I netturbini migranti in Libano hanno iniziato uno sciopero storico. Dopo mesi di manifestazioni nella nazione, i lavoratori stranieri stanno combattendo contro il brutale sistema della “kafala” che lega di fatto i diritti dei migranti ai loro padroni.


Alla fine di aprile, i lavoratori migranti dell’azienda di raccolta rifiuti Ramco in Libano hanno iniziato un braccio di ferro con la direzione dell’azienda. Le loro richieste sono che i salari siano in dollari americani, come stabilito nel loro contratto, e non nella sterlina libanese totalmente svalutata. Ma stanno anche lottando contro gli abusi che l’azienda subisce quotidianamente. In Libano, i migranti sono soggetti al sistema “kafala”, un sistema che permette ai migranti di risiedere legalmente nel paese solo in base ai termini del loro rapporto con il lavoro e con il datore di lavoro.

La Ramco, che si è aggiudicata un contratto quinquennale per la raccolta dei rifiuti a Beirut, impiega circa 400 lavoratori, tra cui 250 bengalesi, mentre il resto sono lavoratori indiani, siriani e libanesi. Secondo la società, il loro stipendio è di circa 400 dollari al mese. Tuttavia, il Libano sta attraversando una profonda crisi economica e la sua moneta è stata gravemente svalutata. In risposta a ciò, Ramco ha iniziato a pagare i suoi dipendenti in valuta locale e non in dollari statunitensi. Ciò ha causato un’indignazione diffusa, soprattutto tra i lavoratori migranti che hanno bisogno di essere pagati in dollari per inviare le rimesse alle loro famiglie in patria.

L’azienda dice di pagare l’equivalente del salario in sterline libanesi. Ma i lavoratori lamentano che il loro salario in sterline corrisponde a un tasso di cambio sottovalutato: 1.515 sterline per un dollaro, mentre il tasso di mercato è di 4.200 sterline per un dollaro. Con questo tasso di cambio, il loro salario è stato effettivamente ridotto di due terzi del suo valore originale.

Come reazione a questo massiccio taglio salariale, i lavoratori migranti di Ramco, principalmente dal Bangladesh e dall’India, sono entrati in sciopero per chiedere il loro salario. Denunciano anche la decisione dell’azienda di pagare loro solo una parte del salario già tagliato, in seguito alle misure di blocco adottate dal governo libanese. Invece di essere pagati 26 giorni al mese, ricevono solo l’equivalente di 13 giorni.

Oltre a questo sfruttamento finanziario, i lavoratori stranieri stanno lottando contro la tortura violenta di uno dei dipendenti della Ramco. Secondo diversi lavoratori intervistati, l’8 aprile, Enayet Ullah, dipendente con problemi psicologici, è stato rinchiuso per tre giorni nei locali dell’azienda, dove è stato sottoposto a torture fisiche e psicologiche. “È stato picchiato così spietatamente che anche noi siamo rimasti scioccati. Eravamo abituati ad essere picchiati, ma in questo caso è parso pericoloso anche a noi…” ha detto un operaio ad Al Arabiya English.

La compagnia, così come l’ambasciata del Bangladesh (che sta cercando di porre fine allo sciopero insieme a Ramco), negano queste notizie di tortura. Quello che non possono negare, però, è la repressione della polizia contro i lavoratori la settimana scorsa, dopo aver bloccato il cancello principale della Ramco a Beirut, impedendo ai camion di uscire.

Nonostante questa repressione, la determinazione dei lavoratori è rimasta intatta e si stanno opponendo all’azienda. La gravità di questa scelta non deve essere semplificata. Si tratta di uno sciopero storico: secondo l’ONG libanese Legal Agenda, questo sciopero è forse il primo nel suo genere e potrebbe segnare una “svolta” per i lavoratori migranti nel Paese.

In Libano, i lavoratori migranti sono soggetti al sistema della “kafala” che collega direttamente i diritti delle residenze dei lavoratori stranieri al loro capo. I lavoratori migranti sono esclusi dal Codice del lavoro libanese. Tuttavia, la forza collettiva dello sciopero sta dimostrando che quando i lavoratori agiscono insieme, la legislazione repressiva non può fare nulla. In definitiva, è il rapporto di forze che decide il destino del conflitto.

Questo sciopero è importante anche perché si svolge in un periodo di tensione di classe nella vita sociale libanese. Dallo scorso ottobre, il Paese è afflitto da manifestazioni contro la povertà, contro la corruzione dei partiti politici e contro l’attuale regime. Nelle ultime settimane, in seguito al peggioramento della situazione economica, le manifestazioni sono diventate più radicali. In questo contesto, la resistenza dei lavoratori del Bangladesh e dell’India a Ramco fa parte di una più ampia tendenza di resistenza della classe operaia. Ispirati dalla rivoluzione di ottobre in Libano, i lavoratori del Bangladesh hanno cantato “Thawra”, che significa rivoluzione in arabo, una parola che da un decennio risuona in tutto il Medio Oriente.

All’interno di diversi Paesi della regione, soprattutto quelli del Golfo Persico, la manodopera straniera è eccessivamente sfruttata e soprattutto nel settore privato. I datori di lavoro e i governi usano la vecchia tattica di mettere i lavoratori l’uno contro l’altro. I lavoratori migranti sono spesso usati come “capri espiatori” da incolpare per la crisi economica.

Finora, il supersfruttamento dei lavoratori migranti è stato presentato come una garanzia per il mantenimento dei “privilegi” dei lavoratori autoctoni – una sorta di patto reazionario tra le classi dominanti e le popolazioni locali.

Ora, di fronte alla crisi e all’aumento della disoccupazione, stanno cercando di esercitare pressioni sui lavoratori “nazionali” affinché si impadroniscano dei posti di lavoro dei lavoratori stranieri, cioè spingendo verso il basso il costo del lavoro. Questo è quanto ha capito l’amministratore delegato di Ramco quando ha detto che “forse si apriranno nuovi posti di lavoro per i cittadini libanesi, molti dei quali hanno più che mai bisogno di questa opportunità”.

Lo sciopero dei lavoratori bangladesi e indiani della Ramco è, in questo senso, un’ottima notizia, una speranza contro il mondo reazionario post-Covid che i capitalisti vogliono costruire. Una vittoria per gli scioperanti di Ramco potrebbe avere conseguenze importanti non solo per i lavoratori migranti in Libano, ma per l’intera regione.

Philippe Alcoy

Traduzione da Révolution Permanente