Riportiamo la traccia scritta del nostro intervento come Frazione Internazionalista Rivoluzionaria alla prima assemblea fisica, tenutasi a Bologna, del Patto d’azione anticapitalista: l’urgenza di percorsi larghi di autorganizzazione non esclude, anzi, va combinata a un dibattito articolato, strategico, sulla necessità di una organizzazione, di una direzione politica rivoluzionaria della classe lavoratrice in Italia; sulla necessità di un partito operaio, anticapitalista, internazionalista.


La fase due e le politiche del governo non hanno fatto che confermare che “andrà tutto bene” è un motto rivolto ai grandi capitalisti, agli industriali, ai banchieri: com’era prevedibile, si fa di tutto perché loro superino la crisi nel miglior modo possibili, perché siano gli imprenditori gli eroi della crisi nel senso comune. Le politiche di divisione e freno dei lavoratori che hanno continuato ad attuare le grandi burocrazie sindacali hanno ancora una volta soppresso il potenziale esplosivo di lotta della classe operaia in Italia, e non solo. La sfida che abbiamo davanti, allora, nella costruzione di un fronte unico operaio e nella polarizzazione di lavoratori, giovani, donne, immigrati verso una prospettiva anticapitalista, è quella di stimolare percorsi assembleari a vari livelli, a partire dalle città e dai territori, per coinvolgere settori più ampi di sfruttati e oppressi, impegnandosi a conquistare più correnti, organizzazioni, aree a partecipare stabilmente, nel concreto, ad attività di fronte unico e di discussione politica (emergenziale, ma non solo), rompendo gli steccati settari – sindacali, politici, “di movimento” che siano”; è fondamentale che elementi delle larghe frange di lavoratori che, specie al nord, hanno partecipato a lotte e mobilitazioni durante la fase della quarantena, non ritornino alla routine passiva e corporativa come se nulla fosse cambiato, come se non avessimo ancora di fronte a noi una crisi economica epocale e una crisi pandemica tutt’altro che vinta. Perdere di vista la gran massa dei lavoratori non sindacalizzati e degli iscritti ai sindacati confederali, specie oggi a fronte della crisi che attraversa il sindacalismo di base da anni, significa autoconfinarsi in un piccolo recinto irrilevante. I lavoratori e le lavoratrici, come insegna la ribellione americana, devono avere in odio le forze statali repressive, ma attivandosi in tutte le loro organizzazioni, in primis i sindacati, devono fare esperienza e maturare la stessa avversione per i capi opportunisti, conciliatori, settari che mettono dei freni a uno sviluppo radicale della lotta e delle stesse organizzazioni operaie e popolari.

Le iniziative di unità d’azione e di costruzione di un fronte unico di classe non tolgono che una battaglia politica che si vuole generale contro i padroni e lo Stato non ha prospettiva se non si dota di una direzione politica; noi, come Rosa Luxemburg, siamo convinti che questa direzione debba avere un punto di vista universale e l’obiettivo aperto dell’abbattimento del capitalismo per l’instaurazione del socialismo. Siamo convinti che debba elaborare una strategia complessiva, nazionale e internazionale, per fare concreti passi in avanti verso questi obiettivi. Siamo convinti che, se non c’è la costruzione di questa direzione politica, dunque di un partito operaio e anticapitalista, di un partito apertamente rivoluzionario, non c’è direzione di movimento o di sindacato che possa guidare la classe lavoratrice verso questi obiettivi; mentre ci sono sempre stati partiti politici nei fatti o anche a parole riformisti, che lasciano le lotte degli sfruttati su un piano parziale, limitato, lasciando campo libero sul terreno teorico, ideologico, sullo stesso terreno dell’azione politica all’iniziativa e alle proposte dei partiti delle altre classi sociali. La doppia crisi economico-pandemica, così come la crisi della sinistra italiana, non fanno che moltiplicare l’urgenza di dibattiti strategici aperti, non diplomatici, tra i lavoratori, i giovani, le donne, gli immigrati, i militanti che hanno tutto l’interesse a unire le loro forze a un livello molto più ampio e profondo dell’unità d’azione immediata su alcuni obiettivi. Non un mero dibattito tra ceti dirigenti della sinistra esistente, ma un processo volto alla costituzione di un vero partito operaio nel nostro paese, non di una setta burocratica più o meno comunista. Per noi quel partito deve avere un programma anticapitalista, rivoluzionario, socialista, che permetta all’avanguardia della classe lavoratrice di condurre una sua lotta politica per costruire la sua egemonia sugli sfruttati e gli oppressi, per essere la prima linea e la classe dirigente della rivoluzione sociale e della transizione al socialismo. Per noi quel partito deve avere una costruzione , una strategia, una prassi quotidiana internazionalista e internazionale, dando il primo esempio alla classe lavoratrice di ogni paese che non ci sono barriere nazionali che possono fermare la nostra lotta, la nostra unione, e che alla classe capitalista globale dobbiamo rispondere come classe operaia globale, legata da forti legami politici, da una strategia di lotta comune, e non solo dalla solidarietà.

Ci sono compagni che giustamente dicono: o saremo all’altezza di questa epoca storica, o ci aspettano grandi disfatte, ci aspetta la barbarie. Siamo d’accordo. Per noi questo significa che l’avanguardia politica della classe lavoratrice, in Italia come negli altri paesi, ha il compito storico, tanto difficile quanto necessario, di costruire forti partiti rivoluzionari uniti in una sola, grande Internazionale. Rimuovere diplomaticamente questo terreno di confronto e costruzione, di fatto costituisce un favore alle grandi burocrazie del nostro movimento, ma anche a quei piccoli strati dirigenti “radicali” che non si pongono all’altezza dei compiti storici che affrontiamo, che alimentano divisioni dannose nella classe lavoratrice, e che spesso rivendicano a vario titolo l’eredità stalinista e togliattiana del PCI, nonostante il carattere evidentemente conservatore, non rivoluzionario, a livello nazionale e internazionale, che queste politiche hanno avuto nel secolo scorso e, in misura minore, hanno ancora oggi. La nuova generazione della classe lavoratrice che si sta forgiando in Italia e nel mondo, più femminile, meticcia, immigrata, precaria, ha tutto l’interesse a dotarsi di un’organizzazione politica dedicata non alla mera unità formale, alla solidarietà interclassista o alla lotta per la lotta, ma soprattutto a conquistare vittorie che preparino il rovesciamento della borghesia su scala mondiale. Se i militanti combattivi, anticapitalisti, e i lavoratori in lotta non si confrontano su questi compiti e sulla strategia che serve loro per vincere, di che dovrebbero parlare?