Che gli anziani siano i soggetti più a rischio di contagio da COVID-19 è un fatto più che noto all’opinione pubblica fin dai primi casi in Italia. Eppure un report pubblicato circa un mese fa dall’Istituto Superiore di Sanità ha stimato che non solo una buona parte dei decessi, ma anche il 44% dei contagi (ma la percentuale cresce in stime successive) sia avvenuto in RSA e strutture per anziani. Quali responsabilità hanno le istituzioni e perché non si è corso ai ripari per tempo davanti ad un disastro del tutto prevedibile?


Dall’inizio dell’epidemia COVID-19, ben presto diventata pandemia, siamo stati bersagliati quotidianamente da notizie, più o meno o meno attendibili e corrette, sui dati e le statistiche dell’andamento dei contagi e dei decessi. Quello che è subito stato chiaro è che la fascia d’età più colpita dal contagio e con maggior probabilità di aggravarsi e di morire era quella superiore ai 69 anni e in particolare agli 80 anni. Ma di un dato, molto significativo, si è parlato con ritardo e spesso con dati frammentari: l’altissimo numero di decessi degli anziani in RSA. Si stima infatti che dei 15.825 decessi in questa fascia di età della metà siano avvenuti in una RSA. Oltre a questo bisogna aggiungere che le RSA sono di gran lunga i luoghi privilegiati di contagio. Se già infatti il sopracitato report di aprile parlava di un 44%, stime più recenti dell’ISS danno percentuali che sfiorano il 50%.

Una delle fonti più attendibili riguardo ai decessi è il report dell’osservatorio dell’Istituto Superiore di Sanità sulle case di cura e socio-assistenziali, tra cui le RSA (residenze sanitarie assistenziali per anziani non autosufficienti) per il periodo fra il 01/02/20 e il 14/04/20. La ricerca ha rilevato che, nel periodo osservato, sono deceduti 6773 ospiti dei quali 2773 per Coronavirus, ma va evidenziato che queste cifre si riferiscono ai dati di 1081 strutture sul totale delle 3420 presenti in Italia e che quindi i dati vanno verosimilmente moltiplicati per 2-3 volte .

In altre parole si stima che il coronavirus abbia causato il 40% dei decessi resistrati nelle RSA in Italia. In Lombardia, fulcro del contagio in Italia, il tasso sale al 53,4%, con una percentuale del 7,8% dei residenti in strutture socio-assistenzialie in Emilia Romagna il tasso è del 57,7% con una percentuale del 5,9% dei residenti, percentuale che sale addirittura al 6,9% nella provincia di Trento.

Non possiamo non chiederci quali siano state le cause di questo disastro sanitario ai danni degli anziani, da subito individuati come molto più vulnerabili al COVID-19. Il silenzio colpevole dei dirigenti di molte strutture ha senz’altro avuto un peso, ma le responsabilità più grandi sembrano essere a monte.

L’ISS ha inviato un questionario (ad adesione volontaria) ai 3420 centri che ospitano anziani in Italia. Al 14 aprile hanno risposto 1.081 strutture e le cause individuate come maggiormente responsabili sono state:
88,7% mancanza di DPI (dispositivi di protezione individuale) o di DPI adeguati
46% carenza di personale e mancanza di personale specializzato
25,3% difficoltà di isolamento

Oltre al triste primato delle strutture del nord Italia, non va ignorata la situazione gravissima delle strutture del Lazio. Gli anziani deceduti per Coronavirus sono 147. I centri interessati sono Villa Fulvia e Giovanni XXIII a Roma, Villa Giulia, Villa Nina a Frattocchie, S. Raffaele a Rocca di Papa, Bellosguardo a Civitavecchia, S. Maria del Prato a Campagnano, RSA di Neroli e Nomentana Hospital di Fonte Nuova. Nella casa di riposo Santa Maria Immacolata il 25 marzo è stato individuato il primo caso positivo e, dopo qualche giorno, i contagiati erano 72 con almeno 4 decessi, fra quelli trasferiti alla Nomentana Hospital, che la Regione ha trasformato in RSA COVID.

