Ora che il movimento ha messo in discussione l’esistenza stessa della polizia, i socialisti in ogni luogo devono pensare a nuove forme di organizzazione collettiva per sviluppare e approfondire la lotta, in modo tale da costruire un confronto più efferato nei confronti dello Stato e del capitale.


Non c’è stato un momento storico, dalla fondazione formale dei dipartimenti di polizia degli Stati Uniti, in cui l’idea della loro eliminazione sia stata così forte e così popolare. Se la polizia è stata abbondantemente detestata dalle comunità che opprime di più (in particolare, dai poveri e dalle comunità di colore), è stata ciononostante in grado di ottenere alti tassi di approvazione lungo lo spettro politico nazionale. L’omicidio di George Floyd, però, e la dura repressione delle rivolte ad esso conseguente, hanno obbligato molti e molte a ridiscutere l’integrità (e l’idea stessa di esistenza) dei dipartimenti di polizia. Stando a un sondaggio del Wall Street Journal/NBC condotto tra il 29 Maggio e il 2 Giugno, si noterebbe che, all’apice delle rivolte, il 59% della popolazione americana sarebbe stato più preoccupato dall’omicidio di George Floyd e dalle azioni compiute in seguito dalla polizia, che piuttosto dal comportamento dei manifestanti. Intanto, un sondaggio dell’Università di Monmouth dello stesso periodo ha dimostrato un consenso del 78% da parte del pubblico intervistato verso le proteste in atto.

Questo cambio di attitudine — uno spostamento da una fiducia quasi totale nella polizia a un interrogarsi attivamente sulla necessità della sua esistenza — è in gran parte dovuto al lavoro di un’avanguardia militante multirazziale di giovani e operai, che sono scese in strada quasi immediatamente, dopo l’omicidio di George Floyd, e hanno da allora continuato a marciare e protestare senza sosta. I molteplici tentativi da parte di autorità locali e statali di porre freno alle rivolte — prima con la forza, poi con la promessa di minuscoli cambiamenti degli assetti interni, e riforme di breve periodo — sono pressoché falliti. In tutto il mondo, milioni di persone si sono schierati in solidarietà contro le proprie forze di polizia, con statue razziste rimosse a dozzine, e lo stabilimento di assemblee generali e occupazioni stradali in almeno due grandi città (e molte altre annunciate). Questi manifestanti hanno ottenuto credibilità davanti ampie fasce della classe operaia statunitense non soltanto per la rabbia legittima della popolazione nei confronti della violenza poliziesca, ma anche per la rabbia rivolta al sistema in generale. La risposta crudele e incompetente alla pandemia del Coronavirus, che ha portato a più di  100.000 morti prevenibili, e la crisi economica che l’ha seguita, hanno rivelato quanto profondamente problematico e insostenibile è il capitalismo. É naturale, quindi, che la rabbia e la frustrazione a lungo imbottigliate nei confronti dello stato capitalistico, e le crisi che esso ha prodotto, portino a un conflitto diretto con le stesse istituzioni che, giornalmente, difendono e rinforzano quel sistema di oppressione.

Come descritto da Trotsky, nel ’39, ancor prima della militarizzazione di massa dei dipartimenti di polizia locale:

Ogni Stato è un’organizzazione coercitiva della classe regnante. Il regime sociale rimane stabile a lungo quanto la classe imperante è in grado, per mezzo dello Stato, a imporre la propria egemonia sulle classi sfruttate. La polizia e l’esercito sono i più importanti strumenti dello Stato. I capitalisti si mantengono (non del tutto, per la maggior parte di loro) dalla creazione di eserciti privati sotto il loro comando, affidandosi allo Stato, per ostacolare la classe operaia nei suoi tentativi di creare la propria forza armata.

In altre parole, è largamente accettato, ma interamente falso, che i poliziotti siano servitori del pubblico e arbitri neutrali dell’ordine e della pace. È una distorsione della realtà della lotta di classe, e anche della necessità della classe operaia di dotarsi di una propria forza armata di autodifesa, se mai vorrà liberarsi dal giogo oppressivo della polizia.

