La pandemia da Coronavirus ha generato una crisi di carattere storico rispetto alla quale si è aperto un dibattito fra varie personalità accademiche; una di loro è Slavoj Žižek. Il filosofo sloveno ha raccolto, al diffondersi della pandemia, alcuni appunti pubblicati in un libro intitolato PANDEMIC! COVID-19 Shakes the World, nel quale considera la potenzialità che in questo scenario si offre per sviluppare quello che chiama un “comunismo reinventato”.


Con la crisi internazionale aperta dal coronavirus, diverse personalità accademiche di spicco hanno espresso valutazioni sulla situazione di eccezionalità storica che stiamo vivendo. Figure come Agamben, Butler, Badiou, Chomsky o lo stesso Žižek[1] che, recentemente, ha pubblicato un breve scritto intitolato “Pandemic!” dove abbozza alcune idee sul tema.

Partendo dal “pessimismo biopolitico” di Agamben, che esclude praticamente ogni possibilità di azione collettiva in chiave emancipatrice; arrivando all’ottimismo del “comunismo reinventato” del filosofo sloveno; passando per Butler o Chomsky e il suo collocarsi rispetto al Partito Democratico statunitense in una caduta libera verso il “male minore” che rivela un vuoto assoluto di strategia politica anticapitalista e di alternativa per affrontare questa crisi. La proposta della “Internazionale Progressista” si pone chiaramente in questa linea, nel tentativo di salvare la democrazia capitalista tramite soluzioni di centrosinistra, con ipotesi di leadership di figure come un Bernie Sanders appena ritiratosi dalla corsa per le presidenziali dando il suo appoggio all’opzione conservatrice dell’establishment, John Biden.

Pandemic! si inserisce in questo dibattito. Slavoj Žižek, filosofo nato in Slovenia nel 1949 e riconosciuto per i suoi contributi alla teoria e alla critica culturale, così come per il suo stile crudo e provocatorio.

Il suo pensiero è influenzato dal marxismo, ma facendo emergere e sviluppando gli elementi hegeliani nell’opera di Marx, ed anche dalla psicoanalisi di Jacques Lacan. Nel testo sopra citato, ritiene che questa pandemia globale non rappresenterebbe una crisi che si va a sommare alle molte altre conosciute dal capitalismo insieme alle crisi umanitarie o ecologiche, ma un vero e proprio colpo mortale: “un monito di non proseguire come fatto finora, e di dar vita a un cambio radicale”. La sua tesi principale è, quindi, che la crisi del Coronavirus palesa la necessità di stabilire limiti al mercato e un nuovo coordinamento internazionale, aprendo così le porte ad un “comunismo reinventato”. Ma cosa vuole indicare con questa idea? Lo stesso autore lo chiarisce in vari punti:

C’è bisogno di una solidarietà totale ed incondizionata e di una risposta coordinata a livello mondiale, una nuova forma di quello che una volta veniva chiamato comunismo”. Più avanti aggiunge: “non stiamo qui parlando di un comunismo alla vecchia maniera, ma di un certo tipo di organizzazione mondiale che possa controllare e regolare l’economia, così come limitare la sovranità degli Stati-nazione quando sia necessario.

Se qualcuno si stava aspettando da Žižek un’analisi che contemplasse la crisi del Coronavirus come un fattore che approfondisca la conflittualità sociale, con scenari di rivolta sociale fino ad arrivare a vere e proprie rivoluzioni, ci dispiace deluderlo. La sua analisi batte sentieri del tutto diversi, concentrandosi sul ruolo dei governi e degli Stati capitalisti. La tappa che precedette la pandemia, segnata, al suo culmine, dalla lotta di classe a livello internazionale, come abbiamo visto in Cile o in Francia, non è neppure considerata nel testo se non come un’espressione del malessere che non se ne va ma che rimane.

