L’antiquata impostazione dei programmi scolastici liquida il pensiero di Marx, rendendolo un’appendice inoffensiva della filosofia classica tedesca. Ecco una proposta per invertire questa tendenza e far riscoprire agli studenti la forza radicale e rivoluzionaria del marxismo.


La settimana scorsa sono stato invitato da un mio ex-professore a tenere una breve lezione introduttiva su Marx per una classe di quinta liceo. Dopo aver accettato di buon grado, mi sono subito messo a raccogliere del materiale per realizzare una piccola dispensa da mettere a disposizione degli studenti prima del nostro incontro telematico. Nel corso di questi preparativi, però, mi sono trovato di fronte ad un dilemma non trascurabile: quale Marx insegnare a dei ragazzi che non hanno mai sentito nominare questo nome, avendo a disposizione solo un’oretta scarsa?

Di solito, il Marx che viene insegnato nelle scuole è quello degli scritti giovanili, delle polemiche con la sinistra hegeliana, delle undici tesi su Feuerbach e de L’ideologia tedesca. Nulla di male fin qui, se non fosse che l’autore che quasi sempre emerge da questo approccio didattico standardizzato è un pensatore depotenziato e parassitario, quasi un’appendice dell’idealismo tedesco. A questo si aggiunga il fatto che tutte le opere scritte dopo il Manifesto sono, nella maggior parte dei casi, completamente ignorate. Se proprio siete fortunati, nel vostro manuale troverete all’interno della raffazzonata raccolta di testi che chiude il capitolo su Marx qualche estratto dalla prefazione alla Critica dell’economia politica.

Innanzitutto, vorrei spiegare meglio cosa intendo quando parlo di un Marx depotenziato e parassitario. È risaputo quanto l’insegnamento della filosofia nelle scuole e nelle università italiane sia influenzato dall’approccio storicistico e idealistico di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile. Non è questa la sede per analizzare il lungo confronto che questi due filosofi hanno intrattenuto col pensiero di Marx e ritengo, inoltre, che il marxismo abbia già da tempo fatto i conti con la loro critica. È evidente però che alcune delle conseguenze di quel dibattito cruciale si facciano sentire ancora oggi, soprattutto nei programmi e nei manuali di filosofia. Il Marx che viene presentato agli studenti è, in poche parole, un pensatore che prende tutti gli elementi innovativi dell’idealismo tedesco e si limita a cambiare loro il segno, o, meglio ancora, a rovesciarli sulla testa. Un esempio arcinoto: si prende la commediola hegeliana del servo e del padrone e si cambiano semplicemente le maschere ai due attori protagonisti, facendogli impersonare il salariato e il capitalista.

È chiaro che difficilmente un’impostazione del genere ci restituirà un pensatore autonomo e originale; quella che dovrebbe essere una rottura è infatti trasformata in una reinterpretazione. Lo spirito di questa contraffazione filosofica è stato catturato da Mario Tronti forse meglio di chiunque altro; nel saggio Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi. Gramsci e Labriola egli scrive: “prima si fa gravitare tutto Marx intorno a Hegel, poi si toglie Hegel dal centro e si dice: vedete che Marx non riesce a girare da solo”. A questo punto, sarebbe interessante cogliere l’occasione per spiegare come il tentativo di Gramsci di porsi come l’anti-Croce abbia finito invece per integrare questa visione di fondo nel cuore di un certo marxismo italiano. Ma, come ho già detto, non è questa la sede. Insomma, tornando a noi, a forza di voler rendere Marx il seppellitore dell’idealismo tedesco, lo si è trasformato in un idealista mancato.

Il Marx dei curricula scolastici però non è solo parassitario, ma anche profondamente menomato. Come ho già accennato sopra, la predilezione per gli scritti giovanili porta a mettere in disparte il Marx economista, agitatore politico, storico e organizzatore del movimento operaio. Questo ha due conseguenze: da un lato viene trascurata una parte consistente della critica di Marx al capitalismo – quella più rigorosa e scientifica –, dall’altro, viene del tutto rimosso il fattore concreto e storico delle lotte operaie, sia come ispirazione della suddetta critica, sia come sua messa in pratica.

Per queste ragioni, ho deciso di preparare agli studenti un percorso sul Marx tardo, economista e politico. Un po’ per voglia di rivalsa e di correzione nei confronti delle storture idealisticheggianti, un po’ per voglia di presentare qualcosa di nuovo e stimolante al mio uditorio, visto che nei licei di politica si parla raramente, di economia mai. Ritengo inoltre che porre Marx a conclusione e a compimento dell’idealismo tedesco sia, per insegnanti e per studenti, un’ottima scusa per archiviarlo del tutto. Quasi tutti i manuali, infatti, terminato Marx, propongono Comte, Bergson e il positivismo. Mettiamoci dunque nei panni del povero liceale che si affaccia a questa nuova unità didattica; egli con ogni probabilità e con ogni diritto si chiederà a cosa sia servito tutto il tempo passato a studiare quel barbuto brontolone di Treviri. E in effetti il tradizionale programma di filosofia impostato come un’interminabile galleria di idee che si contraddicono a vicenda difficilmente riesce a comunicare l’impatto di Marx come quello di un pensatore che ha profondamente influenzato chi è venuto dopo di lui. Per ovviare a questa mancanza, qualche testo scolastico inserisce Marx nel club dei cosiddetti “maestri del sospetto”, insieme a Nietzsche e Freud, ma il risultato è l’ennesimo luogo comune prodotto dall’approccio manualistico alla filosofia, che mette insieme un rivoluzionario con altri due pensatori politicamente reazionari, con un pensatore esplicitamente antiproletario come Nietzsche.

Vengo dunque alla mia modesta ma radicale proposta: spostare Marx dall’ora di filosofia a quella di storia. Tutto qui. Questo non risolverebbe gli annosi problemi che affliggono l’insegnamento della filosofia e della storia come discipline, ma di sicuro salverebbe almeno in parte Marx. L’ora di storia permetterebbe, infatti, di cogliere questo pensatore non più come la tappa conclusiva di un percorso, ma come vero e proprio principio. Studiato di pari passo coi moti del ‘48, con l’ascesa del colonialismo e con le rivoluzioni industriali Marx ne uscirebbe rafforzato da quell’urgenza dell’anticipazione e da quella lucidità di lettura che definirono il suo rapporto con la propria epoca. Affrontare il consolidamento del capitalismo come sistema-mondo e l’affermazione della classe operaia come attore sociale di primo piano è prerequisito fondamentale non solo per addentrarsi nel Novecento, il secolo della politica e del lavoro, ma anche per capire l’oggi con uno sguardo che non sia esclusivamente quello della cronaca.

Sia chiaro, questo non significa sacrificare un Marx per un altro: anche il periodo giovane trova spazio in questa proposta, ma stavolta non più come semplice ri-edizione di una storia già scritta, ma come rottura col passato che segna l’esordio di un pensatore profondamente multidisciplinare e organico. Chissà quindi che lo spostamento sul campo della storia non contribuisca a rendere Marx un ktema es aiei, un possesso perenne, non tanto nel senso tucidideo di dogma immutabile, quanto nel senso di uno strumento sempre a portata di mano per capire il passato, agire il presente e pre-correre il futuro.

Marco Duò