La pandemia del Coronavirus, aldilà del suo aspetto biologico-medico specifico, è da leggere come fenomeno sociale che si inserisce in una dinamica politica più ampia, che diventa una tragedia umanitaria epocale, in primis per i lavoratori, per via del sistema di sfruttamento, il capitalismo, su cui poggia la nostra società.


L’epidemia da Coronavirus sta progressivamente colpendo tutto il pianeta, con numeri di contagi tra la popolazione in continuo aumento a livello mondiale – attualmente circa 530.000 contagiati e 53.000 morti. In particolare, la pandemia ha messo a durissima prova la società e i governi nei paesi europei, che scontano decenni di politiche di tagli allo Stato sociale, in primis alla sanità.

Il premier Inglese Boris Johnson agli inizi di marzo esordì pubblicamente dichiarando di non voler arginare il virus e “i propri cittadini dovranno prepararsi a perdere i propri cari”. Col precipitare della situazione sanitaria nell’arco di una settimana, le iniziali dichiarazioni del premier sono radicalmente cambiate; il governo ha adottato un lockdown di tre settimane perché la diffusione del contagio non evolvesse in una catastrofe sanitaria: il numero di contagi continua a crescere e quello dei morti ha raggiunto e superato quota 460, senza accennarsi a rallentare.

Il primo ministro Boris Johnson infatti, ha deciso ora di adottare una strategia “all’italiana”: negozi chiusi e popolazione costretta in casa; stop a tutti gli esercizi commerciali non essenziali; vietate le riunioni in pubblico di più di due persone, con multe ai trasgressori; luoghi di culto chiusi; uscite consentite solo per fare la spesa o per motivi di impellente necessità.

Il primo ministro svedese Stefan Lofuen, inizialmente “tranquillo” tanto da non prendere alcun provvedimento per arginare il virus, continua sulla linea delle prime affermazioni fatte, modificando di poco le proprie posizioni, avendo dichiarato apertamente che i propri cittadini creeranno un’immunità di gregge al covid-19. Dovrebbe per ora essere implementata la sola misura urgente della proibizione di riunioni pubbliche che superino i cinquanta partecipanti.

I casi di Johnson e Loufen sono esempi particolarmente espliciti dell’ignoranza di una certa classe politica, che pontifica e ordina su questioni vitali per la società che non conosce minimamente: il risultato, anche nel caso di questa pandemia, è che la classe operaia può o meglio deve essere sacrificata sull’altare del profitto, dando la priorità al mantenimento, per quanto possibile, della produzione industriale e del commercio. D’altro canto, anche la decisione di Confindustria in Italia, di mantenere attive le aziende anche in zone a grande rischio come la Lombardia, mette in evidenza la considerazione che hanno i padroni per i propri dipendenti. Per Confindustria, l’idea di chiudere le aziende che non producono beni di prima necessità è stata sin dall’inizio uno spettro da tenere ben lontano, e qualsiasi cedimento e compromesso su questo ha significato, nel frattempo, migliaia di morti evitabili – e ancora molte aziende tutt’altro che “essenziali” continuano la loro attività. Ci sono voluti scioperi dapprima spontanei in interi rami industriali e poi campagne di lotta e scioperi sempre più larghi per rompere il consenso anestetizzato del “senso civico” e del salvataggio dell’economia e del PIL: i lavoratori che non si sono rassegnati ad andare a lavorare “come se nulla fosse” hanno chiarito ancora una volta chi è il nemico della classe operaia, ovvero coloro che vogliono farci lavorare a qualsiasi costo, e quindi rischiare la vita, senza produrre niente di necessario.

Lo Stato italiano ha espressamente e volutamente lasciato la libertà ai capitalisti di decidere, e questi ultimi hanno deciso di mantenere attiva la produzione delle fabbriche che non producono beni di prima necessità e di tutti i poli logistici a livello nazionale: l’ultimo decreto di Conte ha smorzato questa situazione, ma permettendo alle aziende di “autocertificare” la sicurezza e l’igiene – uno scherzo tragico e criminale contro il quale il presidente Mattarella, negli anni scorsi così accoratamente schierato a parole per il bene dei lavoratori e pronto – sempre a parole – a difendere il benessere della Repubblica, non muove un dito.

Il governo ha mostrato di dipendere dai grandi cartelli capitalisti, dai grandi padroni: di fronte a una crisi economica che in ogni caso sarà difficilmente evitabile a livello mondiale, si è deciso di non prendere le molte misure economiche e sanitarie necessarie a non far morire lavoratori a migliaia. Di questo il governo e i capitalisti dovranno rendere conto: la crisi è la loro, ma la stiamo pagando noi, anche con la vita.

 

Adesso c’è da chiedersi: che fare?

Da lavoratori, consapevoli del nostro ruolo sociale di sfruttati, dobbiamo noi tutti metterci in gioco, provare a fare ciò che fino adesso avevamo smesso o mai cominciato a fare: bisogna lottare.
Lottare per una società più giusta, per una società non più basata sul profitto di pochi industriali e banchieri ma basata sulla ricerca del benessere per tutti i lavoratori e, in definitiva, della maggioranza della popolazione. Per il covid-19 ancora non c’è un vaccino, il sistema sanitario italiano è in crisi già da anni, gli stessi operatori denunciano carenze di organico e situazioni di sfruttamento terribile. La sofferenza degli operatori sanitari, causata da anni di tagli sugli investimenti alla sanità pubblica, ha fatto emergere tutto quello che già in molti (lavoratori e utenti della sanità pubblica) contestavano da anni.

Ogni violenza perpetrata ai danni dei lavoratori, i tagli alle spese per la sanità pubblica, il precariato e lo sfruttamento sul lavoro, violenze e persecuzioni religiose politiche e sessiste, e ogni altra violenza ai danni della terra e dei suoi abitanti sono dovute ad un male chiamato capitalismo.

I cambiamenti climatici che possono sembrare scollegati dal problema pandemia, ma che stanno emergendo prepotentemente, sono una causa del peggioramento della vita di miliardi di persone. Le guerre, la mancanza di acqua potabile, il peggioramento delle condizioni climatiche e violenze di ogni tipo porteranno milioni di persone nei prossimi anni a emigrare in massa.

Se deleghiamo allo Stato e ai partiti borghesi, pensando che abbiano la capacità e la volontà di risolvere tutta questa mole di problemi che colpiscono noi e la maggioranza della società povera, abbiamo sbagliato rotta.

Le promesse che politicanti senza morale gettano a piene mani ad ogni tornata elettorale non contano nulla, e crisi come questa lo mettono in luce.

Solo la classe operaia internazionale può e deve spingere per un cambio di rotta, prendendo la situazione per quanto critica possa già essere sulle proprie spalle, cominciando a lottare per il bene degli oppressi, contro lo strapotere di chi questo mondo lo ha governato fino ad ora, con risultati mortiferi più che evidenti.

Il controllo operaio – sul processo di rafforzamento del sistema sanitario, di chiusura della attività inessenziali, di riconversione di settori industriali, di regolazione delle attività da mantenere aperte – non è un’utopia, è una necessità urgente perché non siano lavoratori e lavoratrici a pagare interamente la crisi, non solo con licenziamenti e tagli del salario, ma con le proprie vite.

 

Vanja