Ora che un movimento ha messo il concetto stesso dell’esistenza della polizia sul palcoscenico del dibattito pubblico, è necessario cominciare a pensare a quale tipo di strategia e quali organizzazioni saranno le meglio disposte per ottenere una rivendicazione di tale portata, e come prevenire  che il regime corrente coopti le richieste del movimento. 

 

Il giogo del riformismo

Da quando le rivolte sono cominciate, a fine Maggio, stati federati e città in tutto il paese hanno preso due strade contrapposte nella metodologia della repressione. Da un lato, il tentativo di stroncare la protesta attraverso l’uso della violenza, per spaventare i manifestanti e portarli alla sottomissione definitiva. Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, pestaggi e centinaia di migliaia di poliziotti disposti in assetto antisommossa sono stati scatenati addosso ai cortei in centinaia di città, con 10.000 arresti stimati solo nella prima settimana di proteste (tanti e tante compagni e compagne sono ancora in stato di detenzione, dall’alba della sommossa). Al tempo stesso, alcuni sindaci e governatori hanno tentato di porre fine alle manifestazioni con promesse di riforma. Poco dopo le prime proteste a Minneapolis, ad esempio, il consiglio comunale ha votato per cominciare un percorso di progressivo smantellamento del suo dipartimento di polizia, mentre in altre città, come a Los Angeles, ci sono stati immediate disposizioni per ridimensionare il budget cittadino riservato al finanziamento della polizia. Ma queste riforme, a questo punto, non hanno grande potenziale di apertura per un cambiamento sostanziale nei confronti dell’attitudine generale della polizia. La borghesia americana non ha reale interesse a porre fine alla repressione poliziesca, specialmente nei confronti dei neri, proprio perché tale repressione è uno dei pilastri su cui il suo potere si poggia. Certo, tenderebbe a preferire un sistema di polizia meno brutale, repressivo, violento e soprattutto controverso, qualora fosse possibile, e ovviamente delle aperture in tal senso potrebbero essere possibili. Nonostante, però, quanto affermi questo o quell’altro portavoce borghese, la natura fondamentale della polizia non cambierà fino alla sua abolizione, un’abolizione che, se dovesse arrivare davvero, non sarà ottenuta con pezzi di legislazione.

Se i tentativi iniziali di repressione hanno visto soltanto una crescita nei livelli di rabbia e nei numeri dei manifestanti, il tentativo di cooptare il movimento attraverso spinte riformiste, guidato in gran parte dal Partito Democratico, ha avuto più successo, in una certa misura. Se le proteste continuano a crescere e ad evolversi, infatti, al tempo stesso, la cooptazione liberale e riformista del movimento resta un pericolo costante per il futuro. È vero: un ridimensionamento dei budget dei dipartimenti, l’aumento della spesa sociale, e un controllo comunitario maggiore e meglio rifornito, sono tutte misure che possono alleviare la pressione del giogo della violenza poliziesca; ma sono risposte largamente insufficienti a una serie di problemi cementificati in un sistema secolare di razzismo e oppressione statale. Per questo motivo, i socialisti devono tenere a mente che, nonostante diamo supporto a qualsiasi tipo di cambiamento possa andare a beneficiare la classe operaia, e soprattutto ad incrementarne il potere, l’ultima spiaggia della nostra militanza non è quella della riforma, ma quella della rivoluzione. La domanda, dunque, è questa: come possono i socialisti e gli attivisti evitare tale cooptazione, pur continuando a spingere per conclusioni radicali e forme radicali di organizzazione, capaci di sfidare per davvero lo stato capitalista?

Per come si pone la situazione attuale, il movimento rischia di essere cambiato da due diverse forme di riformismo, distinte, con tradizioni contrapposte.

