È inconcepibile un programma rivoluzionario per l’azione dei lavoratori su base nazionale che non si fondi sull’analisi delle relazioni interstatali, dell’economia e della lotta di classe a livello internazionale. Il futuro della rivoluzione si definisce, in ultima analisi, sul terreno internazionale.

Presentiamo di seguito alcune sintetiche riflessioni sull’importanza dell’analisi marxista delle relazioni internazionali in modo da fornire un contributo ai lavoratori nell’elaborazione di un programma rivoluzionario, punto di partenza per l’organizzazione degli sfruttati e degli oppressi in lotta contro il dominio capitalista e per una società comunista.


La borghesia non è una classe “nazionalista”, benché adotti toni nazionalisti quando serve a soddisfare i propri interessi immediati, riscuotendo il consenso delle classi sfruttate e oppresse del proprio paese. I grandi capitalisti e ovviamente il capitale imperialista cercano di massimizzare i propri profitti su scala mondiale, essendo già da tempo internazionalizzate le catene di produzione. Per raggiungere questo scopo la borghesia deve avere una conoscenza oggettiva del mondo. Tra le altre cose deve conoscere: risorse naturali, demografia (forza-lavoro e mercati), situazione politica interna dei paesi dove vuole investire (a maggior ragione dei paesi dove ha già investito) interessi strategici e politica internazionale degli Stati concorrenti, stato delle forze militari e eventuali conflitti esistenti. Queste conoscenze sono indispensabili per prevedere e correre il minor rischio possibile quando si tratta di investire, garantire la sicurezza delle rotte internazionali di materie prime e merci, ecc. Non si deve dimenticare una verità fondamentale: le relazioni internazionali capitalistiche sono essenzialmente costituite dalla competizione tra diverse potenze per il dominio mondiale, anche se si possono stabilire partenariati occasionali, congiunturali o anche strategici.

La borghesia, in particolare quella dei paesi imperialisti, ha quindi bisogno di un esercito di analisti con competenze altamente specializzate su aree geografiche, mercati specifici (ad esempio specialisti del mercato petrolifero, del settore minerario, degli affari militari e delle innovazioni tecnologiche, come anche in geologia, biologia, agricoltura). La borghesia ha in effetti a sua disposizione eccellenti analisti e specialisti: c’è un numero enorme di riviste, laboratori di ricerca, think tank, agenzie di analisi. Il loro obiettivo principale è fornire una conoscenza oggettiva del mondo per guidare le decisioni degli uomini d’affari e dei governi. Questo è il loro principale business, che mina alla radice l’idea superficiale della cosiddetta “inutilità” delle scienze sociali per gli affari capitalistici.

Questo mi porta a fare una riflessione su un aspetto del metodo adottato dagli analisti della borghesia, o almeno da una parte di essi, i migliori, quelli che basano le loro analisi su un metodo materialista, molto vicino al marxismo (anche se, ovviamente, in maniera inconsapevole). Per questi analisti un errore di valutazione o una previsione errata può costare caro. Possono perdere clienti o addirittura il loro lavoro. E questo perché il loro lavoro intellettuale è direttamente legato all’attività capitalistica, agli investimenti, ma anche alle scelte di politica internazionale dei governi. Non fanno politica di parte e non sono guidati da una certa ideologia, tanto meno fanno propaganda (il che non significa che non abbiano alcuna appartenenza ideologica o politica). Essi forniscono ai propri clienti una conoscenza il più possibile oggettiva della situazione mondiale nei suoi vari aspetti, economico, militare, politico, ecc.