Per farci un’idea; la proposta del “comunismo reinventato” sarebbe più vicina all’idea kantiana di “pace perpetua” che a quella del comunismo, con la gran differenza che questa collaborazione mondiale non sarebbe appoggiata in una sorta di principi etici universali, se non dalla necessità stessa che le contraddizioni capitaliste impongono ai governi. Come segnala Žižek nel primo capitolo: ora sì che siamo sulla stessa barca”; come se il virus fosse un agente esterno che cancellasse le differenze sociali fra le classi, così come le differenze fra paesi imperialisti e paesi dipendenti, e sulla cui barca si imponesse una collaborazione dettata da una sorta di “necessità egoista”.

 

Stato, controllo sociale e militarismo

Uno dei grandi dibattiti, in queste settimane, ha riguardato le misure di confinamento prese dai diversi governi, con un rafforzamento “punitivo” degli Stati e la militarizzazione delle strade. Ciò ha dato spunto ad Agamben[2], nei primi giorni della pandemia, nel considerare che si stava dando un nuovo terrorizzante salto nel controllo bio-politico della popolazione, fino ad affermare che il virus era uno stratagemma artificioso per legittimare questo salto autoritario. Certamente questa è la posizione che ha ricevuto più critiche e che è stata smentita dal passare delle settimane e dallo sviluppo drammatico della crisi sanitaria.

Invece, per Žižek, bisognerebbe vedere le cose in un altro modo: il problema non sarebbe nelle misure di controllo o nell’autoritarismo statale, che, di fatto, non condanna in nessun momento; così come non condanna neppure l’autoritarismo del governo cinese che, “avendo già praticato ampiamente modelli di controllo sociale digitalizzato, ha dimostrato essere meglio preparato per far fronte ad epidemie catastrofiche”. Si tratterebbe, piuttosto, di mediare affinché le misure di “controllo sociale” e di “vigilanza” “non debbano ridursi automaticamente al paradigma abituale di vigilanza e controllo descritto da pensatori come Foucault”. Ma di nuovo, non è questo quello che più ci deve preoccupare della sua considerazione, se non che i governi “applichino queste misure in modo che non funzionino a contenere l’epidemia, mentre le autorità manipolano e occultano i dati reali”. Perciò considera chiave la trasparenza nell’informazione, non solo per la relazione della cittadinanza con i rispettivi Stati, ma anche per la collaborazione fra gli Stati contro la pandemia.

Così l’equazione di questo “comunismo reinventato” passerebbe per rinforzare l’intervento e il controllo statale, il coordinamento mondiale fra i governi e la democrazia informativa. Sostiene che “la sfida che ha di fronte l’Europa è dimostrare che quello che si è fatto in Cina, si può fare in maniera più trasparente e democratica”.

Per questo obiettivo “abbiamo bisogno di nuovi Assange per portare alla luce i suoi possibili indebiti utilizzi”, così come delle “nuove forme di solidarietà locale e mondiale” che stanno emergendo, poiché la pandemia ha anche evidenziato “la necessità di controllo sul potere stesso”.

Una logica non molto differente a quella sostenuta in questi giorni da Butler: “c’è bisogno di una risposta forte dei governi per garantire che le risorse mediche siano disponibili per le persone e che vengano distribuite equamente”, ma tutto ciò necessita di “un potere governativo responsabile”. Allo stesso modo si distacca il ruolo dell’informazione: “credo che sia il momento della verità e della scienza”.

Entrambe i ragionamenti sopra descritti si rivelano tremendamente problematici con l’accentuarsi del ruolo degli Stati capitalisti senza problematizzare la loro natura di strumento di controllo non solo sociale ma anche politico.

È molto diverso che le misure di confinamento vengano sviluppate sulla base di un brutale ed arbitrario controllo poliziesco e militare, come ci tocca subirlo, invece di scommettere per una più ampia auto-organizzazione degli sfruttati e degli oppressi per esercitare il loro autocontrollo e disciplina. Di fatto, di fronte all’avarizia capitalista delle grandi imprese e delle multinazionali, impegnate a mantenere la produzione nei settori non essenziali, con la complicità proprio dei poteri governativi, sono state le lavoratrici e i lavoratori stessi che hanno imposto in molti casi le misure di confinamento a fronte della mancanza di garanzie sanitarie e lavorative.

