Pubblichiamo la seconda di tre parti del saggio scritto dalla rivoluzionaria Rosa Luxemburg “Sciopero generale, partito e sindacato” pubblicato nel 1906, anno in cui i comunisti che poi fonderanno la Lega Spartaco (tra cui la Luxemburg stessa) ancora costituivano la sinistra del Partito Socialdemocratico di Germania, un partito imponente con una forte influenza sui sindacati di massa.

In questa sezione, Luxemburg approfondisce le condizioni materiali, sociali che portano un settore “largo” di lavoratori ad avere una simpatia verso il socialismo, ad aver rotto la subordinazione all’ideologia borghese e alle organizzazioni filo-borghesi nel movimento operaio, senza però iscriversi a un partito politico operaio, approdando “naturalmente” nel sindacato, vivendo in quella sola sede la propria militanza politica. Questa dinamica permette – tema che sarà approfondito nella terza parte, lo sviluppo di una routine sindacale “pacifica” tendente “a sopravvalutare l’organizzazione che, a poco a poco, da strumento per raggiungere un fine, si trasforma a sua volta in un fine, in un bene supremo al quale vanno subordinati tutti gli interessi della lotta”.


Parte I – Parte II – Parte III

Migliaia e migliaia di operai non entrano nelle organizzazioni del partito appunto perché entrano nei sindacati. In linea teorica i lavoratori dovrebbero appartenere ad entrambe le organizzazioni: assistere alle riunioni del sindacato e del partito, pagare doppia quota, leggere due giornali operai ecc. Ma per poterlo fare c’è bisogno di un grado abbastanza elevato di capacità dì comprensione e di una buona dose di quell’”idealismo” che, per puro sentimento di dovere nei confronti del movimento operaio, non indietreggia di fronte ai sacrifici quotidiani di denaro e di tempo; c’è poi anche bisogno di avere quell’interesse appassionato per la vita del partito che può venire soddisfatto soltanto appartenendo alla sua organizzazione. Questi tratti sono presenti soltanto nella minoranza più illuminata e intelligente degli operai socialisti, nelle grandi città dove la vita del partito è ricca ed attraente e dove lo stesso tenore di vita dell’operaio è a un livello superiore. Ma negli strati più ampi della massa operaia delle grandi città, come pure in provincia, nei piccoli e piccolissimi centri in cui la vita politica locale non possiede nessuna autonomia, limitandosi semplicemente a riflettere gli avvenimenti della capitale, dove quindi la vita dei partito è scarsa e monotona e dove, infine, le condizioni economiche del lavoratore sono per lo più assolutamente miserabili, è estremamente difficile realizzare la duplice appartenenza, sindacale e politica.

Per l’operaio che rientra nella massa, se ha convinzioni socialiste, la questione si risolve da sé: aderisce al suo sindacato. In effetti egli non avrebbe altra possibilità di soddisfare gli interessi immediati della lotta economica se non appartenendo a un’organizzazione professionale. La quota che egli versa, spesso a costo di sacrifici rilevanti, comporta per lui un utile immediato, tangibile. Le sue convinzioni socialiste può in qualche modo farle valere anche senza appartenere a una particolare organizzazione del partito: votando alle elezioni per il parlamento, assistendo a riunioni pubbliche del partito socialista, seguendo i resoconti dei discorsi dei socialisti nelle assemblee rappresentative, leggendo i giornali del partito (si confronti, ad es., il numero degli elettori socialisti e degli abbonati al Vorwarts con quello dei membri organizzati dei partito a Berlino). Inoltre, e questo è un punto decisivo, l’operaio con convinzioni socialiste al livello della media, che, come uomo semplice non capisce nulla della teoria complicata e sottile delle “due anime’, giustamente si sente socialista anche nel sindacato. Nonostante le federazioni sindacali non inalberino ufficialmente l’insegna del partito, il lavoratore di solito, in ogni città e in ogni centro, vede alla testa del suo sindacato, come i dirigenti più attivi, dei membri che egli conosce nella vita politica anche come compagni, come socialisti: siano eletti del partito al parlamento, alle assemblee regionali, ai consigli comunali, siano funzionari, uomini di fiducia, presidenti di comitati elettorali, redattori di giornali, segretari di organizzazioni del partito, o semplicemente oratori e propagandisti del partito. Inoltre, anche nella propaganda all’interno dei suo sindacato ritrova per lo più le idee, diventate a lui familiari e comprensibili, sullo sfruttamento capitalistico, sui rapporti tra le classi, che ha conosciuto attraverso l’agitazione socialista; meglio ancora, gli oratori più apprezzati nelle riunioni sindacali sono anche socialisti notori.