Ho ascoltato di recente l’intervento[1] di un analista geopolitico di fronte ad investitori del settore agroindustriale in cui spiegava che durante la guerra fredda la geopolitica aveva conosciuto “anni di gloria”. Dalla caduta dell’URSS nel 1991 l’”utilità” della geopolitica aveva subito un duro colpo. Questo almeno fino alla crisi del 2008, anche se gli attentati dell’11 settembre 2001 avevano anticipato in un certo senso un “ritorno alla geopolitica”. Questo analista affermava anche che il mondo è diventato “pericolosamente più geopolitico”, cioè più rischioso, potenzialmente più ricco di conflitti tra Stati e potenze. Tutto questo la dice lunga sul mondo post guerra fredda: un mondo segnato dal trionfalismo borghese, in cui la narrazione ideologica dominante è stata quella della definitiva vittoria del capitalismo su qualsiasi altro sistema alternativo e dove si è sviluppata la retorica del “mondo senza conflitti” e della cooperazione. I capitalisti non hanno ovviamente mai creduto a questa narrativa, costruita per rafforzare la legittimità della loro egemonia. Ed è pure evidente che il mondo non ha mai conosciuto un periodo senza conflitti o concorrenza, anzi. È innegabile tuttavia che il rischio di conflitti armati diretti tra le maggiori potenze si sia in qualche modo “sopito” per uno o due decenni. E i capitalisti hanno potuto adattarsi a questo stato di cose.

La dissoluzione dell’URSS e la restaurazione capitalista negli Stati socialisti burocratizzati, così come l’integrazione della Cina nel mercato mondiale, hanno segnato un’enorme vittoria per la borghesia a livello internazionale. In altre parole, una sconfitta per il movimento dei lavoratori, che ha comportato un pesante declino nell’organizzazione della classe lavoratrice e persino nel livello di coscienza di classe dei lavoratori; da questo punto in poi abbiamo visto una classe operaia che a livello globale si è posta essenzialmente sulla difensiva. Ci sono stati episodi che hanno dimostrato che la lotta di classe è tutt’altro che finita. Ma è soprattutto a seguito della crisi economica internazionale del 2008 che abbiamo assistito a un graduale e tortuoso ritorno della lotta di classe a livello mondiale, senza però che questo sia riuscito a cancellare le conseguenze della fase precedente. La manifestazione più evidente di questa tendenza è rappresentata dai processi delle rivoluzioni arabe del 2011, che sono stati deviati politicamente,  sono stati snaturati sfociando in guerre civili reazionarie o sono stati sconfitti. E qui arriviamo a uno dei punti più deboli delle analisi geopolitiche borghesi: in esse la lotta di classe è un fattore generalmente poco esaminato e approfondito o del tutto assente. Questo riflette sicuramente la situazione della classe dei lavoratori e degli oppressi in generale che in questi anni non ha saputo passare all’offensiva. Il Jihādismo, che è stato una reazione distorta e ultra-reazionaria all’imperialismo, per certi versi ha occupato questo spazio nelle loro analisi.

È chiaro che gli analisti della borghesia fanno le loro analisi per servire gli interessi dei capitalisti, dei capi di governo e degli Stati; il loro lavoro contribuisce a gettare le basi della strategia degli Stati, dei capi delle industrie e delle multinazionali e dei grandi fondi di investimento. Hanno accesso a informazioni, contatti (negli affari, nelle istituzioni e persino nello “Stato profondo”) e dati cui la classe operaia non ha accesso. Per tutti questi motivi i rivoluzionari marxisti e tutti i militanti che rivendicano di far parte del movimento operaio dovrebbero seguire attentamente le analisi della borghesia, almeno quelle più lucide e obiettive. In questo senso, nella prefazione alle edizioni francese e tedesca del suo libro L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin scrisse:

“L’intento precipuo del libro era e resta quello di dimostrare, sulla scorta di inoppugnabili dati statistici borghesi e delle ammissioni degli scienziati borghesi di tutte le nazionalità, qual era il quadro complessivo dell’economia capitalista mondiale, nelle sue relazioni internazionali ai primordi del secolo XX, alla vigilia della prima guerra imperialista mondiale. […] La dimostrazione del vero carattere sociale o, più esattamente, classista della guerra, non è contenuta, naturalmente, nella storia diplomatica della medesima, ma nell’analisi della situazione obiettiva delle classi dirigenti in tutti i paesi belligeranti. Per rappresentare la situazione obiettiva non vale citare esempi e addurre dati isolati: i fenomeni della vita sociale sono talmente complessi che si può sempre mettere insieme un bel fascio di esempi e di dati a sostegno di qualsivoglia tesi. È invece necessario prendere il complesso dei dati relativi alle basi della vita economica di tutti gli Stati belligeranti e di tutto il mondo[2].

