If this article doesn’t scare the shit out of you, we’re in real trouble. If this article doesn’t rouse you to anger, fury, rage, and action, gay men may have no future on this earth. Our continued existence depends on just how angry you can get”

[“Se questo articolo non vi spaventa a morte, siamo davvero nei guai. Se questo articolo non vi fa venire la rabbia, la furia, la rabbia e l’azione, gli uomini gay potrebbero non avere un futuro su questa terra. La nostra esistenza continua dipende da quanto ci si può arrabbiare”]

Si apre così “1.112 and counting”, il fondamentale articolo di Larry Kramer, classe 1935, pubblicato sul quotidiano gay più importante di N.Y.C., il New York Native, che nel 1983 portò un riflettore molto importante su quella che, a dispetto delle opinioni di molti, sarebbe diventato il più grande disastro sanitario della storia contemporanea del Mondo occidentale, forse del Mondo intero. È uno dei primissimi pezzi di opinione pubblicati su un giornale a parlare di AIDS.


1.112. Questo era il numero di persone di cui si era a conoscenza che soffrivano della Sindrome da Immunodeficienza Acquisita, su cui non si sapeva ancora virtualmente nulla, nell’83. Larry Kramer, scorbutico ebreo di Bridgeport, in Connecticut, ma presto integratosi molto facilmente nella vivace scena urbana newyorchese, aveva un passato scintillante nell’industria cinematografica: dopo una laurea in lingua e letteratura inglese all’università di Yale, nel ’57, divenne scrittore alla Columbia pictures, dove, con la scenografia di “Women in Love” ( “Donne in Amore”,1969) si guadagna una candidatura agli Oscar nella categoria di Migliore Scenografia Adattata del 1971. Un Oscar poi vinto dalla tagliente commedia nera antimilitarista “M*A*S*H”. Forse la sua più grande delusione, dal punto di vista professionale, fu il remake di “Lost Horizon” di Frank Capra, nel ’73, che però, grazie alle sue abili doti di negoziatore, gli fece valere una buona somma di denaro grazie al contratto stipulato con Columbia. Passò poi al teatro, con opere minori come “Sissie’s Scrapbook” e “A Minor Dark Age”, lavori che gli permisero di affrontare discorsi di genere e sessualità con più libertà di prima. Soprattutto, discorsi sull’omosessualità sui quali aveva, dopo aver accettato la propria, di omosessualità, negli anni trascorsi a Yale (la leggenda narra che addirittura un suo professore di lingua tedesca gli avesse proposto di scappare con lui in Europa. Un’offerta rifiutata, ovviamente) nel corso degli anni, sviluppato una maturità intellettuale tale da valergli riconoscimento negli ambienti più movimentati di Chelsea e Fire Island.

Fire Island, il suo Eden creativo, centrale ambientazione del suo primo romanzo, “Faggots”, del 1978, una storia persa in quell’atmosfera “trendy”, “chic”, che caratterizzava le sfere più in voga dell’ambiente omosessuale dell’isola. Una storia di un giovane ragazzo gay alla ricerca dell’amore, saltando tra i bar e le discoteche, tra una relazione occasionale e la prossima. Un resoconto struggente e abrasivo come sarebbe stato tutto l’operato futuro di Larry. Talmente abrasivo da essere rigettato sia dalla comunità lgbtqia+, sia da quella eterosessuale: “l’una mi vedeva come un traditore, l’altra come un deviato”. Il libro è il primo testo a venir mai rimosso dagli scaffali dell’Oscar Wilde Memorial Bookstore, ma ebbe comunque abbastanza successo da garantire, negli anni a venire, che non andasse mai fuori stampa. Un best seller continuativo ancora insegnato nelle aule in cui ci si occupa di studi di genere. Oggi, è visto come una critica feroce all’omofobia storica e sistemica degli Stati Uniti e alle dinamiche auto deprecative di una comunità ancora alla ricerca di se stessa, di una sua identità e di una sua maturità, che avrebbe sempre più sviluppato negli anni a seguire anche grazie agli stimoli di uomini e donne come Larry.