Per la maggioranza dei Democratici, il movimento è stato da subito inquadrato nell’ottica di una nuova opportunità per raccogliere consensi, imbarazzare Trump, e fare una bella operazione di whitewashing nei confronti della propria storia. Non c’è esempio migliore di questo che quello della fotografia imbarazzante dei leader bianchi del Partito Democratico, tra cui Nancy Pelosi e Chuck Schumer inginocchiati all’entrata del Congresso in abiti Kente dove assieme ai Repubblicani, il proprio partito ha fatto da gran vigilante sull’oppressione dell’America nera per secoli. Mentre I leader nazionali e locali dei Democratici hanno spinto per microscopiche riforme per “riportare all’ordine” la polizia, questi “antipasti” distraggono dal fatto che l’omicidio di George Floyd è avvenuto sotto gli sguardi “distratti” di un sindaco e un governatore democratici. Similmente, la città e lo stato dove Breonna Taylor è stata ammazzata dalla polizia, in casa sua, sono entrambi amministrati da democratici. I democratici hanno davvero una pessima storia di supporto per la violenza poliziesca. D’altronde, è stata la legge sul controllo del crimine del ’94 dell’allora presidente Bill Clinton che ha dato il “la” alla crescita esponenziale del tasso di incarcerazione nelle prigioni statunitensi, aumentando poi il numero di pattuglie nelle strade e i budget dei dipartimenti, fino ai livelli che vediamo oggi. Intanto, il candidato presidenziale contemporaneo, dei democratici, ha affermato che la polizia dovrebbe sparare “alle gambe invece che al cuore”.

Intanto, la leadership dei Democratic Socialists of America (DSA), che per decenni ha usato il Partito Democratico come una piattaforma per i propri candidati, ha anche sfortunatamente abbandonato l’idea di sviluppare un movimento apertamente conflittuale contro il bipartitismo razzista. Mentre una gran parte di militanti di base del DSA si sono attivati nelle proteste di strada fin dall’inizio, l’ala che fa riferimento alla rivista Jacobin nell’organizzazione continua a perseguire una strategia elettoralistica per arrivare al socialismo. Così, i DSA hanno speso un’ampia fetta delle proprie risorse nella promozione di candidati dei Democratici in tutto il paese, invece che usare la propria forza di 70.000 militanti per sviluppare e promuovere candidati socialisti indipendenti, in vista di una rottura eventuale con il Partito Democratico.

Il ruolo dei socialisti dovrebbe invece essere la promozione della radicalizzazione del movimento, l’incoraggiamento e lo sviluppo di ogni tendenza punti verso l’autorganizzazione, una metodologia di classe, e la conseguente indipendenza di classe che questa porta a nascere quando applicata realmente. Tuttavia, sarebbe comunque un errore quello di intervenire in un movimento senza proporre una potenziale nuova organizzazione politica che possa nascere da esso. Non possiamo lottare per le strade, mentre a occuparsi della politica restano solo i Democratici. Noi, gli operai e gli studenti, che siamo al cuore del movimento, dobbiamo costruire la nostra, di organizzazione politica, in un’ottica di rottura con i partiti capitalisti, in modo tale da intervenire con prospettiva rivoluzionaria e promuovere candidati realmente indipendenti e socialisti, che denunciano entrambi i partiti e mettono le proprie candidature a servizio della lotta.

Nonostante la pressione politica orientata verso una concentrazione maggiore sugli obbiettivi di breve periodo, ci sono segnali quotidiani importanti che il movimento possa e voglia andare oltre tattiche di così stretta veduta. A Detroit, per sesempio, i manifestanti tengono da mesi assemblee pubbliche con regolarità, al fine di discutere le strategie da perseguire, e poco meno di un mese fa hanno tenuto un “processo” contro il sindaco e il capo della polizia. A Seattle, gli attivisti hanno eseguito una breve occupazione del consiglio cittadino, seguito dall’occupazione permanente di una sezione di sei blocchi abitativi nel quartiere di Capitol Hill, dando vita alla Capitol HIll Organized Protest (CHOP). Intanto, questa settimana, migliaia di manifestanti si sono uniti in un’occupazione del parco adiacente il municipio della Città di New York, e hanno cominciato a discutere apertamente e collettivamente su quali richieste avanzare tra cui, ad esempio, una riduzione di un miliardo di dollari al budget dell’NYPD. Tali azioni mostrano che tantissimi nel movimento sono già pronti ad andare oltre l’adesione spontanea a una marcia indetta da qualsivoglia gruppo di attivisti, e sono invece pronti a costruire forme più militanti di organizzazione.