Non si possono legittimare corpi repressivi che prima della pandemia reprimevano brutalmente la protesta sociale in Cile, Hong Kong, Francia o Catalogna, e che hanno continuato a reprimere durante la stessa pandemia e lo continueranno a fare nelle prossime proteste che si avranno di fronte alla crisi sociale che si è aperta. E questa legittimazione è proprio quella che realizza Žižek al segnalare che “c’è bisogno di uno Stato forte in tempi di epidemia, giacché le misure su grande scala si devono mettere in atto con la disciplina militare (come la quarantena)”.

Chiedere un rafforzamento dell’intervento statale con la disciplina militare, significa rinforzare non uno stato qualsiasi, astratto, ma lo stato capitalista ed i suoi apparati repressivi. Le misure e le risorse che applicano i governi per affrontare la pandemia hanno un criterio politico che si preoccupa solo di salvare gli interessi del capitalismo, con il minor costo politico ed economico, cercando di non mettere in discussione la proprietà privata e con l’obiettivo di continuare a garantire le relazioni di sfruttamento e i benefici capitalisti. A questo punto, non si discute semplicemente se ci sia più o meno trasparenza informativa, ma su quale classe sociale si scaricano i costi della crisi e con quale obiettivo.

Senza dubbio, per Žižek, la crisi globale della pandemia colpisce gli elementi centrali del capitalismo, e sta obbligando gli stessi governi capitalisti a prendere misure “socialiste”: controllo del mercato, collaborazione internazionale, ecc. – una caratterizzazione che è già stata messa in discussione da autori come Badiou. Su questa idea difficile da sostenere torneremo più avanti, ma al momento ci interessa segnalare due cose: in primo luogo che per Žižek l’applicazione di questo “comunismo reinventato” dipende unicamente dagli Stati e dai governi capitalisti; in secondo luogo, che verrà portato avanti praticamente per pura necessità.

Questo aspetto pare essere il più ottimista dell’analisi di Žižek, l’idea che la pandemia tolga credibilità a ogni uscita in chiave di rafforzamento degli stati-nazione e delle proposte populiste di destra. Poiché, se la pandemia ha reso necessario il rinforzarsi dell’intervento statale e delle misure disciplinari nell’ambito nazionale, allo stesso tempo necessita che gli stessi Stati collaborino fra di loro per trovare una soluzione. Così segnala che “il primo modello incerto di tale coordinamento globale è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dalla quale non riceviamo le consuete e confusionarie normative burocratiche, ma avvertimenti precisi proclamati senza panico. A queste organizzazioni bisognerebbe dare più potere esecutivo”.

Di nuovo non si esce dal terreno dei governi imperialisti e delle loro multinazionali, che sono quelle che finanziano e controllano la stessa OMS: Bill Gates, IKEA o Shell, così come le grandi industrie farmaceutiche come la Bayer, GSK o Novartis, sono alcune delle principali corporation che stanno dietro le quinte, così come gli stessi governi imperialisti. Secondo la BBC, i principali paesi che hanno contribuito al bilancio dell’anno 2018-2019 sono stati gli USA con 553 milioni di dollari, il Regno Unito con 293 e la Germania con 219.

Sicuramente, ben lungi dalla retorica della “collaborazione” e del “siamo tutti sulla stessa barca”, la situazione durante queste settimane, ha dimostrato essere proprio il contrario. Negli Stati Uniti si è imposto sull’impresa 3M per bloccare le esportazioni di mascherine verso il Canada e l’America Latina, riservando le commesse al Governo federale. Nel frattempo, funzionari tedeschi hanno sostenuto che un cargo di mascherine ordinate da un fabbricante statunitense e destinate alla Germania sia stato intercettato nell’aeroporto di Bangkok e dirottato negli Stati Uniti. Solamente in marzo, i governi di tutto il mondo hanno introdotto 7o nuovi blocchi alle esportazioni. Da quando il virus ha fatto la sua comparsa per la prima volta in Cina alla fine del 2019, sono stati imposti più di 80 blocchi alle esportazioni. 40 nazioni hanno proibito le esportazioni di alcuni medicinali, principi farmaceutici e macchine ospedaliere, fra queste l’India, la Turchia, la Russia, il Regno Unito e l’Arabia Saudita.