Proprio in quanto militanti marxisti rivoluzionari, è opportuno interrogarci sul posto da dare alle analisi sui rapporti tra Stati, relazioni economiche internazionali, eventi globali in generale. Perché, alla luce dei fatti, anche se noi possiamo sostenere le lotte in altri paesi, le relazioni internazionali e le dinamiche che esse nascondono sembrano spesso questioni “distanti” o addirittura “astratte” per molti attivisti del movimento operaio e per gli stessi lavoratori. In realtà questi elementi di analisi consentono ai rivoluzionari di fondare un programma rivoluzionario internazionale, essendo l’internazionalismo il DNA del marxismo rivoluzionario. Come ha detto Trotsky nell’introduzione al suo libro La rivoluzione permanente: “L’internazionalismo non è un principio astratto, bensì il riflesso politico e teorico del carattere internazionale dell’economia, dello sviluppo mondiale delle forze produttive e della estensione mondiale della lotta di classe”[3]. In altre parole, lontano da qualsiasi moralismo astratto, l’internazionalismo (e quindi la necessità di una politica internazionale basata sull’analisi obiettiva dell’economia capitalista, le relazioni tra gli Stati, la lotta di classe internazionale, ecc…) deriva dal carattere internazionale del capitalismo, dalle catene di produzione internazionalizzate, dallo sfruttamento internazionale della forza lavoro e delle risorse naturali. Nella prefazione all’edizione francese di La Rivoluzione permanente, Trotsky afferma inoltre a questo riguardo:

Se esaminiamo Gran Bretagna e India come due varietà estreme del capitalismo, arriviamo alla conclusione che l’internazionalismo dei proletariati inglese e italiano si basa sull’interdipendenza di condizioni, obiettivi e metodi, non sulla loro identità. I successi del movimento di liberazione in India innescano il movimento rivoluzionario in Inghilterra e viceversa. Una società socialista autonoma non può essere costruita né in India né in Inghilterra. I due paesi dovranno far parte di un’unità superiore. È in questo, e solo in questo, che sta la solida base dell’internazionalismo marxista [4].

È evidente che nell’estrema sinistra anticapitalista, le analisi sulla situazione internazionale e sulle dinamiche in opera non hanno come scopo quello di consigliare i governi o gli uomini d’affari per massimizzare i loro profitti, come invece accade per gli esperti della borghesia. Tuttavia, nonostante alcune eccellenti analisi marxiste sulla questione internazionale, ci troviamo talvolta davanti a testi molto superficiali e caratterizzati da una evidente mancanza di interesse per queste dinamiche; molte analisi borghesi sono indubbiamente più rilevanti e persino più interessanti dei lavori di autori che affermano di essere marxisti. Almeno dal punto di vista dei fatti oggettivi.

Per i rivoluzionari, l’esigenza di serietà e professionalità nelle nostre analisi deve basarsi sull’obiettivo di fondare una politica internazionale rivoluzionaria, legata alla costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria di lavoratori a livello nazionale e internazionale. E questo indipendentemente dalle dimensioni dell’organizzazione. Scrive a questo proposito James P. Cannon nel suo libro The History of American Trotskyism:

Penso che una delle lezioni più importanti che ci ha insegnato la Quarta Internazionale è che nei tempi moderni non si può costruire un partito politico rivoluzionario unicamente su base nazionale. Si deve iniziare con un programma internazionale e, su questa base, costruire sezioni nazionali di un movimento internazionale […] Questa questione ha creato grandi conflitti tra trotskisti e brandleristi, Pivert[5], quelli del Bureau di Londra[6], ecc., sostenitori dell’idea che non si potesse parlare di una nuova Internazionale senza aver prima costruito solidi partiti nazionali […] Trotsky procedeva invece nel senso opposto. Quando fu espulso dalla Russia nel 1929 e fu nelle condizioni di intraprendere liberamente il suo lavoro internazionale, propose l’idea di iniziare da un programma mondiale. Anche se ve ne sono poche in ogni paese, bisogna organizzare le persone sulla base del programma internazionale. Le sezioni nazionali si costruiranno progressivamente.