 

Democrazia operaia e autodifesa

Per quanto siano promettenti, questi cambiamenti devono essere estesi e approfonditi, se teniamo ad evitare quel tipo di cooptazione, fatica o demoralizzazione che già tanti movimenti prima di questo hanno vissuto. Immaginare i prossimi passi necessari è il ruolo dei socialisti tutti, per radicalizzare, diffondere e abbracciare una prospettiva rivoluzionaria. Se abbiamo intenzione di mantenere con serietà l’ipotesi abolizionista, allora dobbiamo creare quel tipo di organizzazioni necessarie per cacciare la polizia definitivamente dalle nostre comunità. Un modo per cominciare a costruire queste organizzazioni è fomentare la creazione di assemblee locali in tutto il paese, nei centri delle città, nell piazze, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Le forme embrionali di queste organizzazioni le vediamo a New York come a Seattle, ma se intendiamo davvero conquistare “territori autonomi” per uno spazio di tempo variabile, è necessario forgiare un’alleanza che attraversi l’intera classe operaia in modo tale da conquistare controllo reale sui trasporti, la distribuzione di cibo e beni di consumo, la produzione e, ovviamente, l’autodifesa.

In modo tale da forgiare una seria alleanza tra i lavoratori e gli oppressi, è imperativo che il movimento abbracci, aggiungendola alla sua lotta per l’eliminazione della polizia, una persistente posizione di conflittualità con il capitalismo. Il primo compito che si trova ad affrontare il mondo sindacale, in particolare, è quello di convincersi a cacciare i sindacati di polizia dalle proprie organizzazioni. La costruzione di alleanze potenti tra gli oppressi necessita che il movimento faccia sua una piattaforma che includa la lotta al razzismo e per l’abolizione della polizia, così come una lotta per le rivendicazioni più immediate della classe operaia, che sono state generate dalla pandemia: una lotta concreta contro i licenziamenti, per la salute, per l’istruzione e l’accesso alle case per tutti. La lotta della classe operaia, che è esplosa non appena è cominciata la pandemia, è inestricabilmente legata alla lotta contro il razzismo. Dato che il capitalismo si fonda sul razzismo, e dato che le persone di colore sono quelle più colpite dall’emergenza sanitaria e dalla conseguente ascesa della disoccupazione, non si può pensare di sconfiggere uno senza sconfiggere l’altro. La combinazione che stiamo vivendo, di crisi sanitaria, economica e sociale, e le rivolte di piazza contro la repressione poliziesca, hanno messo sul tavolo la questione centrale dell’autorganizzazione della classe operaia, e hanno dimostrato il bisogno reale di potere operaio e autodifesa di cui la classe ha estremamente bisogno.

Ovviamente, quando si parla di autodifesa, il primo pensiero va alle Black Panthers, che svilupparono con successo una milizia atta a difendere comunità nere dalla violenza razzista e dalla polizia. Le Panthers furono anche in grado di ottenere supporto di massa dalle comunità che difendevano sulla base dei loro programmi di sussistenza sociale, per rispondere ai bisogni primari delle masse nere in un paese traviato da un fenomeno di segregazione endemica. Tuttavia, il limite dell’autodifesa promossa dalle Black Panthers è stato quello di non basarsi sull’autorganizzazione democratica di massa; non erano dotati di adesione militante di massa, ne’ della metodologia di andare a reclutare ed organizzare le masse nei luoghi di lavoro, e per questo motivo non erano dotati della potenza di fuoco necessaria per attaccare il cuore della produzione capitalista; una potenza di fuoco che solo dai luoghi di lavoro poteva arrivare. Lo stato fu capace di isolare e reprimere violentemente l’organizzazione perché non si era dotata del potere economico, ne’ dell’organizzazione di massa, per portare l’offensiva contro la polizia, superando la fase difensiva.

