Proponiamo la recensione del libro “Basta salari da fame!” di Marta e Simone Fana, scritta dal collettivo Marxpedia, a integrazione del contributo che abbiamo proposto su un altro recente libro di Simone Fana, “Tempo rubato”.


D: La riforma Fornero passò soprattutto perché l’Italia sembrava a un passo dal default, non crede?

R: “È una delle ragioni ma non l’unica. Fu fondamentale avere, grazie all’autorevole impulso dell’onorevole Giorgio Napolitano, quella grande coalizione che andava da Bersani a Berlusconi, passando per Fini e Casini. Ci fu un gran senso di responsabilità, da parte di tutti. I sindacati proclamarono solo tre ore di sciopero, a fine turno, e dopo che la riforma era passata”

 (Corriere della sera del 12 gennaio 2020 – Intervista a Mario Monti)

 

Basta salari da fame! è un libro che serve. In più di 150 pagine condensa la storia delle politiche salariali italiane dal dopoguerra ad oggi. Raccoglie tutti i principali stereotipi del giornalismo borghese contro gli aumenti salariali e li spezzetta punto per punto con la ragionevole calma dei numeri, delle ricerche e delle pubblicazioni. Non riportiamo qui un sunto di questi dati, perché non attribuirebbero più o meno valore alle argomentazioni di questa recensione. Vorremmo semmai concentrarci sulle tesi di fondo del libro, provando a partire dal metodo con cui è costruito.

In effetti, se letto da attivisti, questo libro è un serbatoio di dati e di analisi. Da subito dobbiamo però sforzarci di capire a chi si rivolga esattamente. Come fanno notare gli autori già dall’introduzione sul diritto a lavorare per un salario dignitoso:

Ma forse il problema, nostro, è anche che questo diritto lo rivendichiamo troppo poco e con troppa poca forza, almeno in questi tristi anni” [1].

 Se questa prima persona plurale vuole indicare il movimento della sinistra in Italia, dovrebbe come minimo qualificare quale fronte di compagni abbia perso la strada della rivendicazione salariale. Escludiamo il PD, perché il libro è molto chiaro nel collocare il PD nel campo liberale e padronale. Forse Sinistra Italiana? Forse Rifondazione Comunista, pur privo di rappresentanza parlamentare? Non lo sappiamo.

Se è rivolto al sindacato, almeno alla CGIL, dovremmo aspettarci uno sviluppo di questa analisi ma, dobbiamo anticiparlo, sarà proprio questo a mancare nel corso del libro. Se infine indicasse i lavoratori nel loro complesso, sembrerebbe scaricare su di loro la responsabilità dell’arretramento salariale e sarebbe davvero una contraddizione con tutta la tesi centrale del libro, che spiega il forte arretramento salariale italiano con l’efficacia della strategia padronale e la connivenza della politica borghese.

Non ne vogliamo farne una questione di lana caprina. Ci interessa comprendere il metodo con cui è strutturato il libro perché sono proprio gli autori a contrapporre all’efficacia della strategia padronale la necessità di una nuova riscossa operaia. E lo fanno proprio in questi termini:

Sappiamo però che in questa battaglia si gioca il nostro futuro, quel futuro che ci hanno tolto e che vogliamo riprenderci. Una battaglia, quindi, che abbiamo il dovere di combattere. Una battaglia politica, non più semplicemente un tema da lotta sindacale, perché riguarda l’intera società, chi sta dentro e chi sta fuori dal contratto” [2].

 Non potremmo essere più d’accordo, anche se ci domandiamo se questa estensione al campo politico di una battaglia storicamente sindacale non serva a coprire una responsabilità oggettiva dei vertici sindacali in questo arretramento salariale. D’altronde è notizia di questi giorni l’esultanza della segreteria CGIL per il taglio del cuneo fiscale, tanto che Landini il 17 gennaio 2020 si è spinto a dire:

Una giornata importante perché dopo tanti anni c’è un provvedimento che aumenta il salario netto di una parte dei lavoratori dipendenti [3].

