Riflessioni di un giovane lavoratore precario sulle diverse sfumature di trattamento e condizioni che il capitalismo e le politiche dei singoli padroni generano con lo scopo dichiarato di dividere la classe lavoratrice. La solidarietà di classe diventa così non una possibilità arbitraria, ma una necessità sia per non farsi sfilare ulteriori diritti e condizioni di vita, sia per costruire le basi di una futura società senza sfurttamento.


La vita quotidiana degli operai varia in base ai settori in cui lavorano, alle mansioni a loro affidate, fino ad arrivare al tipo di inquadramento contrattuale o dal paese di provenienza. Ci sono ambienti lavorativi in cui lo sfruttamento lo si sente di meno, mentre altri dove ci si avvicina di molto ad un sistema semi schiavistico (come lo sfruttamento caporalesco a cui sono sottoposti i lavoratori delle campagne, la monotonia malsana per la mente e per il corpo del lavoro di fabbrica o come la situazione di supersfruttamento che si attua all’interno di ancora molti magazzini della logistica). Nel sistema di produzione capitalistico esistono molti ambiti e specializzazioni lavorative differenti: in molti casi le azioni da compiere non sono sempre e costantemente ripetitive come in una catena di montaggio, ed in questi casi non si hanno carichi di lavoro costantemente eccessivi e quindi dannosi per la salute.

La classe lavoratrice che gode di alcuni “privilegi”, i tecnici specializzati o i lavoratori tutelati da contratti nazionali conquistati nelle lotte degli anni passati risentono in minor modo dello sfruttamento, perché hanno la sicurezza data da contratti di lavoro più stabili, hanno una maggiore tutela generale rispetto a quei lavoratori di settori “giovani” o di ambiti lavorativi meno tutelati in cui i ricatti verbali di licenziamento e offese continue, magari con l’aggravante del razzismo verso lavoratori immigrati e sessismo verso le donne, sono all’ordine del giorno.

È tuttavia evidente che, da un punto di vista marxista, non c’è alcuna divisione tra lavoratori con un contratto stabile ed uno precario, tra un lavoratore autoctono e un lavoratore immigrato, tra chi faticando e appassionandosi è riuscito a diventare esperto in un lavoro tecnico scientifico e chi, per mancanza di mezzi o di fortuna, è costretto a spostare merci pesanti o a tranciare pezzi di pelle sotto una pressa per otto ore al giorno per guadagnarsi il salario con cui vive. La classe operaia deve riappropriarsi di una propria visione della realtà e della storia, quella storia che ci parla di lotte tra classi, tra proletari e borghesi, dove questi ultimi hanno sempre cercato di dividere la classe operaia, distraendola e ingannandola in ogni modo, sia ideologico, come per esempio con il razzismo nei confronti degli operai immigrati, sia tecnico, come per esempio la pletora di contratti differenti che hanno agevolato la divisione dei lavoratori in stabili, precari, apprendisti e via dicendo.

L’ideologia borghese è divenuta parte del modo di comportarsi e di pensare anche di tanti operai, crea le basi per non farli ragionare per gli interessi della propria classe, al contrario, ogni operaio che crede che il proprio vicino più sfortunato o fortunato a seconda dei casi sia il nemico, fa il gioco del padrone e lo fa contro i propri interessi di classe. Anche se un operaio viene pagato di più o ha maggiori tutele rispetto ad un suo collega, comunque il frutto del lavoro di entrambi andrà nelle tasche del loro padrone. L’idea che la classe operaia sia in continua competizione è del tutto fasulla, instillata dalla società borghese per fare il gioco dei borghesi. Anche per coloro che risentono in maniera poco rilevante le difficoltà di una vita sotto il capitalismo, infatti, c’è la necessità innanzitutto che vedano la realtà del mondo, il fatto che intorno a loro milioni di persone vivono una vita di continuo sfruttamento e che potrebbero migliorare la propria condizione (spesso comunque misera e sempre appesa ad un filo) se si alleassero con chi sta formalmente o realmente peggio di loro, contro l’unico responsabile della propria condizione comune: il capitalismo e le sue regole.

Il raggiungimento di tale consapevolezza è necessaria per fare in modo che tutti i lavoratori si uniscano in un moto di solidarietà di classe per cercare, certo, di aiutare chi non ha avuto la possibilità di studiare, oppure è rimasto sprovvisto di mezzi per raggiungere i propri obbiettivi (respingendo la fasulla retorica borghese della “meritocrazia”), ma anche perché solo in questo modo si possono migliorare o difendere le condizioni di vita anche dei lavoratori più tutelati o meglio pagati, per poter raggiungere un benessere collettivo sotto forma di salari più dignitosi e più tempo libero dal lavoro.

Di fronte al padrone ogni operaio è “debole” ed in balìa delle sue decisioni, qualsiasi sia il suo stipendio, il suo contratto, il suo colore della pelle. Solo superando gli steccati che la stessa società borghese ha posto per dividere quell’operaio dai suoi compagni di lavoro e unendosi, agendo in solidarietà con gli altri, quell’operaio smette di essere debole e sotto ricatto, smette di essere disarmato e può lottare per migliorare la propria condizione di vita. Così facendo già migliora la condizione di vita di tutti gli altri indistintamente dalla nazionalità, dal genere, dall’orientamento sessuale o dalla religione, e oltre a questo si costruiscono le basi per una società diversa da quella a cui oggi siamo assoggettati, una società migliore in cui i lavoratori non subiscano nessun genere di discriminazione né di sfruttamento.

 

Vanja