Un esempio nostrano di autorganizzazione operaia di successo sono i consigli degli operai dell’Alabama attivi tra gli anni ’30 e ’40, i quali sono una parte importante della storia della lotta nera negli Stati Uniti. Nonostante il crescente orientamento di destra del Partito Comunista degli Stati Uniti —spinto dalla sua frazione stalinista, che portò alla disastrosa strategia della politica di fronte popolare in sostegno a Roosevelt— furono proprio i comunisti che affrontarono lo stato di polizia brutale e repressivo che in quegli anni era vigente in Alabama, lottando per la giustizia economica, l’uguaglianza “razziale”, e tutta una serie di diritti civili e politici sia per bianchi che per neri. Lo fecero organizzando lavoratori e mezzadri neri, ma anche molti bianchi, tra cui operai industriali disoccupati, casalinghe, giovani e liberali rinnegati, organizzandoli in consigli democratici funzionanti. Nel 1930, la città di Birmingham, Alabama, è stata l’epicentro di una grave crisi economica, con alti tassi di disoccupazione. I più colpiti furono i lavoratori neri, che dovettero tornare in fretta a un’economia di autoconsumo agricola in modo tale da sopravvivere. Le masse nere vennero tormentate da una mancanza di abitazioni, istruzione di base, lavoro e welfare sociale. Come afferma Robin D.G. Kelley in Hammer and Hoe: Alabama Communists During the Great Depression: “La richiesta lavorativa fu così alta che vennero lanciati numerosi tentativi indipendenti da parte di industriali e organizzazioni del ceto medio per alleviare la situazione.”. Ma non si trattava solo di rivendicazioni economiche. La classe operaia nera in Alabama dovette anche scontrarsi con il KKK e la polizia. Su iniziativa dei militanti comunisti, cominciarono a nascere consigli di quartiere in tutta la città, molti dei quali diretti da donne operaie, che rapidamente inclusero mezzadri, operai disoccupati e casalinghe. Questi consigli, formati per combattere contro gli effetti più pesanti della crisi, presero poi a lottare contro il razzismo che affliggeva le comunità nere. 

Per il movimento operaio, fu anche vitale l’esempio dei consigli dei disoccupati, che si sparsero in diverse regioni della nazione in risposta alla disoccupazione di massa creata dalla Grande Depressione. In molti stati, i comunisti organizzarono dozzine di questi comitati, attraverso la Trade Union Unity League. 

Nel 1929, quando la Grande Depressione lasciò milioni di operai nelle strade, comunisti e trotskisti ebbero un ruolo chiave nell’organizzazione di consigli di disoccupati in svariate città. Questo, in risposta al rifiuto dei grandi sindacati emergenti di combattere la disoccupazione e organizzare gli operai non sindacalizzati. Questi consigli non solo si mobilitarono per chiedere l’implementazione di assicurazione per i disoccupati, ma anche per organizzare tutta la classe operaia per contrastare tutti gli aspetti della crisi (come, ad esempio, la mancanza di abitazioni e di edilizia pubblica accessibile). Come racconta Christine Ellis, nel merito di una sessione conciliare a Chicago:

Parlavamo in maniera semplice, spiegando la piattaforma, le rivendicazioni e le attività del consiglio. Poi chiedevamo: “Ci sono domande?”… finalmente, un anziano nero si alzò e disse “Cosa pensate di fare per quella famiglia di colore che hanno buttato per la strada giusto oggi?… sta ancora la’, con il mobilio abbandonato sul marciapiedi.”. Allora, l’uomo che era con me disse: “semplice. A fine riunione, andremo là, e rimetteremo i mobili nella casa. Dopo che lo avremo fatto, chiunque voglia unirsi al consiglio dei disoccupati e costruire un’organizzazione per combattere l’emergenza abitativa e gli sfratti, faccia ritorno qui e ci rimetteremo a discutere.” Ed è quello che abbiamo fatto, e tutti si sono dati da fare, spostando tutti i mobili, sistemando i letti. Quando abbiamo finito siamo tornati alla sala conferenze, che era murata!