Sorvoliamo sul fatto che il taglio del cuneo fiscale possa rivelarsi semplicemente un taglio al salario differito dei lavoratori. Ciò che ci viene messo in busta paga ci potrebbe venire tolto aumentando il costo dei servizi o tagliando quel che rimane dello stato sociale. Eppure sono gli stessi autori a spiegarci che i salari li pagano i padroni. Il loro livello è principalmente il frutto dei rapporti di forza tra padroni e lavoratori nel luogo di lavoro e sull’arena generale della lotta di classe:

Argomentato che non esiste una relazione naturale tra l’aumento della produttività e la crescita dei salari occorre affermare quello che dovrebbe essere ovvio, ovvero che l’andamento dei salari dipende unicamente dai rapporti di forza tra le parti” [4].

Quindi andiamo dritti al punto di questo libro: se è vero che i livelli dei salari in Italia sono principalmente il prodotto dei rapporti di forza tra le classi, perché il libro ignora volutamente le politiche concertative dei principali vertici sindacali? Perché non si dice una parola sulla strategia di trasformazione della CGIL da sindacato che organizza i lavoratori a sindacato che offre servizi in sostituzione di quelli tagliati allo stato sociale?

Anche soffermandoci sui capitoli di natura storica, non ne veniamo a capo. Ad esempio sul governo Amato:

Non a caso, a meno di un semestre di distanza, il 31 luglio 1992, il governo presieduto da Giuliano Amato sigla l’accordo sul costo del lavoro che prevede non soltanto l’abolizione della scala mobile, ma anche il blocco dei salari per tutto il 1993”[5].

E verrebbe da domandarsi con chi Amato abbia siglato questo accordo, se non con i sindacati confederali. D’altronde lo stesso Protocollo tra governo e parti sociali che descrive l’intesa è ben chiaro nell’affermare:

Le parti esprimono consapevolezza della necessità che le imprese recuperino competitività[6].

Evidentemente è ben chiaro per Amato chi abbia veramente permesso l’accordo ma non per gli autori, i quali spendono le righe successive a smontare il dogma del necessario legame tra produttività e salari e il disastro provocato dai governi tecnici degli anni 1992 e 1993. Lungi da noi sottovalutarla, ma rimaniamo inermi sul fronte organizzativo di fronte alla domanda: come è stato possibile? D’altronde gli autori si guardano bene dallo spendere qualche riga sulla nascita dei sindacati di base e sulla stagione dei bulloni. È un processo attentamente rimosso, coerentemente con una narrazione che fa terminare le mobilitazioni sociali negli anni ‘80.

Potremmo immaginare che il sorvolo sulle responsabilità dei vertici sindacali col governo Amato sia sottinteso perché preceduto dalle sconfitte operaie degli anni ‘80. Ed in effetti nel capitolo precedente gli autori entrano nel merito delle politiche di Luciano Lama, allora segretario della CGIL:

Luciano Lama, segretario della CGIL, in una celebre intervista a Eugenio Scalfari pubblicata da ‘Repubblica’ dichiara che il salario non deve più essere considerato ‘variabile indipendente’, riconoscendo che il conflitto operaio degli anni precedenti sia corresponsabile del mix di inflazione e disavanzo pubblico che attanaglia l’economia italiana[7].

Gli autori hanno ragione, sebbene le conseguenze di questa svolta non vengano analizzate nè nel presente capitolo né successivamente. In altre parole, a quelle scelte dei vertici sindacali non vi è nemmeno il tentativo di ricondurre le attuali scelte dei vertici sindacali.

Non possiamo saperlo, ma è lecito domandarsi: questo avviene perché gli autori stessi condividono l’attuale strategia di Landini? In effetti leggiamo ancora, proprio nel cuore del libro:

In un paese in cui l’andamento dell’economia registra ogni anno ritmi inferiori al resto dei paesi avanzati e in cui il crollo degli investimenti pubblici e privati coincide con livelli di sfruttamento del lavoro paragonabili agli anni Cinquanta del secolo scorso, solo una politica di stimolo dei salari può incrementare la competitività dell’economia, sia attraverso la domanda sia attraverso l’incentivo all’innovazione.[8]

Eccoci dunque al cuore del metodo indicato dagli autori: “una politica di stimolo dei salari”, effettivamente quanto rivendicato dalla segreteria CGIL con il taglio del cuneo fiscale. E qui noi facciamo ricadere il baricentro di questa recensione: per quante riforme progressiste si possano approvare, in ultima analisi i salari si strappano, non si stimolano.

Da dove viene questa sfasatura tra premesse (sono i rapporti di forza tra padroni e lavoratori a determinare i salari) e conclusioni (la necessità di uno stimolo salariale come riforma della politica)?