Va sottolineato che, a fine marzo, la Regione Lazio ha deciso di accogliere i pazienti ospiti delle strutture per anziani COVID positivi, ma che non necessitavano di ricovero ospedaliero in RSA, individuate dalla Regione Lazio come RSA COVID, e che l’assessorato alla Salute della Regione Lazio ha specificato di aver agito sotto la supervisione del Saresmi-Istituto Spallanzani per creare RSA COVID proprio per evitare la promiscuità ed ospitare solo pazienti positivi, ma che non necessitavano di ricovero ospedaliero.

Ma qualcosa non ha evidentemente funzionato.

Così, ad esempio, presso la RSA COVID Nomentana Hospital, che ospitava 22 anziani positivi, dopo il trasferimento dei 49 anziani positivi da Nerola in pochi giorni sono stati contagiati altri anziani e 29 operatori. In tale struttura solo un piano era stato istituito come nucleo COVID e questo ha reso molto improbabile se non impossibile un reale isolamento della struttura.

In un’intervista a Il Giornale Salina Granieri, sindaco di Nerola, ha dichiarato che “neppure quando siamo stati dichiarati zona rossa sono arrivate le mascherine” e che “ce n’erano pochissime e non adeguate, le abbiamo dovute comprare di tasca nostra”. Anche Chiara Colosimo, consigliere regionale di Fratelli d’Italia denuncia sulla stessa testata “l’assenza di DPI nella fase iniziale dell’emergenza ha aiutato queste strutture a diventare veri e propri lazzaretti”.

Per quanto riguarda la Casa di Cura S. Raffaele, invece, la richiesta di adeguata provvigione di Dpi è rimasta inascoltata e la struttura ha dovuto provvedere all’acquisto autonomo delle mascherine, come dichiara l’amministratore delegato Antonio Vallone, che aggiunge di aver cercato di mettere in atto tutte le accortezze possibili. Il 31 marzo, infatti, la struttura aveva provveduto a fare richiesta alla ASL ROMA 6 di poter effettuare tamponi agli ospiti ed agli operatori, ai sensi della circolare del Ministero della Salute del 25 marzo, a proprie spese. Dopo 8 giorni è arrivata risposta negativa, intanto la situazione era esplosa e dai primi 18 contagi si era saliti rapidamente ad 86 fino a raggiungere la cifra di 149 anziani e 30 operatori contagiati.

È insomma la grave e diffusa mancanza di ogni accortezza e dei protocolli di prevenzione sanitaria ad aver fatto dilagare i contagi tra anziani e operatori.

Adesso si potrebbe dire che le autorità “chiudono la stalla dopo che i buoi sono fuggiti”. Sono partite indagini da parte di tutte le Procure competenti e le Regioni stanno cercando di correre ai ripari. Ad esempio, nella Regione Lazio è stato stabilito che gli operatori di case di cura e centri socio-assistenziali per anziani non possano operare in più di un centro e sono state messe in atto misure di prevenzione, da quelle standard come l’obbligo della misurazione della temperatura e della saturazione in entrata e in uscita a controlli aggiuntivi specifici da parte delle ASL.

La situazione che abbiamo raccontato fa ancora più rabbia se si pensa che molti anziani parzialmente autosufficienti preferirebbero di gran lunga restare nella propria casa, ma non hanno la possibilità economica di potersi permettere l’aiuto di un badante e non sono aiutati in questo dallo Stato. Ricordiamo che l’assegno di accompagno riconosciuto ai disabili al 100% con necessità di continua assistenza (e che quindi spetta a un numero limitato di anziani) è di circa 500 euro e un contratto regolare ad un badante è mediamente di 900 euro. Gli anziani sono così spesso costretti ad andare nelle strutture per anziani, a lasciare la loro casa, ad allontanarsi dai luoghi e dalle persone a loro cari con un altissimo costo psicologico e il rischio concreto di contagiarsi. A questo va aggiunto un altissimo prezzo economico per i Comuni sui quali grava l’adeguamento economico delle rette mensili delle strutture pubbliche o convenzionate, che vanno dai 3000 ai 4000 euro e per il pagamento delle quali le pensioni degli anziani non sono ovviamente sufficienti.

Scelta quindi doppiamente scellerata delle istituzioni.

In definitiva, in caso di emergenze sanitarie gli anziani in RSA hanno pagato e stanno pagando un altro prezzo altissimo, quello delle loro stesse vite sacrificate a giochi economici e disinteresse politico

Miriam Greco