Proponiamo una riflessione politica sullo stato tragico dell’istruzione oggi nella crisi pandemica, fatta da un’insegnante che è anche madre di studentesse, in piazza il 26 settembre scorso, nel quadro della data nazionale di mobilitazione del settore scuola convocata da diverse sigle sindacali, associative e di movimento dei lavoratori della scuola, così come da alcune realtà studentesche.


In tant* a Piazza del Popolo, nonostante la pioggia. Studenti, docenti, genitori insieme a Priorità alla Scuola in piazza per rivendicare il ruolo della scuola come luogo di educazione all’autodeterminazione, alle differenze dei generi, all’affettività, alla salute. In queste settimane in cui si decide dove destinare i fondi del Recovery Fund, si rivendica a gran voce la necessità di un piano di investimento reale nella scuola pubblica, laica, solidale, perché non è logico che dopo sette mesi non si sia fatta almeno la cosa più importante, cioè ridurre il numero di alunni per classe, in modo da poter garantire a tutti gli studenti il diritto di poter respirare liberamente ameno al proprio banco.

La responsabilità è prima di tutto del governo per non aver cambiato i criteri per la formazione delle classi, non aver aumentato in modo realmente sostanziale il personale docente e ATA (nella scuola di mia figlia piccola abbiamo una sola bidella per tutto il plesso e parliamo di scuola elementare ) per non aver investito un euro sull’edilizia scolastica.

Da marzo il governo non ha fatto le uniche cose utili per tentare una riapertura della scuola con il minimo rischio possibile.

Delle misure strutturali si continua a tacere.

Si è creata un’emergenza che si poteva evitare o quantomeno inibire. Perché non ci sono scuse: di come riaprire la scuola in sicurezza si poteva parlare tranquillamente a marzo, poi ad aprile, poi a maggio, poi a giugno a scuole chiuse, e pure a luglio. Arrivare al 17 agosto per aprire il dibattito a suon di “mascherina sì/mascherina no” è stato criminale.

Il governo ha, di fatto, creato un’emergenza nell’emergenza e al contempo speso soldi e tempo per costruire trappole discorsive. Tocca fare attenzione, perché in quelle trappole ci caschiamo in molt* e le conseguenze potrebbero essere disastrose.

Per permettere un ritorno a scuola bisognava adottare misure strutturali.

Alla richiesta di aumentare in modo significativo l’organico, per permettere la formazione di classi meno numerose, il governo ha risposto con conferenze stampa altisonanti. Del miliardo promesso si è saputo poco o niente fino a quando non è stata annunciata l’immissione del «personale-Covid» (è la stessa ministra Lucia Azzolina a usare questa espressione). Ad oggi nessuno sa bene come e con che logica questo personale sarà assunto, visto che esistono delle graduatorie cui attingere. È molto più chiaro che su questa figura si rovescerà la responsabilità di un ipotetico lockdown, dal momento che nell’ordinanza si legge che «in caso di sospensione delle attività didattiche in presenza, i contratti di lavoro attivati si intendono risolti per giusta causa, senza diritto ad alcun indennizzo». Quest’aumento di organico si basa su 50mila “contratti Covid“ per personale usa e getta, licenziabile senza indennizzo, appunto quando non servirà più A queste condizioni, ve lo immaginate un lavoratore precario che ammette di avere la febbre? Qual è la causa dell’emergenza o chi ne facilita la propagazione? Quindi la richiesta di personale medico e di sostegno psicologico all’interno delle scuole viene completamente inascoltata .

Inoltre alle richieste di molti sindacati di assumere, in modo definitivo, chi insegna da più di tre anni, il governo ha deciso di rispondere bandendo un concorso straordinario… che prima doveva essere a luglio, poi fine a fine ottobre, pronto a saltare se la curva epidemiologica non sarà adeguata o se la ministra Azzolina salta, come ormai sembra inevitabile. Nel frattempo, il concorso ordinario (quello cui possono partecipare anche coloro che hanno meno di 3 anni di insegnamento all’attivo), è rinviato a data da destinarsi: l’enorme buco di cattedre intanto rimane!

Dopo 6 mesi dall’inizio del lockdown, un papocchio di dichiarazioni sporadiche, bozze e documenti prodotti da diversi organi non ha partorito uno scenario plausibile, con l‘effetto di seminare il panico.

