Il governo Conte ha accompagnato l’emanazione del decreto di “quarantena generale” per tutto il paese con una retorica paternalistica che idealizza il “restare a casa” e la casa come luogo sicuro, quasi come un paradiso. L’evoluzione della famiglia e dell’organizzazione dello spazio della “casa” ci raccontano un’altra storia, dove le masse subordinate vivono una quotidianità familiare ben diversa dall’Eden di cui ci parla Conte.


È da 6 giorni che l’Italia è posta in una quarantena forzata. L’infezione da Covid-19 corre veloce: quasi 25.000 il numero complessivo degli infetti, più di 1.800 i morti. Per porre un freno all’infezione, lo stato ha presto trovato la soluzione: “State a casa!”. Non tutti, ovviamente: gli operai possono continuare a sgobbare nelle fabbriche dei padroni, gli operatori sanitari possono sfinirsi in un sistema sanitario ridotto all’osso (a causa dei decennali tagli e trasferimenti di fondi ai privati), così come i riders possono continuare a pedalare a loro rischio e pericolo (e non solo loro!) per rispondere all’aumento di richieste di consegne di cibo a domicilio.

Imporre la quarantena di massa non è una misura che stupisce, se si tiene conto del quadro di crisi del capitalismo italiano e del contesto sociale colmo di tensione e rabbia. Nel convulso susseguirsi delle fasi di recessione e di (falliti) tentativi di ripresa, accompagnate dalla diffusione del populismo e del razzismo di stato su larga scala, l’infezione da Covid-19 funge non solo da potente acceleratore della crisi economica, che già da tempo si era appostata dietro l’angolo, ma anche da cartina di tornasole della crisi sociale che stiamo vivendo.

Ha palesato non solo la devastazione della sanità pubblica che lo stato e il capitale hanno realizzato nel corso del tempo, ma anche l’individualismo diffuso che il neoliberismo porta con sé. L’imposizione di “restare tutti a casa” ne è l’esempio più lampante. Già, perché l’intimazione governativa, tramite decreto, ci degrada a ammasso di individui – la citazione pseudo-dotta di Giuseppe Conte che, in diretta TV (e mettendo in campo nientepopodimeno che il sociologo Norbert Elias), dice di vederci come “una comunità di individui”, non è altro che il richiamo di un (decisamente meno dotto) motto thatcheriano: “la società non esiste, esistono solo gli individui” – e che, come tali, dobbiamo affrontare la situazione. Ognuno deve provvedere a sé stesso: il come, il perché, non interessa. Viene così instillato un altro pericoloso virus: quello della paura irrazionale nei confronti di chi si trova accanto, vicino a ciascuno di noi, dato che è ormai visto come potenziale portatore di infezione. La persistente opacità nelle spiegazioni sulle modalità di trasmissione di Covid-19 se, da un lato, introduce una distanza e paura sociale diffusa, dall’altra incrementa la fiducia nello stato, facendolo apparire come l’unica possibilità di salvezza, come il migliore salvagente in un mare in tempesta, co,e un padre collettivo di tanti individui isolati e disperati. In altre parole, lo stato borghese, colui che ha tagliato i fondi alla sanità, che ha licenziato il personale specializzato nelle terapie intensive e che ha chiuso gli ospedali lungo tutto il paese, diventa ora il buon padre di famiglia, il salvatore par excellance, il protettore della sicurezza nazionale a botte di denunce penali e multe.

Restare a casa” è una necessità oggettiva al fine di non diffondere il contagio: è una questione di responsabilità nei confronti della comunità e di tutti i lavoratori e che, quindi, dovrebbe spingerci verso una consapevolezza circa le conseguenti necessità sociali e verso la creazione di momenti di autorganizzazione per sopperirle – cosa che in diverse parti d’Italia e del mondo sta avvenendo, aiutando i malati a fare la spesa, i lavoratori a rivendicare il diritto a condizioni sicure, flash mob sui balconi per far sentire la solidarietà ai lavoratori delle unità sanitarie – porta però con sé anche numerose contraddizioni, di cui bisogna essere consci.

Che cos’è la casa?