Per tanto, abbiamo piuttosto assistito, da parte dei governi capitalisti a situazioni di “si salvi chi può” e di “tutti contro tutti”, come diceva la nostra dichiarazione della Frazione Trotskista:

Mentre la cooperazione rimane a livello della generalizzazione dei salvataggi finanziari e intorno ai “consigli” dell’OMS (a sua volta schiacciata dalle dispute tra Stati Uniti e Cina), la palese competizione per i fondi, il materiale medico ed eventuali vaccini, è solo un piccolo campione delle tendenze del “disordine” globale che ricorda più la situazione dopo la prima guerra mondiale, che la possibilità di creare un “nuovo ordine” come dopo la seconda guerra mondiale, come sostengono i “globalisti”.

Pandemic! è stato scritto all’inizio della pandemia e molti scenari ancora non si erano palesati, però possiamo dire che la profezia non è stata molto corretta e, in ogni caso, anche nelle settimane seguenti, Žižek ha sempre mantenuto la stessa posizione. Il testo stesso già riconosceva che non “siamo sulla stessa barca”, ma, curiosamente, non per smentire l’idea che “questo virus è democratico e non distingue fra poveri e ricchi”, infatti è lo stesso autore che lo sostiene, ma per segnalare in termini geopolitici che l’Europa potrebbe uscire peggio dalla pandemia di altri. Quindi sostiene che di fronte alla minaccia rappresentata dalla Russia e dalla Turchia, è necessario che l’imperialismo europeo mantenga la sua unità e le sue alleanze strategiche e, più specificamente, tra l’imperialismo francese e tedesco:  Žižek aveva precedentemente difeso la creazione di un esercito europeo.

È chiaro che Žižek è consapevole dei limiti della sua proposta “ottimista” per quanto riguarda un potenziale sviluppo della collaborazione internazionale nei quadri capitalistici, ma ovviamente il suo approccio non va nella direzione di mettere in discussione l’imperialismo, piuttosto il contrario. A questo punto, vale la pena chiedersi se invece di “reinventare il comunismo” ciò che sta proponendo sia davvero uno “stato sociale reinventato”.

 

Classi e soggetti politici

Nel secondo capitolo, intitolato “Perché siamo sempre stanchi?”, L’autore discute con Byung-Chul Han[3], essendo questa la sezione del testo che fornisce alcune analisi sociologiche. Il dibattito è inquadrato nelle conseguenze sul lavoro che la trasformazione del capitalismo ha avuto nel suo passaggio verso modelli post-fordisti.

Han ha sostenuto che viviamo in una “società della stanchezza”, che si esprime durante il confinamento con “l’ovvio paradosso che la stessa inattività forzata ci rende stanchi”. Per Han non ci sarebbe più una società di classe, dal momento che il lavoratore fordista, oppresso e sfruttato, sarebbe stato sostituito da soggetti che “auto-sfruttano” e che sono concepiti come “progetti” contrassegnati dall’auto-domanda. Il neoliberismo avrebbe prodotto soggetti a sua misura che si sottomettono “a limiti interni e all’autocontrollo, che assumono la forma di ottenimento e ottimizzazione compulsivi”, e che vivono “un vortice di demarcazione, auto-sfruttamento e collasso”.

Per Žižek, questo soggetto post-fordista che si “auto-sfrutta” sarebbe un’altra espressione soggettiva all’interno di un capitalismo sociale “che continua ad essere un sistema di classe con disuguaglianze crescenti”, che si presenta in un “nuovo modo di lavorare cooperativo creativo che lascia molto di più spazio alla creatività individuale”, ma che è solo una parte del fenomeno limitato soprattutto all’Occidente sviluppato, precisamente il risultato di “una nuova divisione del lavoro”. Tenendo conto, inoltre, che affinché questo tipo di lavoro “intellettuale” possa avvenire, specialmente ora attraverso il “telelavoro”, sono necessari lavori manuali e di servizio, che sono anche più esposti al virus perché presuppongono che i lavoratori escano dal confinamento.

