Pubblichiamo, di seguito, la testimonianza di un nostro compagno, studente di Scienze Infermieristiche, che da un lato pone l’accento sullo sfruttamento in corsia che viene spacciato per tirocinio e dall’altro mette in risalto la perenne problematica del Sistema Sanitario Nazionale: la carenza del personale infermieristico e socio-sanitario.


Il corso di laurea in Scienze Infermieristiche fu istituito nel 1990 con la legge n. 341, che prevedeva l’obbligo delle regioni di stipulare accordi con le università del territorio per creare un percorso formativo professionalizzante, elevando il profilo dell’infermiere dall’essere un semplice operatore manuale all’essere un professionista.

Oggi il corso è strutturato come tutti gli altri rami degli studi universitari ma con una piccola e sostanziale differenza: gli studenti di infermieristica sono obbligati ad effettuare un tirocinio clinico all’interno delle strutture ospedaliere universitarie che può arrivare a sfiorare le 1000 ore annue. Storicamente, l’apprendimento di questa professione è sempre stato vincolato da una pratica sul campo in cui i tirocinanti acquisivano le competenze necessarie per diventare professionisti del settore. Ad oggi, come tutti i tirocini universitari non retribuiti o la famosa “alternanza scuola-lavoro”, alle spalle dell’insegnamento didattico si cela una realtà ben più cruda. Realtà in cui gli studenti vengono usati come forza-lavoro non retribuita all’interno delle strutture ospedaliere per sopperire ad una carenza di personale sanitario specializzato e assistenziale a livello nazionale.

Basti pensare che solo all’interno dell’università “La Sapienza” di Roma il numero di tirocinanti totale, sommando tutti i corsi di laurea presenti (all’incirca sei), tra primo, secondo e terzo anno, si aggira intorno alle 3.000 unità, pronte ad essere sfruttate, talvolta adempiendo a compiti che per legge non di loro competenza, svilendo di fatto tutta la professione che si apprende e che ci si appresta a svolgere.

Gli studenti vengono chiamati, quindi, a tappare quei buchi che il sistema sanitario non intende arginare tramite assunzioni pubbliche ed a coprire turni di infermieri assenti o talvolta mancanti. Addirittura, spesso i tirocinanti vengono gettati all’interno delle corsie senza una giusta guida da parte del tutor clinico o del personale infermieristico, senza che nessuno spieghi loro le procedure di svolgimento delle attività, mettendo così a rischio non solo la buona riuscita del “compito” assegnatogli ma anche la salute del paziente in caso di somministrazione di terapie o farmaci specifici. 

Questo meccanismo non può essere definito diversamente da “sfruttamento” per lo più non retribuito di manovalanza, ingranato da quasi trent’anni, dove, nonostante le richieste di retribuzione su tutto il territorio nazionale, soltanto in Toscana è stato elargito un misero contributo di circa 300 euro, ora abolito.

A livello universitario, invece, resta la possibilità di accedere a borse di studio basate sì sul reddito ma che possono essere ottenute solo grazie al raggiungimento di obbiettivi specifici, tra cui la massima presenza all’interno del tirocinio ed il superamento di tutti gli esami durante l’anno accademico. Con un “premio” di massimo 3000 euro per gli studenti fuorisede senza canone di affitto e di massimo 5000 euro per chi può permettersi un affitto regolare. Ciononostante, come può essere possibile il raggiungimento di questi obbiettivi formativi se siamo sfruttati per la maggior parte dell’anno accademico nei reparti, sperimentando da soli quella che sarà la nostra professione? Per apprendere le basi della professione sono bastevoli anche 300 ore di tirocinio, retribuite e con un reale affiancamento del tutor didattico, che ugualmente viene ricompensato per ciò che oggi non fa, accodandosi alla scia dei togati universitari e delle burocrazie amministrative degli ospedali.

Quindi, il problema del tirocinio non pagato grava anche sul proseguimento del percorso formativo: purtroppo è già capitato tante volte che gli studenti siano costretti a lasciare l’università e la formazione per andare a lavorare e poter “mantenersi”, non riuscendo, di fatto, a coniugare lavoro, studio e tirocinio. 

E se tutto ciò non dovesse bastare per comprendere la pessima situazione in cui versa il nostro sistema sanitario ed universitario, oggi basta ammirare le notizie che la pandemia mette in luce: ospedali al tracollo, reparti di trenta e passa pazienti con solo due infermieri, ingresso nei Pronto Soccorso non differenziati per i pazienti possibili positivi al tampone –tutto ciò è capitato sia in Veneto che in Lombardia, aggravando l’epidemia esponendo, di fatto, tantissime persone sane all’infezione virale. Tant’è che alla fine i vari governanti locali nazionali hanno dovuto ammetterlo: servono medici, servono infermieri, persino gli studenti! È notizia recente, infatti, l’obbligo di effettuare il tirocinio in Liguria, senza competenze adeguate, senza DPI essenziali e senza retribuzione: Siamo forse immuni al virus noi tirocinanti?

Questo tipo di sistema di “istruzione” è chiaramente traducibile in mero sfruttamento dello studente che è chiamato a sopperire a quelle che sono le mancanze in ambito sanitario ed a garantire un risparmio, per le casse dello Stato, non indifferente, permettendo le non assunzioni, i continui tagli alla Sanità Pubblica ed il continuo assestamento su una sanità sempre più privata, su modello proprio di quelle regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) che hanno dimostrato di non riuscire a contenere l’epidemia con la propria regionalizzazione e privatizzazione, necessitando dell’aiuto di quel sistema sanitario nazionale e pubblico in agonia ventennale.

Tutto ciò ci dice che la lotta che dobbiamo fare oggi più che mai all’interno degli atenei e degli ospedali non è certamente quella per un sussidio con obblighi da mantenere nei confronti dell’istituzione.

Oggi dobbiamo rivendicare un tirocinio retribuito per le ore svolte, che garantista non solo la libertà e la possibilità di accessi agli studi ma che non metta più gli studenti in una situazione di sfruttamento totale, ponderato sulle ore che effettivamente servano per apprendere le procedure basilari, con veri tutor clinici. Inoltre, rilanciamo la necessità di assumere, a tempo indeterminato, tutto il personale infermieristico che serve per garantire una giusta proporzione nell’assistenza e nella professione: non più un infermiere ogni 15 pazienti bensì uno ogni due!


Oggi dobbiamo pretendere che la sanità ritorni totalmente pubblica, centralizzata e accessibile a tutti, soprattutto in questa situazione d’emergenza mondiale.

 

Vincenzo Esposito