Pubblichiamo la seconda parte di una breve biografia del grande filosofo, economista e rivoluzionario tedesco, Karl Marx.

Prima parte

Terza parte


Il Manifesto

Nel novembre 1947 la Lega darà compito a Marx ed Engels di redigere un programma teorico-pratico in cui venissero formulati i principi, le concezioni ed i programmi dei comunisti. Nel febbraio 1848 tale lavoro si concluderà e prenderà il nome di “Manifesto del Partito Comunista”, un testo che negli anni a venire sarà di riferimento per tutti i comunisti del mondo.

L’opuscolo fu composto con i caratteri gotici che la Lega aveva comprato in Germania utilizzando parte di una colletta di 25 lire sterline, e non avendo la Lega una tipografia venne stampato nella tipografia di J. E. Burghard, membro dell’Associazione educativa degli operai tedeschi.

Privo del nome dei due autori, il Manifesto venne stampato nella seconda metà di febbraio 1848 in mille esemplari di 23 pagine destinati inizialmente non alla vendita, bensì alla propaganda interna.

Nel Manifesto la storia dell’umanità è vista sotto una luce nuova, non come guerre tra sovrani per la spartizione del mondo o come conquiste di questo o quel generale, ma come scontro e conflitto tra le classi sociali.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta (Il Manifesto del Partito Comunista – Borghesi e proletari).

File:Manifest der kommunistischen Partei (Marx) 001.jpg - Wikipedia

Uno dei concetti fondamentali che compenetrano il Manifesto è che la produzione economica, e la struttura della società che da essa necessariamente ne consegue, forma, in ogni epoca della storia, il fondamento della storia politica e intellettuale di tale epoca; che però tale lotta ha raggiunto ora uno stadio nel quale la classe sfruttata e oppressa (il proletariato) non si può più emancipare dalla classe che la sfrutta e l’opprime (la borghesia), se non liberando allo stesso tempo per sempre tutta la società dallo sfruttamento, dalla oppressione e dalle lotte fra le classi.

Nell’analisi del Manifesto, rispetto al potere della borghesia, Marx chiarisce che nel corso del suo dominio la borghesia genera un esercito di proletari, in quanto estende la condizione di sfruttamento a miliardi di individui ed assoggetta alle sue leggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, gettando così le basi per il suo definitivo trapasso

la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari. […] Fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla borghesia, il proletariato soltanto è una classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e tramontano con la grande industria; il proletariato è il suo prodotto più specifico.

In questo testo Marx inoltre chiarisce anche il concetto dello Stato nell’attuale società borghese affermando che “il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”.

E che la borghesia laddove ha raggiunto il potere ha avuto nella storia un ruolo sommamente rivoluzionario, in quanto ha soltanto sostituito una oppressione con un’altra oppressione, essa “ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche. Solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria, afferma Marx, in quanto liberando se stesso libera l’intera umanità.

Nel testo si indicano poi tutte le rivendicazioni dei comunisti, dall’abolizione della proprietà privata, all’abolizione di tutte le “verità” eterne siano esse religiose o filosofiche, dalla cancellazione della famiglia alla eliminazione di ogni frontiera e nazione. Gli operai non hanno patria, affermava Marx, e non hanno interesse a combattersi per questo o quel confine o per gli interessi di questo o quello Stato. I comunisti sdegnano inoltre di nascondere le loro intenzioni ed affermano che le loro rivendicazioni si possono realizzare solo con l’abbattimento violento di tutto l’ordinamento sociale oggi esistente.

Marx dedica, nell’opuscolo un capitolo particolare alla critica del “vero socialismo”, del “socialismo utopistico”, del “socialismo ascetico” e del “socialismo reazionario” dimostrando anche la capacità di saper discernere tra il socialismo che pone le basi nella scienza e ciò che è frutto di fantasticherie o di interessi che guardano al passato.

Esso conclude con un accorato appello internazionalista all’unità dei proletari che da una rivoluzione socialista hanno da perdere solo le catene ed un mondo da guadagnare “Proletari di tutti i paesi unitevi avete solo le vostre catene da perdere ed un mondo da guadagnare”.

 

Le rivoluzioni del 1848

Dopo la sconfitta del movimento rivoluzionario parigino nel 1848, ad opera del generale Cavaignac e la brutale violenza subita, Marx affermerà che la Storia ha cancellato tutte le illusioni della rivoluzione di febbraio ed ha chiarito che la società si contrappone fondamentalmente in due classi distinte, borghesi e proletari.

Nello stesso anno con il sostegno di Engels ed ipotecando l’eredità paterna riapre la Nuova Gazzetta Renana, che esce per circa un anno come giornale quotidiano, fino alla chiusura per decreto dello Stato prussiano: liberali e monarchici si unirono contro i comunisti della Gazzetta proprio perché questi dettero indicazione di usare la violenza contro il colpo di Stato prussiano del novembre 1848. La Gazzetta fu rifondata come rivista mensile sull’economia politica, la quale ugualmente chiude dopo appena sei pubblicazioni, dalle quali una serie di articoli è poi raccolta come opera a sé col titolo di “Salario prezzo e profitto”.

 

Salvatore Cappuccio