Di fronte a questa situazione i dirigenti scolastici, su cui può ricadere la responsabilità per la mancata gestione di un focolaio, si chiamano fuori; i docenti sono accusati di non collaborare perché non vogliono sottoporsi ai test sierologici, quando gli stessi documenti emanati dalle fonti ufficiali li ritengono insufficienti per la diagnosi e per il controllo dei focolai e diversi genitori affermano pubblicamente la loro volontà di tenere i figli a casa, magari sostenendo con orgoglio l’educazione parentale… Ed è così che la scuola si cristallizza ancora di più come il primo luogo in cui l’individuo conosce le ingiustizie sociali, ora proposte esplicitamente come inscalfibili, inevitabili, alla faccia dei discorsi dei primi mesi di crisi pandemica. Ve lo ricordate Conte che diceva: «Avremo una scuola più inclusiva»?

Non è finita: se è chiaro che non avremo un’infermeria in ogni scuola è altrettanto chiaro che ogni medico referente avrà più di un istituto da monitorare. In un articolo pubblicato su Repubblica il 23 agosto si parla di un rapporto 1 a 23!

Non c’è bisogno di entrare in dettagli tecnici per affermare una cosa di una banalità sconvolgente: servono infermerie scolastiche, serve personale medico preparato, servono equipaggiamenti, servono i test. Ad oggi non c’è nulla di tutto questo: se uno studente o una studentessa ha i sintomi, al momento attuale, non c’è un medico che può agire prontamente, non c’è il materiale per la prevenzione del contagio, non ci sono i test adeguati per tutte le persone con cui è entrat* a contatto a scuola. Quindi, la classe e gli insegnanti devono stare tutt* in quarantena per 14 giorni. Senza alcun test. Una follia.

Per riuscire a risollevarci da tutto non basteranno mai le singole misure “tecniche” né più ampie riforme “strutturali” che conservino l’attuale sistema di istruzione. Perché la scuola così com’è, come elemento di controllo, irreggimentazione, conservazione della società divisa in classi, non potrà mai essere un elemento di emancipazione fino in fondo, vera.

Per questo occorre avere la prospettiva dell’abbattimento della scuola che conosciamo, che in sé, intrinsecamente, è letteralmente costruita secondo lo schema dell’oppressione della forza-lavoro, con gli stessi protocolli normativi, le stesse scissioni, lo stesso sfruttamento del tempo e della vita, e con un destino evidente di fallimento dei suoi obiettivi piamente dichiarati rispetto a risultati quelli sì raggiunti, di produrre individui portatori di un sapere frammentato e inutilizzabile nella maggior parte dei casi, obbedienti e incapaci – nella grandissima maggioranza – di esercitare una cittadinanza critica, attiva e oppositiva.

Quindi, se si vuole cambiare le cose per davvero alla radice, l’obiettivo non può essere meno che fare fuori la scuola come sistema chiuso, eliminare la netta separazione scuola-vita sociale, reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra – di noi adulti – cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la loro autonomia, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro.

Più difficile, ma necessario, costruire discorsi in cui evitare trappole semplificatorie. Una su tutte: piantiamola di ragionare esclusivamente sulla necessità dei bambini di tornare a scuola. La scuola è un mondo sterminato: ragionare solo sui diritti e le necessità di un unico soggetto conduce inevitabilmente a sottostimare (nel migliore dei casi) o silenziare (nei casi più ipocriti) le esigenze degli altri. Il fatto che ci siano docenti che rischiano se vengono a contatto col virus è vero. Il fatto che il personale per la sanificazione è sottopagato e vessato è altrettanto vero. Che nessuno abbia parlato dei trasporti fino a pochi giorni fa è evidente. È difficile perché non siamo stati allenati a questo (le scuole che abbiamo fatto non ci hanno preparati, guarda caso!), ma tocca fare un discorso strutturale, altrimenti è la guerra fra poveri.

Sia chiaro: la scuola pubblica italiana rispecchia il classismo della società, è strutturalmente razzista, è lassista nei confronti del sessismo imperante, è inadeguata, le indicazioni ministeriali non aiutano a costruire la didattica, diversi docenti sono pericolosi ma saldamente ai loro posti, l’educazione ai dispositivi elettronici è inesistente. Detto ciò, la Didattica a Distanza non risolve questi problemi, ma li amplia.

