Ieri i lavoratori Zara del centralissimo negozio di via del Corso a Roma hanno manifestato contro la politica di licenziamenti di massa di Zara in Italia, condotta con “cessazioni d’appalto” per far lavorare meno lavoratori di più e a peggiori condizioni. Quella di Zara è una politica di attacco frontale alle condizioni dei lavoratori comune ai capitalisti di tutto il mondo che vogliono far pagare alla classe lavoratrice la crisi sanitaria ed economica.


All’inizio della crisi sanitaria il gruppo Inditex, multinazionale proprietaria di notissimi marchi come Zara, Stradivarius e Bershka ha chiuso i magazzini e i negozi. Dopo tre mesi di cassa integrazione (per alcuni lavoratori nemmeno ancora percepita) ha avviato una serie di cambi appalto sui lavoratori delle pulizie, dei magazzini e dello scarico e carico merci.

In questo processo, in tutta Italia centinaia di lavoratori addetti allo scarico dei camion sono stati licenziati per “cessazione dell’appalto” e ora i camion li scaricano commesse e commessi dei negozi e altre centinaia di lavoratori delle pulizie si sono ritrovati da un giorno all’altro con un cambio appalto firmato di nascosto, senza che venissero rispettati i tempi previsti dal Contratto Nazionale Multiservizi e, in alcuni casi, con cooperative che già stanno dimostrando scarsa propensione al rispetto di diritti sindacali ed economici basilari.

In risposta, i lavoratori del negozio Zara di via del Corso, in pieno centro a Roma, hanno tenuto ieri un presidio in piazza San Silvestro, a pochi metri dal negozio stesso: sono scesi in piazza con altri lavoratori del loro sindacato, il SI Cobas, così come decine di solidali, che partecipano al percorso del Patto d’azione anticapitalista.

I lavoratori pretendono l’applicazione complessiva del CCNL multiservizi e del CCNL logistica e trasporto merci, rivendicano il diritto di sciopero e di organizzazione sindacale e protestano al fianco delle centinaia di colleghi barbaramente lasciati per strada con la scusa della crisi sanitaria, nonostante per mesi si sia parlato di lavoratori “eroi”.

A fronte della negata autorizzazione a manifestare direttamente di fronte al negozio, una delegazione è comunque riuscita a portare le ragioni del presidio anche di fronte alle vetrine di Zara.

I lavoratori Zara di fronte al negozio di via del Corso.

Non è solo Zara: i capitalisti vogliono farci pagare la loro crisi

La politica aziendale di Zara ci dice molto della fase di crisi economica internazionale nella quale siamo piombati sulla scia della crisi pandemica: persino le enormi aziende multinazionali e multibrand che erano uscite vittoriose dalla crisi del 2008 possono trovarsi in difficoltà e lanciarsi rapidamente in attacchi brutali contro i propri lavoratori a suon di licenziamenti e revisioni in peggio delle loro condizioni di lavoro. Ma questa tendenza all’attacco al salario, alla precarizzazione e ai licenziamenti di massa coinvolge anche le aziende che non sono uscite con le ossa rotte dalla quarantena o che, addirittura, si sono arricchite favolosamente in questi ultimi mesi. Questo attacco, non a caso, è condotta in primo luogo e soprattutto contro quei vasti settori della classe lavoratrice particolarmente precari, meno organizzati, meno tutelati: gli immigrati e le persone che soffrono l’oppressione razzista (i lavoratori Zara di via del Corso, ad esempio, sono tutti immigrati egiziani), le donne, i giovani.

A maggior ragione, se il fronte dei capitalisti va compattandosi all’attacco, la risposta di lavoratori e lavoratrici alla crisi pandemica ed economica ha tutto l’interesse ad essere unitaria e ad avanzare rivendicazioni comuni. Di fronte alla “santa alleanza” tra grandi capitalisti e governo Conte, con tutto l’apparato ideologico e repressivo di pace sociale a nostre spese che ne consegue, mobilitarsi insieme per gli stessi obiettivi di lotta immediata non è un’opzione, ma una stretta necessità, specie di fronte al pericolo di una ripresa del contagio del Coronavirus e di una possibile seconda ondata di gestione confindustriale delle politiche sanitarie.

La ribellione della popolazione nera negli USA a seguito dell’omicidio di George Floyd, che si è allargata comprendendo milioni di persone bianche, con una composizione di classe evidente, molto più giovane e femminile dell’idea trumpiana-salviniana di classe operaia, è una formidabile risposta sul piano politico, nel confronto coi padroni e con il loro Stato, la loro polizia, all’orizzonte di sfruttamento e oppressione, di barbarie, che la doppia crisi ci presenta. La rilevanza internazionale di questo nuovo ciclo di confitto sociale, che riprende quello che caratterizzò il 2019, ci mostra praticamente, non come ipotesi astratta, che una lotta unitaria e radicale è possibile.

I capitalisti ci stanno facendo pagare la loro crisi per l’ennesima volta: si tratta di organizzarsi e lottare non solo per difendere i diritti che già abbiamo, ma per mettere fine al loro dominio assoluto sull’economia, sulla politica, sull’ambiente, sulla nostra salute.

 

Giacomo Turci