È proprio in quel mondo alla moda di Fire Island che Larry Kramer si confronta per la prima volta con la sfera dell’attivismo politico. I militanti lgbtqia+ venivano solitamente presi in giro da Larry e dai suoi amici: “… non erano cose con cui potersela tirare insieme ai ragazzi. […] Tutto il ‘gestalt’ di Fire Island era fatto di begli aspetti e omaccioni dorati.”. Fu nel 1980, però, che tutto cambia, quando un amico della sua cerchia ristretta si ammala di un virus allora ignoto che passerà poi alla storia come l’HIV. Nel 1981, insieme a questi ragazzi, da’ vita al GMHC, acronimo che sta per Gay Men’s Health Crisis, organizzazione centrale nelle prime risposte comunitarie all’epidemia nascente. Una spaccatura si forma quando Larry, scontento delle burocrazie interne e dalla natura sempre più spiccatamente assistenzialista del GMHC, decide di concentrare i suoi sforzi sull’inattività totale dell’amministrazione Democratica della città di New York, quella del famigerato sindaco Ed Koch, che diventerà anche famoso di li a poco per i suoi sforzi di repressione antisindacale e gentrificazione dei quartieri del Bronx, di Brooklyn e del Queens.

Il 1983 è un anno terribile.

La conta dei morti, raggiunte le 1.112 unità, spinge Larry Kramer a scrivere quell’incredibile saggio citato in apertura. In esso, nessuno viene risparmiato: dal sindaco di New York, alla CDC (Center for Disease Control), alla NIH (National Institute of Health). E’ spietato, è abrasivo, è politico. Così politico che decide di porsi in conflittualità con la sua stessa comunità e le sue organizzazioni, incluso il GHMC, considerati apatici e non realmente disposti a spingere per una cura, necessariamente accessibile a tutti, quanto a nascondere la reale gravità della diffusione del virus e fingere che la vita sarebbe potuta andare avanti come prima. Sarebbe stato prima accusato di essere un conservatore reazionario, per aver sostenuto l’ipotesi di alcuni medici di incoraggiare la comunità gay a limitare il cruising notturno e le relazioni non protette, e poi di essere troppo radicale per le sue proposte di lotta politica internazionale, da far incrociare con tutti coloro che domandavano già al tempo, a gran voce, accesso gratuito alla sanità americana.

Tanto radicale, tanto reazionario, da farsi espellere dalla stessa organizzazione che aveva fondato.

Ma ormai, la discussione era pubblica, e l’intento reale di Larry Kramer era già stato raggiunto. Attraverso i suoi toni focosi e irascibili, tutti a New York parlavano di AIDS, da Central Park fino ad Albany. In questo modo Larry da’ forma a quello che sarà il segno distintivo della sua militanza: una leva emotiva, sarcastica, brutale, fortemente personale. Perché, per lui, era sempre stata una questione personale. E l’aggregazione di un movimento non era altro che tantissime esperienze personali che convergono in un momento storico centrale, per ottenere risultati e sconfiggere un sistema ingiusto. Sta negli occhi di un paziente a un giorno dalla morte, di una sorella, di un marito, di una madre. Sta in quell’anfratto dei nostri cuori che, a un certo punto, ci fa tirare pugni al muro, urlare forte, anche se c’è gente attorno. Ed è così che, mentre i numeri sempre meno lentamente continuano ad aumentare, e fasce ampie della comunità continuano a ignorare la devastazione in arrivo, Larry si fa riconoscere come “un pazzo totale”, accusando il direttore dell’NIH di essere “ancora nell’armadio”, come scusa per non voler sbloccare le vie per i test su possibili farmaci che potessero aiutare nella lotta al virus, lanciando un cocktail in faccia a Terry Dolan, uomo forte della destra cristiana statunitense, dopo aver fatto irruzione a un suo party privato, dando degli assassini a Koch “e ai suoi sgherri”. Si prende critiche anche dell’allarmista dai suoi vecchi alleati, come il collega scenografo Robert Chesley, e dai suoi vecchi compagni del GMHC.

In questo caotico contesto esce una delle opere teatrali più importanti di tutti i tempi: The Normal Heart è un classico ambientato tra l’81 e l’84, una storia per certi aspetti autobiografica, di uno scrittore gay alle prese con la malattia del compagno, mentre tutto il mondo gli volta le spalle. In esso, ogni sfera della politica rappresentativa americana viene attaccata. Ancora oggi, l’opera è messa in scena in teatri di tutto il mondo, e ha ricevuto un adattamento televisivo firmato HBO nel 2014 (con attori del calibro di Mark Ruffalo, Matt Bomer, Jim Parsons e Julia Roberts, oltre che di un eccezionale Joe Mantello, anch’egli molto attivo politicamente negli anni che stiamo per descrivere).