Infine, la preoccupazione per il contagio sta portando diversi genitori a vedere di buon occhio l’educazione a casa dei propri figli: homeschooling o educazione parentale. Questo discorso conduce dritto a una dismissione dal basso della scuola pubblica che, nonostante le mille aberrazioni, rimane un traguardo epocale: abbiamo bisogno che bambini e bambine escano dal nucleo familiare, abbiamo bisogno che si confrontino con altri adulti, abbiamo bisogno che interagiscano fra di loro, che non si capiscano, che conoscano chi è diverso da loro e anche che litighino coi propri genitori con gli strumenti che gli vengono dati da ciò che si trova fuori dalla famiglia, perché è anche così che si cresce. C’è poi l’elefante nella stanza: se qualcuno decide di fare educazione parentale ai propri figli è perché se lo può permettere culturalmente ed economicamente. Optare per questo modello significa avallare il privilegio di classe. E, mi spiace, ma per me questa è la politica dei miei nemici.

«Ma la scuola pubblica è la Scuola dello Stato e io sono contro lo Stato», benissimo. Ma non dimentichiamoci che anche la famiglia è un’istituzione, ben più totale della scuola: è vero che anche la scuola, come la famiglia, è un luogo cardine della riproduzione sociale, ma permette ancora un margine di libertà radicalmente differente – a volte maggiore, a volte no, sicuramente diverso – da quello che una famiglia (non) può garantire.

La classe dirigente italiana, nella sua interezza e comprendendo i suoi servitori del governo, non merita il surreale clima di pace che si è instaurato negli ultimi mesi. Nessuno di loro è da salvare. Però il ruolo di alcuni soggetti va sottolineato.

Il “menopeggismo” ha lasciato campo libero a un premier che di fatto ha permesso che sulla riapertura della scuola si seminasse il panico. Tralasciando quanto fatto prima dell’epidemia, Giuseppe Conte non solo si è chinato agli speculatori di Confindustria durante i giorni di maggiore crisi, ma ha anche posto le basi per una futura emergenza, da gestire un’altra volta con metodi paternali, bonapartisti, militarizzanti, confindustriali.

I partiti che lo sostengono e quelli che lo contrastano in parlamento sono pure peggio di lui. I parlamentari di “centrosinistra” che guardano con spocchia all’attuale Ministra sono stati complici della Riforma Renzi. Quelli di “centrodestra” sono gli artefici delle Riforme Gelmini e Moratti. Senza bisogno di alcun complotto, il piano di dismissione della scuola pubblica parte da lontano, è condiviso e nessuno se ne è mai distaccato. Sui 5Stelle poco da dire, dal momento che esprimono direttamente sia la Ministra dell’Istruzione che il Ministro del Lavoro e del Welfare, coi risultati tragici che abbiamo sotto gli occhi.

È questa la panoramica della classe dirigente che ha posto le basi per il ritorno a scuola. È lapalissiano che anche per chi è abituato a tapparsi il naso non c’è nulla da salvare. Tocca a noi invertire la tendenza.

Scrivo “noi” riferendomi a una comunità ampia, che include docenti, attiviste, educatori, studentesse, personale amministrativo e delle pulizie, genitori e genitrici.

Ma la situazione in cui siamo ci obbliga a guardare a una comunità ben più ampia con cui possiamo e dobbiamo intrecciarci: quella che comprende, in primis, lavoratori e lavoratrici che si sono ribellati e hanno lottato contro le politiche sanitarie degli industriali.

Della rabbia di tutta questa comunità abbiamo bisogno, estremamente bisogno.

Perché c’è poco da girarci attorno, di fronte a noi abbiamo due possibilità: da una parte la rabbia da organizzare, incanalare, far esplodere; una rabbia che ci permetta di sperimentare, sbagliare, creare; dall’altra abbiamo la depressione, non solo e non tanto la connivenza ad un esercizio di potere sempre più ottenebrante, ma la chiusura in un nucleo sempre più chiuso e circoscritto. Fino ad una solitudine estrema.

La scuola è un pezzo della società da conquistare perché soddisfi i nostri bisogni, esattamente come la sanità. Che ci piaccia o no, se salta la scuola salta tutto.

Partiamo da lì e riprendiamoci questo mondo!

 

Ylenia Gironella