Tutto dunque concorre a dare all’operaio a un livello medio di coscienza l’impressione che organizzandosi sindacalmente egli appartiene contemporaneamente al suo partito operaio, fa parte dell’organizzazione socialista. In questo sta la reale forza di reclutamento dei sindacati tedeschi. Non la facciata neutrale, ma la loro intima natura realmente socialista ha dato alle federazioni sindacali la possibilità di raggiungere la forza che attualmente possiedono. Ciò è palesemente confermato dall’esistenza stessa di sindacati affiliati a vari partiti borghesi cattolici, Hirsch Duncker ecc., esistenza attraverso cui si pretende di dimostrare correttamente la necessità della “neutralità” politica. Quando l’operaio tedesco, che può scegliere liberamente di aderire a un sindacato cristiano, cattolico, evangelico o liberale, non sceglie nessuno di questi ma il “sindacato libero”, o magari passa da quei sindacati a questo, lo fa per la sola ragione che concepisce le federazioni come organizzazioni dichiarate della moderna lotta di classe, o, cosa in Germania equivalente, come sindacati socialisti. In breve, l’apparenza “neutrale”, che per molti dirigenti sindacali è effettiva, non esiste agli occhi della massa dei lavoratori organizzati sindacalmente. Questa è la grande carta del movimento sindacale. Se mai questa parvenza di “neutralità”, questa distinzione e questa separazione tra i sindacati e la socialdemocrazia dovesse diventare effettiva e soprattutto se dovesse dimostrarsi tale agli occhi della massa dei proletari, i sindacati perderebbero di colpo ogni loro vantaggio nei confronti delle associazioni borghesi concorrenziali e perderebbero insieme ogni loro capacità di reclutamento, il fuoco che li alimenta. Quanto dico trova una sua incontestabile dimostrazione in episodi universalmente conosciuti. La parvenza di neutralità potrebbe avere notevole utilità come mezzo di attirare gente soltanto in un paese dove il partito socialista non godesse di nessun credito presso le masse o dove per la sua impopolarità addirittura agli occhi delle masse nuocesse, piuttosto che servire, a un’organizzazione operaia: dove, in una parola, i sindacati dovessero cominciare a reclutare da soli la loro base all’interno di una massa assolutamente spoliticizzata e animata da sentimenti borghesi.

Un paese simile è stata l’Inghilterra per tutto il secolo scorso (e lo è ancora in parte). In Germania la situazione del partito è completamente diversa. In un paese in cui il partito socialdemocratico è il più forte dei partiti politici, in cui la sua possibilità di reclutamento è confermata da una schiera di tre milioni di proletari, è ridicolo continuare a parlare di un’avversione per il socialismo che allontanerebbe i lavoratori e della necessità, per un’organizzazione operaia militante, di conservare una neutralità politica. Basta confrontare per la Germania il numero degli elettori socialisti con quello dei membri delle organizzazioni sindacali; anche un bambino si rende subito conto che i sindacati tedeschi non hanno conquistato i loro militanti, come in Inghilterra, all’interno di una massa senza nessuna educazione politica e animata da sentimenti borghesi, ma all’interno di una massa di proletari già risvegliati dal socialismo e conquistati alle idee della lotta di classe, una massa di elettori socialisti. Più di un dirigente sindacale respinge con indignazione – corollario d’obbligo della teoria della “neutralità” – l’idea di considerare i sindacati come un terreno di reclutamento per il socialismo. Effettivamente quest’ipotesi che ai dirigenti sindacali sembra offensiva, e che sarebbe in realtà lusinghiera, è del tutto fantasiosa, dal momento che la situazione si presenta in genere invertita: in Germania è la socialdemocrazia che costituisce il terreno di reclutamento per i sindacati.