L’apice, però, dell’importanza politica di Larry Kramer arriva nel 1987, quando dopo un discorso pubblico di denuncia dell’inattività del GHMC, 300 attivisti si riuniscono al Lesbian & Gay Community Services Center di Manhattan per fondare ACT UP, la AIDS Coalition to Unleash Power (Coalizione AIDS per Scatenare il Potere). Nella storia della lotta contro l’AIDS, ma soprattutto nella storia della conflittualità politica diretta verso l’immobilismo volontario della politica borghese americana e dei suoi maestri capitalisti durante la gestione della crisi, una politica storicamente classista e omofoba, determinata a lasciare che morissero milioni di persone in nome di morale cristiana e massimizzazione di profitto, non è mai esistita un’organizzazione più importante. Da New York, le azioni di protesta del gruppo si diffondono come un fuoco estivo: dopo la pubblicazione di una lista di rivendicazioni scritte da Kramer e approvate da ACT UP sul New York Times, il 24 Marzo dell’87, 250 manifestanti si barricano a Wall Street, come faranno in numerose occasioni negli anni successivi, quando il tema caldo della campagna era il prezzo assurdo di $10.000 annui per le terapie a base di AZT, l’unico farmaco per l’HIV approvato dall’FDA (Food and Drug Administration, che si occupa di approvare su scala nazionale l’uso specifico di medicinali in America). AZT che, poco dopo, si sarebbe scoperto essere praticamente inutile. Lo stesso anno, nasce il famoso logo del triangolo rosa (dalle vittime omosessuali dei campi di concentramento nazisti) su campo nero, sovrapposto alla scritta “SILENCE = DEATH”, una potente immagine usata in una prima manifestazione all’ufficio postale della città di New York. Fu un’occasione importante perché, il collettivo democratico di “hipster di Greenwich con tanto tempo libero e poche conoscenze” (come si autodescriveva un’attivista di quegli anni), aveva anche una straordinaria conoscenza dei mezzi di comunicazione: la televisione, in quegli anni, era solita fare servizi di routine sui pagamenti delle imposte all’ultimo momento, come denuncia dello scandalo burocratico del sistema tassativo statunitense. Andare alle poste non avrà avuto, quindi, molto senso, per denunciare l’abbandono delle persone sieropositive in America e nel mondo: ma, la mattina del 16 Aprile 1987, improvvisamente, queste persone sieropositive erano sui notiziari di ogni principale canale televisivo del Nord America.

L’attività di quegli anni è un affare intenso e complesso da dettagliare: l’apertura delle sedi di Boston, Philadelphia, San Francisco e tante altre ancora, le attività contro il senatore bigotto Jesse Helms, che voleva impedire a persone sieropositive di entrare negli Stati Uniti come prima risposta all’emergenza, le occupazioni dei palazzi dell’FDA, di innumerevoli sedi case farmaceutiche, del Saint Vincent’s Catholic Medical Center (dove quotidianamente, pazienti omosessuali venivano vessati e abusati dal personale), fino a clamorosi attacchi contro lo strapotere cristiano cattolico nella città di New York, in occasione della denuncia dell’uso di preservativi come una “vergogna morale” da parte della conferenza episcopale di Baltimora; attacchi che culminano nella manifestazione passata alla storia come “Stop the Church”, quando centinaia di attivisti invasero la Cattedrale di San Patrizio a NYC e gridarono a gran voce la complicità della Chiesa Cattolica in quello che, ormai, stava assumendo le sembianze di uno sterminio di massa.