Non ho dubbi che il marxismo sia il più potente strumento metodologico per analizzare il capitalismo, le relazioni internazionali, le dinamiche attuali e anticiparne gli sviluppi, per prepararci meglio ad affrontare le nuove situazioni. Ma il marxismo è anche lo strumento più potente che possiamo avere per trasformare la realtà e agire su di essa, per elaborare un programma e una politica rivoluzionari per le lavoratrici e i lavoratori, per tutti gli oppressi. La borghesia è una classe il cui sistema economico è internazionale, come lo è il suo dominio. Quindi, anche se la lotta della classe operaia inizia sul terreno nazionale, i destini della rivoluzione saranno definiti sul piano internazionale. Da qui l’importanza per la classe lavoratrice di sviluppare conoscenze e capacità di analisi scientifiche e il più possibile oggettive sulla situazione internazionale e sulle sue dinamiche, al fine di servire i propri interessi rivoluzionari di classe. Da questo punto di vista, un’analisi proletaria marxista della situazione internazionale dovrebbe considerare:

a) l’economia internazionale, nei suoi vari aspetti (finanziari, divisioni e rami della produzione, innovazioni tecnologiche, risorse naturali, ecc.);

b) il rapporto tra Stati;

c) i vari aspetti militari;

d) in situazioni come quella attuale, tener conto anche del problema sanitario ma più in generale dell’ecologia;

e) a differenza dei geopoliticisti borghesi, le questioni della lotta di classe occupano un posto centrale (e tra di esse si possono includere anche lotte contro oppressioni di diverso tipo).

Ho proposto qui alcune riflessioni iniziali sull’importanza di controllare e seguire le notizie d’attualità e le dinamiche internazionali, ma da un punto di vista marxista rivoluzionario, al servizio degli interessi della classe operaia nella sua lotta contro il capitalismo, per una società comunista. Il fatto che lo facciamo da un punto di vista marxista rivoluzionario non significa, tuttavia, che rifiutiamo la ricerca della maggiore oggettività possibile (che non deve però essere confusa con un illusoria “neutralità”). In questo senso, non rappresenta alcun problema basare le nostre analisi, da cui sviluppiamo le nostre posizioni politiche, sugli studi e gli scritti dei migliori intellettuali della borghesia. Ma non siamo neppure “analisti” puri. Siamo militanti marxisti rivoluzionari che analizzano oggettivamente la realtà per trasformarla e far crollare un sistema di sfruttamento che sta portando l’umanità e il pianeta alla distruzione.

Note

[1] Jacob Shapiro per Grain World 2019.

[2] Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, in Opere complete, Tomo XXII, Roma, Editori Riuniti, 1966, pp. 191-2. Il grassetto è nostro.

[3] Lev Trotsky, La Rivoluzione permanente, Introduzione, Torino, Einaudi, 1967, p. 29.

[4] Lev Trotsky, Préface de l’édition française, in La révolution permanente, Paris, Éditions Gallimard, 1963.

[5] Nota del traduttore: Consultare la voce Brandler Heinrich (1881-1967)” e “Marceau Pivertpresenti nel Marxists Internet Archive.

[6] Nota del traduttore: Bureau di Londra, o Centro Marxista Rivoluzionario Internazionale, fondato nel 1932: associazione di partiti socialisti rivoluzionari che politicamente non si riconoscevano né nel riformismo socialista né nello stalinismo della Terza internazionale.

Philippe Alcoy

Traduzione di Ylenia Gironella da Révolution Permanente