Seattle 1919

Tuttavia, un altro esempio meno noto ma comunque altamente significativo di autorganizzazione e autodifesa lo troviamo, in tutto il suo potenziale radicale, nell’esperienza del cosiddetto “Soviet di Washington” del 1919, che trovò al suo epicentro niente poco di meno che la città di Seattle. Il 6 Febbraio del 1919, almeno 65.000 operai della città si mossero in uno sciopero generale. Presero il controllo di Seattle per sei giorni, nel contesto di uno sciopero in difesa di 35.000 lavoratori portuali, e poi “in conflitto con i proprietari portuali e il Quadro della Logistica Marittima Federale, che stava ancora applicando misure salariali da tempo di guerra”. Il consiglio Generale del Lavoro di Seattle, che al suo interno rappresentava 110 sindacati affiliati con l’American Federation of Labour, diede il via allo sciopero. Stando a quanto riporta lo storico Cal Winslow, gli operai di Seattle:

crearono una cultura propria, con sindacati “ripuliti” dalla mafia; con un giornale di massa di proprietà dei lavoratori (il Seattle Union Record), l’unico del suo tipo nel 1918, con scuole socialiste dove le lezioni si tenevano sia nelle classi che all’aperto; c’erano i cori dell’IWW e balli e pranzi comunitari.

Il Consiglio Centrale del Lavoro mise in piedi un Comitato di Sciopero Generale, in cui i delegati di base di tutti i sindacati partecipavano, un corpo genuino di autorganizzazione. Fino a quando è durato, il CSG si prese l’incarico di far funzionare l’intera città, inclusi i servizi essenziali, senza alcun padrone, politico capitalista o poliziotto.

Nel suo classico, A People’s History of the United States, Howard Zinn descrive come i partecipanti hanno vissuto questi sei giorni gloriosi, mentre la classe operaia faceva rivoluzionari passi in avanti:

Allora la città smise di funzionare, a parte per i servizi essenziali organizzati dagli scioperanti. I pompieri restarono al lavoro volontariamente. Gli addetti alle pulizie si misero a sistemare esclusivamente gli ospedali. I veicoli autorizzati a passare per le strade esibivano cartelli con scritto: “rifornito dal CGS”. Aprirono 35 latterie di quartiere. Organizzarono i veterani per mantenere la pace per strada. Su una lavagna, c’era scritto: il senso di questa organizzazione è quello di mantenere l’ordine senza l’uso della forza. Nessun volontario avrà il potere, o gli verrà permesso di portare armi. Potrà usare solo la persuasione. Durante lo sciopero, il numero di reati crollò vertiginosamente.

In altre parole, per sei giorni, la classe operaia di Seattle mantenne il controllo territoriale della città con scioperi, riorganizzazione urbana e la creazione di una milizia volontaria. Si sono organizzati come alternativa al potere borghese, abbandonando la polizia e allontanando l’esercito. Immaginate quest’esperienza oggi, unendo agli operai i quartieri neri e latini, per controllare la produzione, la distribuzione e i servizi. Immaginate che questo potere debba fare affidamento su milizie operaie per combattere la repressione e difendersi da milizie vigilanti bianche. Ma abbiamo bisogno di potenza di fuoco, non letterale necessariamente; ma quella potenza di fuoco che sta solo nelle mani della classe operaia e degli oppressi. Questo è l’unico modo in cui potremo svoltare la lotta nella direzione di un confronto contro l’intero sistema dell’oppressione razziale e dello sfruttamento capitalista.

Doppio Potere

Nella sua Storia della rivoluzione russa, Lev Trotsky spiega l’importanza e la necessità del doppio potere perché una rivoluzione abbia successo:

Nessuna classe storica si solleva da sola da una posizione subalterna a una dominante d’improvviso, in una notte (sia pure essa una notte rivoluzionaria). Dovrebbe già dall’alba della rivoluzione aver assunto una posizione indipendente sulla classe dominante ufficiale; inoltre, dovrebbe aver già concentrato gli sforzi sulla catalizzazione dei desideri delle classi intermedie e gli strati vari della società, insoddisfatti dallo stato esistente delle cose, ma incapaci di giocare un ruolo chiave di indipendenza.