Per quanto l’azione organizzativa dei sindacati sia spesso ancora troppo debole e incerta, tuttavia, nel complesso, eccetto alcune regioni e alcuni casi, la condizione per un buon raccolto non è solo il terreno già dissodato dall’aratro socialista, ma è anche che lo stesso seme sindacale e in definitiva lo stesso seminatore siano socialisti, “rossi”. Se in luogo di comparare così come sono le forze numeriche del sindacato e delle organizzazioni socialiste, mettiamo le prime a confronto con le masse dell’elettorato socialista (che è l’unica possibilità di confronto corretto) arriviamo a un risultato ben lontano da quella che è l’opinione volgarmente diffusa. Risulterebbe, infatti, evidente che in realtà i “sindacati liberi” rappresentano ancora una minoranza della classe operaia tedesca e che con tutto il loro milione e mezzo di organizzati non raggiungono ancora la metà della massa che il partito socialista è capace di raggiungere.

La conclusione più importante che si ricava da quanto si è detto è la seguente: la piena unità del movimento operaio sindacale e socialista, assolutamente indispensabile per le future lotte di massa in Germania, è già realizzata e si incarna nella larga schiera che forma la base tanto del partito socialista che dei sindacati e nel grado di consapevolezza con cui i due aspetti del movimento si sono uniti insieme a livello di coscienza. La pretesa contrapposizione fra partito e sindacati si riduce, da questo punto di vista, a una contrapposizione tra il partito e un gruppo di funzionari sindacali che è al tempo stesso una contrapposizione, all’interno dei sindacati, fra questo gruppo e la massa dei proletari organizzati sindacalmente.

La grande crescita del movimento sindacale tedesco negli ultimi quindici anni, specie nel periodo di prosperità economica 1895-1900, ha naturalmente portato a una specializzazione nei metodi di lotta e nella direzione, ed ha comportato l’introduzione di una categoria stabile di funzionari sindacali. Tutto ciò è un portato storico, perfettamente giustificabile e naturale, della crescita dei sindacati nel corso di quindici anni, il risultato della prosperità economica e della tregua politica che c’è stata in Germania.

Per quanto ciò comporti inevitabilmente certi inconvenienti, è incontestabilmente un male necessario. Ma dalla dialettica di questo processo deriva logicamente che questi mezzi necessari alla crescita dei sindacati si trasformino in una certa fase dell’organizzazione, al momento della maturazione di certe condizioni, nel loro contrario, cioè in ostacoli alla continuazione di questa crescita.

La specializzazione dell’attività professionale in quanto dirigenti sindacali, come la naturale ristrettezza di visuale connessa alta frammentazione delle lotte economiche in un periodo di calma, comporta anche troppo facilmente per i funzionari dei sindacato il burocratismo e un certo restringimento degli orizzonti. Ora, questi ultimi due aspetti si esprimono in tutta una serie di tendenze che potrebbero diventare fatali per l’avvenire dei movimento sindacale.

Tra queste, soprattutto, la tendenza a sopravvalutare l’organizzazione che, a poco a poco, da strumento per raggiungere un fine, si trasforma a sua volta in un fine, in un bene supremo al quale vanno subordinati tutti gli interessi della lotta. In questo modo, d’altronde, si spiega quel bisogno di tranquillità apertamente confessato, che teme ogni pericolo, e ogni presunto rischio per l’esistenza dei sindacato, come teme la spontaneità di certe azioni di massa; così si spiega l’esagerata valutazione della stessa forma sindacale della lotta, delle sue prospettive e dei suoi successi.

Rosa Luxemburg