Pertanto, il filosofo sloveno condivide con Han il pensiero che il lavoro “intellettuale” sia soggetto alla costante domanda di creatività e soluzioni originali che portano ad essere “stanchi e sovraccarichi”, anche più che nel lavoro manuale e ripetitivo, ma sottolinea che non è un fenomeno esclusivo. Come nel caso del lavoro nei servizi, il quale comporta anche un “plus” di stanchezza a causa della sua esposizione pubblica e della richiesta di mostrare buon umore e dedizione costanti. In ogni caso, per Žižek, non si tratterebbe di “condannare una rigorosa autodisciplina e la dedizione al lavoro”, ma piuttosto concentrarsi sul lavoro che dà soddisfazione aiutando la comunità a fronte del lavoro che si sforza di ottenere un successo personale sul mercato.

Una questione che il testo non affronta è che la pandemia ha nuovamente posto al centro la questione del lavoro umano e della classe operaia. Se i lavoratori devono essere confinati nelle loro case, in qualche settimana l’economia capitalista è compromessa inevitabilmente. Con la pandemia, i lavori sottopagati, femminilizzati e precari stanno ricevono un po’ del riconoscimento sociale che meritano davvero: operatori socio-culturali, badanti, infermieri, addetti alle pulizie, cassieri dei supermercati o lavoratori agricoli. La “fine del lavoro” di cui parlava Jeremy Rifkin o le teorie della “società postindustriale” sono state alquanto screditate in un contesto in cui il lavoratore di una fabbrica di mascherine è diventato assolutamente essenziale.

Le presunte “società postindustriali” occidentali hanno evidenziato come i processi di riconversione e trasferimento industriale a beneficio dei profitti delle multinazionali le hanno lasciate in crisi a causa dell’urgente necessità di fabbricare respiratori o materiale di protezione sanitaria. I governi imperialisti hanno gareggiato in maniera criminale nei mercati internazionali per acquisire questi prodotti, che in molti casi sono fabbricati dalla classe operaia di altri paesi. In effetti, è già all’ordine del giorno la necessità di una riconversione economica in diversi paesi, che potrebbe lasciare il posto a una nuova reindustrializzazione occidentale con criteri di sfruttamento “asiatici” e “fordisti”.

Ma il testo non ci parla di questo, né della “posizione strategica” che la classe operaia occupa in un’economia capitalista che è fragile e attraversata da contraddizioni. Questo non dovrebbe sorprenderci, perché Žižek fa parte di quel post-marxismo secondo il quale la classe operaia non occupa più alcun ruolo speciale come soggetto politico.

Tuttavia, la classe lavoratrice non può solo fermare l’economia e la produzione, ma farla funzionare in maniera alternativa. È qui che risiede il suo grande potenziale politico come soggetto collettivo trasformatore e rivoluzionario; non è una questione “feticista”, ma strategica. D’altra parte, per Žižek, come abbiamo visto, l’argomento centrale del suo “comunismo reinventato” non sarebbe la classe operaia, non parla nemmeno adeguatamente di soggetti o movimenti collettivi, ma solo del ruolo degli Stati e dei governi capitalisti.

In effetti, il testo sottolinea questo emergere di un settore del lavoro “intellettuale” che “come organizzatori del processo di lavoro, sono pagati per svolgere un ruolo che tradizionalmente apparteneva ai capitalisti. E così, con tutte le preoccupazioni e le responsabilità che comporta la direzione. pur restando lavoratori stipendiati incerti sul loro futuro, raccolgono il peggio di entrambi i mondi”. Ma non indica come questo possa essere tradotto politicamente: la persona che ha un lavoro precario come ricercatore o tecnico può essere equiparata ad una persona del settore direttivo o manageriale che, possedendo o meno il capitale, è più vicina ad essere identificata con i capitalisti? La logica di Žižek invita piuttosto una sorta di riflessione congiunta, perché presumibilmente “siamo nella stessa barca”, ma ciò non si traduce in qualcosa di più della riconciliazione di classe.