Come sottolinea giustamente Trotsky, i semi della rivoluzione sono quasi sempre sviluppati nell’autorganizzazione, e sono piantati spesso anni (e talvolta, come nel caso dell’Ottobre, decenni) prima del fatto stesso. I soviet russi sono solo uno degli esempi su come una tale organizzazione di doppio potere possa venire in essere.

Le attuali proteste contro la violenza della polizia, nonostante siano lontane dal costituire  un momento rivoluzionario o pre-rivoluzionario, tuttavia hanno il potenziale di porre la questione del potere, e in particolare del potere della polizia, che è centrale per la sopravvivenza dello Stato, in discussione. Mentre le voci abolizioniste restano una minoranza paragonate a coloro che, erroneamente, credono che la polizia si possa riformare e, nonostante questi attivisti si trovino a rispondere a una violenta campagna repressiva e cooptatrice, da ogni lato, la rivendicazione stessa è qualitativamente più avanzata di qualsiasi cosa abbiamo mai visto negli Stati Uniti almeno dagli anni ’60.

Che vengano o meno in essere queste forme di autorganizzazione ed autodifesa, tutto dipenderà dalla coscienza di classe di coloro che attualmente sono ingaggiati nella lotta, dall’abilità della sinistra di intervenire con un programma rivoluzionario e con la sua volenterosità nel collegare la lotta contro l’oppressione poliziesca alle più ampie lotte che già stanno nascendo per via della crisi socioeconomica generata dalla pandemia. Da una prospettiva rivoluzionaria, tali forme di autorganizzazione, se nascessero davvero, e diventassero ancora più necessarie data la condizione attuale della crisi (con anche un’importante crescita del “vigilantismo” bianco organizzato, troppo spesso ignorato), potrebbero quindi diventare embrioni nascenti di un eventuale sistema di doppio potere capace di sfidare seriamente lo Stato, e vincere, per la classe operaia, importanti conquiste. I riformisti sarebbero contrariati da questa ipotesi, spingendo una linea di accontentamento, di “settling”, per riforme irrisorie di natura quasi meramente cosmetica e manifestazioni di strada all’acqua di rose. Per noi, a prescindere dal fatto che che questo movimento si evolva, o meno, in una sua nuova fase rivoluzionaria, resta comunque fondamentale che un settore ampio delle genti mobilitate in questi mesi arrivi alla conclusione che è necessario ed urgente lanciare una sfida al sistema, e che questa sia una sfida per la quale valga la pena di lottare.

Che torni a fiorire nelle bocche di una nuova generazione di militanti la parola “rivoluzione”.  

Nonostante tale prognosi possa suonare troppo ottimistica, considerando dove si collocava politicamente il paese uno o due anni fa —quando la sinistra era dominata dalla campagna riformista di Sanders— è comunque chiaro che sia cambiato qualcosa. Stiamo assistendo al risveglio politico di una nuova generazione di attivisti conflittuali, che sono molto più interessati al confronto diretto col capitalismo rispetto a chi è venuto prima di loro. Se aggiungiamo a questo fattore l’impatto della pandemia globale, la disoccupazione di massa (che ha colpito i giovani in maniera molto dura), e una crisi economica tale da rivaleggiar con la Grande Depressione, sembra chiaro che il futuro, per quanto riguarda la possibilità di un lungo periodo di lotta politica, appare ormai promettente. La costruzione e la sperimentazione di nuove forme di autodifesa e autorganizzazione, legate alla lotta di classe dei lavoratori e rappresentate da un partito rivoluzionario della classe operaia, potrebbero essere i compiti più urgenti, attualmente, per il movimento.

 

Jimena Vergara, James D. Hoff

Traduzione da Left Voice