Di questo, d’altronde, si è sempre trattato, per Larry. La sua posizione rivoluzionaria nei media mainstream fu quella di essere il primo a denunciare esplicitamente che l’amministrazione Reagan, e poi quella Bush, e poi la prima di Clinton, stessero attivamente cercando di fare il meno possibile per fermare l’epidemia, e non tanto che “non si sapesse cosa fare”. Per compiacere gli impulsi più vomitevoli della destra reazionaria americana, gabinetti presidenziali su gabinetti presidenziali stavano, con la complicità di avide e corrotte case farmaceutiche, lasciando morire una generazione lasciata a se stessa e stigmatizzata solo per aver deciso di amare qualcuno che la morale borghese aveva decretato essere inaccettabile. Anche di fronte a un tumore al fegato, scoperto nel 2001, e a una successiva diagnosi positiva di presenza di cellule dell’HIV nel suo sistema immunitario, lo stesso anno, Larry Kramer non smise mai di essere vocale ed attivo nella comunità, partecipando a numerose proteste in giro per il mondo e contribuendo ad aprire i primi uffici di ACT UP a Parigi e a Londra. Insieme a migliaia di attivisti, diffuse le ceneri di un suo amante sul prato verde del Presidente degli Stati Uniti, ad oggi una delle occasioni più drammatiche della storia di questa lotta politica e morale pesantissima. Larry continuò, anche nelle fasi avanzate della sua malattia, ad attaccare le strutture verticali di potere che, anche negli anni 2000 inoltrati, nonostante le vittorie in campo scientifico che avevano portato alle prime terapie a base di cocktail di droghe antiretrovirali, ancora tenevano l’accesso alle cure a disposizione di una cerchia ristretta di benestanti. Fin dall’inizio, Larry Kramer, e compagni come Mike Harrington, Peter Staley e Iris Long, avevano attaccato la natura classista dell’oscuramento della “questione AIDS”. Continuò a scrivere, tenere conferenze e organizzare marce, col corpo macerato da una lista sempre crescente di malattie, e il cuore appesantito da una lista sempre crescente di affetti scomparsi. Nel 2014, esce un documentario sulla sua vita: “Love and Anger”, un titolo appropriato.

Grazie agli sforzi di ACT UP, milioni di vite sono state salvate. Come disse Bob Rafsky, un altro attivista tristemente scomparso nel 1993, divenuto famoso per avere gridato in faccia a Bill Clinton, nel ’92, tutta la sua rabbia, “li abbiamo trattati talmente di merda che hanno dovuto cominciare a dire le cose giuste per stizza.”. Le vittorie di ACT UP e di Larry Kramer non possono essere sottovalutate, per tutta la presente generazione queer e non: ma la lotta che portavano avanti non è ancora finita, e non sarà finita sino a quando le strutture per trattare malattie come l’AIDS, oltre che tutta una serie di appropriate misure legate alla salute delle persone non binarie, saranno pubblicamente e gratuitamente accessibili dal 99% della popolazione del mondo. Larry sapeva molto bene della grandezza della lotta che stava portando avanti, e dopo una vita passata a scontrarsi con il potere (senza mai piegarcisi, senza mai concedere alcuno spazio), ancora, nel 2018, scriveva, in un manoscritto rimasto incompiuto: “oggi comincia la lotta per la nostra vita”. Nel 2020, avrebbe voluto scrivere della prospettiva omosessuale sul Covid, con l’aiuto di un ex-avversario divenuto improbabile amico, il Dr. Anthony Fauci, che oggi in America cozza quotidianamente con l’amministrazione Trump per risolvere la crisi del Coronavirus, e che nell’83 era incaricato dall’amministrazione Reagan di occuparsi dell’epidemia dell’HIV. “Lo abbiamo trattato malissimo,” ricorda Peter Staley, passato alla storia per essersi “appeso” alla facciata della borsa di Wall Street nell’84. Fauci è poi passato alla storia come l’unico, nella commissione generale dell’NIH, ad essersi confrontato con ACT UP durante tutto il percorso che avrebbe eventualmente portato alla scoperta di una cura, oltre che per aver lottato che membri del comitato scientifico dell’organizzazione venissero ammessi ai tavoli di lavoro dell’Istituto stesso. Posto davanti a una telecamera, fu l’unico, negli anni ’80, a dire ad alta voce che il lavoro stava venendo ostacolato dalla percezione erronea della “devianza morale” dei pazienti. Oggi, Fauci ricorda Kramer come “un uomo dal cuore d’oro”, affermando che, nella medicina americana “…c’è la storia prima di Larry Kramer, e la storia dopo Larry Kramer. E quella dopo è una storia infinitamente più bella.”

Susan Sontag, una delle giornaliste investigative più importanti di tutti i tempi, scrisse di Larry come “del più importante combinaguai dell’America contemporanea”.

Ci piacerebbe ricordarlo così. Con furia, ed amore.

Luca Gieri