 

Un “comunismo” senza strategia, senza classe e senza partito?

Come abbiamo visto, la tesi del “reinventato comunismo” suppone una tale deflazione dell’idea stessa di comunismo che dobbiamo semplicemente prendere la sua proposta come una provocazione che non va oltre un orizzonte riformista. Žižek non sta pensando agli scenari imminenti della lotta di classe, sta pensando ad una necessità puramente utilitaristica dei governi capitalisti di prendere decisioni contro la logica stessa del capitalismo, come abbiamo già sottolineato. O i governi prendono queste decisioni o si cade nella barbarie della guerra, questi sono gli scenari che il filosofo sloveno sta prendendo in considerazione.

Commenta verso la fine del testo: “Oggi sentiamo spesso che cambiamenti sociali radicali sono necessari se vogliamo davvero affrontare le conseguenze delle epidemie in corso – io stesso sono tra coloro che diffondono questo mantra – ma i cambiamenti in atto sono già radicali». E aggiunge più avanti: “Quando ho usato la parola comunismo un paio di settimane fa, mi hanno preso in giro; ma ora appare il titolo ‘Trump annuncia una proposta per impossessarsi del settore privato’. Ci si poteva immaginare un titolo del genere una settimana fa?”.

Uno dei paragoni più sfortunati del filosofo sloveno riguardo a queste misure è il seguente: “Non è una visione comunista utopica, è un comunismo imposto dalle necessità della semplice sopravvivenza. Sfortunatamente, è una versione di ciò che nell’Unione Sovietica nel 1918 fu chiamato ‘comunismo di guerra'”.

Questo può essere compreso solo nella logica della sua analisi che abbiamo sottolineato, secondo cui la crisi aperta oggi suppone un prima e un dopo che altera radicalmente il capitalismo. Il paragone non può sostenersi in nessun modo, in primis, perché l’URSS (o la Russia sovietica allora) era uno Stato operaio rivoluzionario che combatteva una guerra civile contro la controrivoluzione e contro quattordici eserciti imperialisti, in uno scenario che seguiva ad una guerra mondiale e ad un collasso economico. Il contesto attuale è quello di alcuni governi capitalisti che cercano di resistere alla tempesta per mantenere lo status quo con l’intervento statale. Come abbiamo visto, non vi è alcuna problematizzazione di sorta con la natura degli Stati, né con le misure che adottano, né con gli obiettivi.

Per Badiou[4] in polemica con Žižek, le misure prese dai governi capitalisti sono solo il risultato delle contraddizioni del capitalismo in un mercato globale, ma in cui gli Stati sono nazionali. Una contraddizione tra politica ed economia in cui i governi cercano di “affrontare la situazione epidemica rispettando il più possibile i meccanismi del capitale, sebbene la natura del rischio li costringa a modificare lo stile e gli atti di potere”. E aggiunge: “sappiamo da molto tempo che, in caso di guerra tra paesi, lo Stato deve imporre, non solo alle masse popolari ma anche alla borghesia, importanti restrizioni per salvare il capitalismo locale”. In situazioni di crisi, i governi capitalisti possono adottare misure che limitano la proprietà privata e i profitti dei capitalisti, lo vediamo oggi, ma ciò ha molti precedenti storici come sottolinea Badiou.

Il marxismo rivoluzionario ha analizzato molto presto queste forme di “capitalismo di Stato” risultanti dalle contraddizioni del capitalismo stesso, come un embrione della futura economia socialista pianificata. Lenin parlò nell’estate del 1917 di come “il capitalismo monopolistico di Stato è la preparazione materiale più completa del socialismo”. Ma per sviluppare il socialismo da lì, il marxismo rivoluzionario ha sempre considerato inevitabili l’abbattimento dello Stato capitalista e la presa del potere politico da parte della classe operaia organizzata e rivoluzionaria. E su questo punto, la posizione di Žižek è chiaramente agli antipodi.