Al di là dell’intenzione degli autori, tutta l’operazione risulta premurosa verso i vertici sindacali, in grado di ometterne le responsabilità. Troppo facile questa narrazione a senso unico, ci permettiamo di dire, che la professionalità degli autori e la qualità delle citazioni e dei dati contribuiscono a celare.

È un peccato che, ad esempio, il libro di Marta e Simone Fana non affronti il tema del welfare aziendale, vero e proprio strumento di contenimento salariale nella contrattazione di primo e secondo livello. E l’omissione ci sembra gigantesca: è o non è il welfare aziendale un grimaldello per non rivendicare aumenti netti in busta paga? Dalla lettura del libro non lo sapremo mai, perchè non se ne parla. Visto il protagonismo di questo strumento in tutte le piattaforme di rinnovo promosse dai principali sindacati, non ci stupiamo della sua assenza.

Così a fronte di un linguaggio radicalizzato e conclusioni apparentemente roboanti, si rischia di costruire una narrazione della storia del movimento operaio parziale, dove vi sono solo i padroni che colpiscono e i lavoratori che subiscono o rispondono, omettendo il ruolo dell’organizzazione soggettiva della classe.

Eppure le lotte in Francia di queste settimane dimostrano proprio che solo la lotta di classe paga. Qualsiasi richiesta politica si possa rivendicare, essa potrà essere strappata solo con l’intervento attivo della classe lavoratrice organizzata attraverso gli scioperi. Senza scioperi, anche la mobilitazione politica più imponente è destinata a rimanere un movimento d’opinione, per quanto radicale.

Basta salari da fame! è dunque un libro accademicamente pregevole, ma assai incompleto.

Una incompletezza tale da lasciare il lettore nel dubbio: omissione voluta o involontaria sottovalutazione?

Concordiamo con gli autori su un tema importante: il tema salariale può essere una piattaforma unificante del movimento operaio, capace di fungere da volano anche per le rivendicazioni contrattuali e pensionistiche del movimento operaio italiano. Ma con quale piattaforma? Con quali metodi? È troppo facile scrivere:

Non abbiamo più tempo e voglia di partecipare a uno spettacolo in cui siamo semplici comparse. Vogliamo riprenderci la scena. Dai luoghi di lavoro alla società, dalla società ai luoghi di lavoro” [9]

se poi non si entra volutamente nel merito di quale piattaforma dovremmo rivendicare per coagulare questo protagonismo e di quale scelte dovremmo fare. Lo diciamo apertamente: vogliamo tornare protagonisti? Organizziamoci in collettivi di lotta di lavoratori, come quelli che hanno coagulato la splendida lotta dei riders ma riconquistiamo anche la CGIL a posizioni di classe, combattive e conflittuali che in tema di salario rimettano al centro la scala mobile dei salari, aumenti sostanziali intercategoriali e uguali per tutti, l’idea di un fronte unico con i sindacati extraconfederali, all’interno dei quali è urgente una battaglia contro il settarismo e la frammentazione.

Detto altrimenti, riscopriamo le tradizioni rivendicative del 1969 e sostituiamo gli attuali vertici con lavoratori onesti, combattivi, degni della posta in gioco. Abbiamo bisogno di sincerità nel dibattito a sinistra, anche in tema sindacale. La radicalità senza chiarezza fa solo il gioco di chi spera di poter contenere la pressione sociale. Se non si parla di questo, non sappiamo di cosa si debba parlare quando si scrive della necessità di un nuovo protagonismo operaio.

Dunque fate un buon uso di questo libro: prendetene i dati e riponetelo in libreria. Dal Biennio Rosso del 1919-20 ad oggi la nostra storia si configura come un eterno braccio di ferro tra le aspirazioni rivoluzionarie della nostra classe e il contenimento riformista e pavido dei nostri vertici organizzativi.

Non ci sentiamo nemmeno troppo umili nel ricordarlo agli autori. Di certo non avremo ragione di dimenticarlo, anche quando ricominceremo a scioperare per strappare un salario migliore.

 

Note:

[1] Basta salari da fame!, Marta e Simone Fana, Ed. Laterza – p. XIII.

[2] Ivi, p. 145.

[3] Ansa, 17 gennaio 2020

[4] Ivi, p. 91

[5] Ivi, p. 37

[6] Ivi, p. 37

[7] Ivi, p. 28

[8] Ivi, p. 92

[9] Ivi, p. 146