La casa è il luogo dove, lungo XIX secolo, con la nascita dello stato-nazione e l’evoluzione della produzione industriale, è stato relegato il nuovo nucleo familiare, inteso in un’ottica capitalista: composto da un padre, che si deve occupare della sussistenza della moglie – relegata alle faccende domestiche e alla riproduzione sociale della famiglia – e della prole che, un giorno, a sua volta, dovrà immettersi nel mercato del lavoro, per vendere la propria forza-lavoro e (ri)produrre un proprio nucleo familiare, così da rendere eterno il circolo infernale della produzione. Se questa è la famiglia funzionale all’accumulazione del capitale, anche le abitazioni dovevano essere pensate e costruite per agevolare tale contesto. Infatti, è proprio in questo periodo che le abitazioni hanno iniziato a mutare la propria morfologia, adottando la tendenza alla crescente restrizione degli spazi, parallelamente alla progressiva diminuzione del numero di familiari abitanti nella stessa casa. Nel contempo, si spingeva l’ideologia e la pratica della proprietà privata (“signore a casa mia”). È questa l’idea di casa che è sopravvissuta fino ai nostri giorni, ed è talmente radicata che appare difficile immaginare altre forme di convivenza spaziale.

Va da sé che con la sovrapproduzione capitalista e il libero mercato la casa diventa uno sfoggio delle differenze di classe, uno status symbol. Non fu per caso, infatti, che negli anni ’50 del secolo scorso, mentre l’Occidente era in pieno boom economico, si ebbe un picco del mercato immobiliare, che finì per generare il seguente parallelismo: una buona famiglia ha una bella casa. Il suo significato finale è che la casa diventa il simbolo della famiglia, di quella famiglia che si sviluppa nell’ottica della produzione e riproduzione del sistema economico capitalista. Ad oggi, pur considerando le varie sfumature delle trasformazioni della società, anche a livello culturale, tale concezione non è cambiata nelle sue linee essenziali. La famiglia resta un pilastro della società contemporanea: per avere una famiglia si deve possedere una casa, per avere una famiglia sana la casa deve essere la tua famiglia – nel capitalismo.

Ci sono stati momenti storici in cui questo concetto è stato messo in crisi: le comunità hippy degli anni ‘60-’70 ne sono un esempio; il dibattito sulle spartizioni della terra dopo i conflitti in Medio Oriente, che oggi ancora esistono a causa del conflitto israelo-palestinese, ne sono un altro. Questi esempi, però, esprimono in modo, più o meno drastico, che, a livello culturale, la messa in discussione della famiglia (o la rottura del nucleo familiare) non può che svilupparsi in rapporto diretto con l’ideazione e la creazione di luoghi che rendano possibili il comunismo dei beni. Allo stesso tempo, spiegano come a livello economico e di conflitto bellico, la costruzione di case ed edifici su pezzi di terra sia ritenuto cruciale nel gioco della ripartizione spaziale e della legittimità degli stati.

Oggi che “in casa” siamo confinati a causa di una crisi sanitaria, prevale l’idea che la casa sia un posto accomodante, sereno e ricco, perché in quest’epoca, in quest’Italia devono essere cancellati i poveri con le loro abitazioni misere. Ecco allora che torna a vincere la retorica borghese, secondo la quale la casa è un posto nel quale si sta bene, punto.

Ma è veramente così? Seppur volessimo sorvolare sulle centinaia di migliaia di persone che oggi in Italia non hanno una casa, che vivono in occupazioni abitative o in condizioni simili a quelle degli slum americani, e concentrarci su uno standard medio, che comunque sdrucciola velocemente verso la povertà, il concetto di “famiglia”, inteso in senso piccoloborghese, non vive oggi le violente contraddizioni sociali del capitalismo? Non è forse in queste famiglie – organi collettivi basati sull’accumulazione di proprietà privata – che si diffonde virulenta la violenza fisica e psicologica?

Questa riflessione vuole affermare che alla reclusione nelle mura domestiche, per quanto necessaria, non si deve attribuire un valore neutro o addirittura positivo. Il dibattito politico e sociale non può sminuirla a una condizione che non impatta sui soggetti familiari, specie su quelli che appartengono alle classi lavoratrici. Se la casa rispecchia il valore socio-economico di una famiglia, allora più si è poveri e più la contraddizioni intrinseche e le tensioni vive all’interno del nucleo familiare divengono aspre, talvolta insostenibili; a partire dalla semplice condizione di avere meno spazio in casa. Non avere spazi all’aperto, se non finestre dove poter prendere una boccata d’aria, è molto diverso dall’avere villette con giardino.

Per questo, per quanto al momento accettiamo e legittimiamo la necessità di restare tutti a casa, dovremo considerare che ciò non assume lo stesso significato sociale per tutti, e che sui più poveri, sui lavoratori, ricade non solo una violenza economica dettata dalle condizioni di lavoro e dal blocco delle attività lavorative, ma anche una violenza sociale derivante dagli inadeguati spazi di convivenza e socializzazione.

Scilla Di Pietro