In effetti, come abbiamo sottolineato, la mancanza di problematizzazione della natura dello Stato suppone un chiaro ritiro teorico di Žižek rispetto all’analisi marxista. Forse questo si può vedere chiaramente nel recente caso della Bolivia. Nei suoi discorsi pubblici degli ultimi mesi, il filosofo sloveno ha preso come esempio Álvaro García Linera e il governo di Evo Morales, proprio come la combinazione di uno “Stato forte”, ma che non perde i suoi legami con i “movimenti sociali”. Una concezione in cui i movimenti sociali sono una sorta di appendice esterna che difficilmente gioca alcun ruolo e dove, ovviamente, lo sviluppo dell’autorganizzazione di massa non è concepito nella prospettiva di essere organizzazioni di potere per la classe operaia in alleanza con i settori popolari, contadini e indigeni che impongono misure socialiste e costruiscono uno Stato operaio.

Tutto ciò succede ancora una volta per essere i gestori dello Stato capitalista, come Linera, con un forte interventismo statale. Tuttavia, sarebbe necessario vedere ciò che Žižek considera ora a questo proposito, quando prima di un colpo di Stato dell’estrema destra boliviana, il governo di Evo e Linera è crollato come un castello di carte, con gli apparati repressivi dello Stato che sostengono e promuovono il colpo di Stato. Qui diversi pilastri dello “Stato forte” capitalista di Žižek sono passati rapidamente dall’altra parte della barricata, come è accaduto così spesso nella storia, mentre il movimento popolare e indigeno uscito allo scoperto per affrontare il colpo di Stato è stato abbandonato al suo destino da Linera, Evo e compagnia.

Un altro chiaro esempio del completo disorientamento strategico di Žižek è stato il suo sostegno a progetti o candidature come quelli di Syriza, Podemos, Bernie Sanders o Corbyn. I progetti politici si sono concentrati su strategie elettorali che hanno fallito, o, una volta al governo, si sono adattate alla logica delle democrazie capitaliste occidentali, come è stato il caso lampante di Syriza o come stiamo già vedendo nello Stato spagnolo, con il governo di coalizione di Unidos Podemos con sempre meno peso elettorale contro un PSOE rafforzato.

L’interventismo statale per “salvare i beni di famiglia” del capitalismo e perché nulla cambi, come sta facendo il governo di coalizione Sánchez-Iglesias nello Stato spagnolo, ci conduce a una nuova impasse storica. Proprio perché tutti i governi lo stanno facendo, come dice Žižek e come ha riconosciuto il Ministro del Lavoro del Partito Comunista di Spagna, Yolanda Díaz, in un’intervista: «le misure prese durante questa pandemia, che è vero che sono state nuove nel nostro paese, non sono rivoluzionarie. Queste sono le misure che anche i miei colleghi conservatori liberali e di destra europei stanno attuando”.

La sinistra neoriformista ha fatto continue riduzioni al suo programma politico già inizialmente insufficiente, con l’obiettivo di conquistare il “centro politico” nello scenario elettorale.

La conseguenza, al di là dei risultati elettorali tutt’altro che buoni, è stata la rinuncia agli slogan che per anni hanno difeso i movimenti sociali e le costanti concessioni di fronte allo Stato, ai poteri economici e informali. Nel frattempo, l’estrema destra ha iniziato ad occupare lo spazio politico. A questo punto, è necessario costruire un programma anticapitalista che sia all’altezza del compito e offra un’alternativa ai settori della “classe media” e della piccola borghesia che saranno profondamente impoveriti e, che se non troveranno tale alternativa a sinistra, la cercheranno nell’estrema destra.

Per quanto riguarda questo periodo neoriformista che abbiamo vissuto negli ultimi anni, Žižek non fa alcuna valutazione critica e, allo stesso tempo, non conserva troppe speranze nell’aumento delle proteste sociali che hanno avuto luogo in tutto il mondo nell’ultimo ciclo. Tuttavia, ora “ottimisticamente” contempla la possibilità che gli stessi governi capitalisti, compresi quelli conservatori di Boris Johnson o Donald Trump, attuino un forte interventismo statale sul mercato capitalista globale e stabiliscano una collaborazione internazionale. Perché per Žižek: “come dice il proverbio: nella crisi siamo tutti socialisti”.

