazione territoriale è iniquo vista la natura illegale degli insediamenti israeliani nelle zone occupate e che, anche secondo le norme internazionali, i palestinesi fuggiti o espulsi dalle loro terre a partire dal 1948 hanno diritto a fare ritorno. Si contano ad oggi 5 milioni e 200 mila rifugiati ufficiali, costretti spesso a vivere stipati in campi sovraffollati e lontani dai territori che gli spetterebbero di diritto.

Capiamo bene allora cosa intende Jared Kushner, genero di Trump e ideatore dell’accordo, quando si vanta col giornale inglese The Guardian di aver esortato Israele e palestinesi a “non parlare di storia”. La storia che Kushner e Trump vogliono rimuovere inizia nel 1948, anno in cui terminò il mandato che assegnava al Regno Unito il controllo della Palestina dopo la caduta dell’Impero Ottomano provocata dalla prima guerra mondiale. In quell’anno, che coincise con la nascita dello Stato d’Israele, l’ONU decise la divisione dell’area del mandato e i palestinesi persero così gran parte del loro territorio. 530 villaggi furono distrutti e 700.000 palestinesi si trovarono costretti all’esodo e a rifugiarsi negli stati confinanti; dopo la guerra dei 6 giorni, nel 1967, Israele in seguito a una vittoria lampo occupò territori in Egitto, Siria, Giordania e Palestina. L’ONU chiese ad Israele di ritirarsi dai territori occupati, ma Israele disattese questo accordo e continuò a costruire sempre più insediamenti nei territori conquistati.

Dopo meno di vent’anni, (1994-96) gli accordi di Oslo imposero ad Israele e Palestina di riconoscersi reciprocamente come stati e, sulla base dei territori conquistati nel ’67, l’area venne suddivisa in 3 zone: una prima zona sotto il controllo della Palestina, una seconda sotto il controllo civile della Palestina e militare di Israele e infine una terza zona sotto il controllo di Israele. Questa storia tragica e travagliata fa da sfondo alla situazione attuale, in cui la Striscia di Gaza è teatro di continui attentati e sotto parziale embargo navale e aereo e terreste imposto da Israele.

È chiaro che sulla base di queste premesse il piano, per usare le parole di Trump, consente di “vincere” a Israele molto più che ai palestinesi. Questo è vero già a partire da una redistribuzione dei territori che vedrebbe Israele acquisire la Valle del Giordano, annettendosi circa il 40% del territorio di Palestina più varie colonie (illegali) a macchia di leopardo difese militarmente, il che trasformerebbe il futuro stato di Palestina in un colabrodo senza esercito, senza neppure controllo sul suo spazio aereo, dipendente da investimenti stranieri e dunque facilmente in balia delle potenze occidentali, Stati Uniti in testa.

La possibilità per i palestinesi di ottenere uno Stato dipenderebbe insomma dall’attuazione di queste condizioni infami, che andrebbe verificata nel corso dei quattro anni previsti per i negoziati. Gerusalemme Est, identificata con i quartieri di Kafr Aqab, la parte est di Shuafat o Abu Dis, diventarebbe la capitale dello stato palestinese e gli Usa aprirebbero lì un’ambasciata. I territori della nuova nazione, geograficamente discontinui, sarebbero collegati con strade, ponti o tunnel. L’accesso alla spianata dei templi e alla moschea di al-Aqsa verrebbe poi garantito a tutti i fedeli e resterebbe sotto la gestione giordana. Secondo il documento, i palestinesi avranno quattro anni di tempo per considerare la proposta, riprendere la trattativa con Israele e definire i dettagli del piano.

L’annuncio del piano ha provocato scontri alla periferia di Ramallah fra centinaia di dimostranti e alcuni reparti dell’esercito israeliano. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas, ha annunciato per venerdì una “giornata della collera”, perché “Gerusalemme sarà sempre una terra per i palestinesi”.

Interessante vedere qual è stata la reazione dei Paesi più vicini alla Palestina. Favorevoli sono Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto, contrari la Giordania e la Turchia. Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri , ha dichiarato  a sua volta che l’Europa “è pronta a lavorare per la ripresa degli importanti negoziati per risolvere tutti i problemi rimanenti e raggiungere una pace giusta e duratura” e che “studierà e valuterà la proposta avanzata” dagli Stati Uniti, cercando “una soluzione praticabile che tenga conto delle legittime aspirazioni sia dei palestinesi che degli israeliani, rispettando le risoluzioni dell’ONU e i parametri internazionali”.

Al di là delle varie dichiarazioni più o meno concilianti è chiaro che uno scenario come quello delineato dal documento presentato da Trump, dove di fatto si continua a non riconoscere alla Palestina la sovranità e il diritto ad avere un proprio esercito, che toglie in pratica ogni sbocco al mare tranne quello della Striscia di Gaza, che legalizza di fatto la politica di invasione perpetrata da Israele negli ultimi 70 anni non può definirsi un piano di pace, ma un più raffinato piano di invasione imperialistico ai danni del popolo palestinese.

 

Miriam e Bauschan