Il semplice intervento statale dei governi capitalisti non solo non è “socialista” perché non mette in discussione la proprietà capitalista fino alla fine, ma anche perché in esso la classe operaia non svolge alcun ruolo, tutto rimane nelle mani delle burocrazie politiche e istituzionali, per mezzo di accordi commerciali e con la collusione della burocrazia sindacale. L’intervento statale nei settori privati ​​strategici è una necessità che deve essere imposta, ma tale intervento deve avvenire senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori stessi.

Di fronte alla “barbarie dal volto umano” che porta alla lotta per le risorse e, quindi, alla guerra, Žižek punta su questo interventismo che chiama “comunismo reinventato”, ma che non è altro che un appellarsi a un “capitalismo di Stato dal volto umano” valorizzare le misure eccezionali che i governi sono costretti a prendere come in altre crisi storiche. Qui la strategia politica si riduce al solo tentativo di rendere questi interventismi statali il più democratici e trasparenti possibile, quindi, per citare Kant, afferma “l’uso pubblico della ragione” e la massima: “obbedisci, ma pensa e mantieni la libertà di pensiero!”.

Se in qualcosa possiamo concordare con il filosofo sloveno, è nel carattere storico della crisi che stiamo vivendo e che non ci sarà un ritorno alla normalità, poiché la “vecchia normalità” è messa in discussione e le misure eccezionali dei governi dimostrano che intervenire nell’economia privata, nazionalizzare o imporre tasse su grandi fortune non sono misure utopiche, ma si stanno già attuando. Tuttavia è difficile credere che il capitalismo sia mortalmente ferito e che gli stessi governi capitalisti possano essere i loro becchini. Per seppellire il capitalismo manca un fattore soggettivo: un partito rivoluzionario; e manca l’azione rivoluzionaria di un soggetto politico: la classe operaia. I classici dibattiti del marxismo rivoluzionario sulla questione della classe, del partito e della direzione sono più vivi che mai.

Di fronte alla crisi economica e sociale che è stata aperta a livello internazionale dalla pandemia, le misure dei governi capitalisti potranno solo disegnare uno scenario di impoverimento generale per la classe lavoratrice e i settori popolari, nel quadro di nuove tensioni geopolitiche e di guerre commerciali con un declino degli Stati Uniti e un crescente imperialismo cinese. A fronte di una riduzione delle misure di confinamento piena di incertezze, ci sarà un’escalation della lotta di classe annunciata dagli stessi media conservatori della borghesia. I “perdenti della globalizzazione” saranno in “prima linea” con nuove insurrezioni e persino rivoluzioni.

In questo quadro, non possiamo dipendere dalle misure dei governi capitalisti, come propone il filosofo sloveno, ma piuttosto è necessario sollevare organizzazioni rivoluzionarie a livello internazionale con un programma anticapitalista che permetta di passare da misure di emergenza di base a misure con un orientamento socialista che rafforzino politicamente la classe operaia: un programma di transizione, in breve. C’è bisogno, insomma, di organizzazioni rivoluzionarie che abbiano la forza, la strategia e il programma per vincere.

Il “comunismo reinventato” di cui parla Žižek, in cui la classe operaia non ha alcun ruolo, dove non ci sono partiti o organizzazioni rivoluzionarie, né una strategia socialista per porre fine allo sfruttamento capitalista, è la rinuncia assoluta alla rivoluzione e al comunismo. Reinventare il comunismo non può significare abbandonare i suoi obiettivi: conquistare una società senza classi e senza Stato.

 

Carlos Muro

Jaime Castán

Traduzione da Contrapunto

Note

1. Molti di questi contributi sono stati raccolti nella Zuppa di Wuhan, disponibile qui.
2. Giorgio Agamben, L’invenzione di una pandemia.
3. Byung-Chul Han, La emergencia viral y el mundo de mañana, pubblicato su El País, 22 marzo 2020.
4. Alain Badiou, Sulla situazione epidemica.