Nella notte italiana tra il 31 gennaio e l’1 gebbraio, la Tatmadaw (Forze Armate Birmane) ha fatto irruzione negli uffici della National League for Democracy, il partito che, lo scorso Novembre, aveva vinto in maniera abbondante la tornata elettorale nello stato travagliato del sud-est asiatico. I raid hanno portato all’arresto di figure di spicco come il premio Nobel per la Pace Aung Sang Suu Kyi e il presidente Win Myint. Ecco cosa sappiamo fin’ora, di certo, su quanto è accaduto.


I “problemi tecnici” ai sistemi di comunicazione di massa sono cominciati presto, verso le tre di mattina, quando i livelli di connettività alla rete, in Myanmar, sono andati sotto il 75%, e poi addirittura sotto al 50% dell’utenza regolare. La televisione di Stato, MRTV, scrive, alle 1:00 del mattino (ora italiana), di non essere in grado di trasmettere per la giornata, e le linee telefoniche verso la capitale, Naypitaw, vengono tagliate: così comincia un altro colpo di Stato militare, in un paese che, dopo i sollevamenti del 1988 contro la dittatura del generale Ne Win, aveva ottenuto la possibilità di una transizione verso un governo civile nel 2007, dopo il successo delle proteste guidate in larga parte dalla Lega Nazionale per la Democrazia (un partito “pigliatutto” orientato principalmente verso la rivendicazione di diritti democratici per la larga maggioranza del paese, più che da una specifica ideologia), guidata da Aung San Suu Kyi. Negli anni che seguirono la “rivoluzione zafferano”, lo strapotere politico del Consiglio Statale per la Pace e lo Sviluppo (erede materiale e politico della giunta militare conosciuta come Consiglio di Restaurazione dell’Ordine e della Legge di Stato, o SLORC) sarebbe stato ridimensionato in maniera graduale, fino al suo scioglimento legale nel 2011 attraverso una dichiarazione del generale Than Shwe, con l’ascesa al potere della dominante NLD: tuttavia, la costituzione birmana prevede che almeno un quarto dei seggi del Parlamento Nazionale (Pyindaungsu Hluttaw) venga assegnato a esponenti delle forze armate, le quali hanno anche un partito fantoccio che le rappresenta a livello elettorale, ovvero lo Union Solidarity and Development Party.

Proprio lo USDP, dopo le elezioni che si sono tenute l’8 Novembre dello scorso anno, è stato il partito che ha contestato i risultati delle urne con più forza, citando “casi di irregolarità” nello scrutinio e nel conteggio dei voti tali, a suo dire, di essere in grado di sovvertire l’esito del processo elettorale. La moltitudine di osservatori locali ed internazionali, alla fine di un’investigazione durata diversi mesi, ha decretato che tali accuse fossero largamente infondate, nonostante l’effettiva complessità di gestione del processo elettorale nello stato settentrionale di Rakhine, dove da decenni si consuma il conflitto tra le forze armate dello stato birmano e la comunità musulmana dei Rohingya.

Questa comunità è stata al centro di un intenso dibattatito per le decisioni prese dai primi governi della NLD: il caso dei Rohingya è stato descritto come un vero e proprio genocidio, all’estero, e l’amministrazione di Aung San Suu Kyi e della NLD è stata accusata, nelle narrazioni più “morbide”, di aver fallito nel porre fine alle violenze contro quella che, dalla Birmania, è considerata una comunità composta da immigrati musulmani provenienti dal Bangladesh, e non invece un gruppo etnico autoctono della regione che si trova ad occupare. Questa versione dei fatti è sostenuta dalla larga maggioranza della popolazione birmana, e si annida nella fitta rete di tensioni sociali inter-etniche che nei decenni si è venuta a creare tra le numerose rappresentanze che oggi occupano spazio politico nel fragile sistema del Myanmar. Nella gestione della crisi, quello che viene poco spesso menzionato è, infatti, oltre alla generale difesa effettuata dalla NLD del lavoro dei militari nelle violenze perpetrate contro i Rohingya, la difficoltà di qualsiasi ministro eletto di saper amministrare gli interessi specifici che ogni corpo sociale, da sempre, rivendica. Molti ipotizzano che Suu Kyi abbia tentato di mantenere la pace con il più forte di quei corpi sociali, ovvero l’esercito. Alla base di questo problema, di questo scontro di poteri, stanno anni di violenza traslitterata come mezzo più importante della dialettica politica, violenza che sta nelle mani di un esercito che comanda una potenza alla quale la costituzione del 2008 non è stata in grado di porre argine efficace.

Le pressioni internazionali che hanno seguito il caso mediatico di Aung San Suu Kyi, figlia del leader indipendentista Aung San, e incarcerata per vent’anni sotto il regime dello SLORC, oltre che alla spinta rinvigorita del movimento pro-democrazia nei primi anni 2000, non sono state sufficienti per estromettere dai giochi del potere istituzionale un esercito che, attraverso ripetuti colpi di stato e la brutale repressione di sindacalisti, attivsti, giornalisti e scrittori, si è confermato nel tempo non l’ago della bilancia della decisionalità politica, ma i piatti stessi della bilancia metaforica. Quando si prova ad avere una visione d’insieme delle regole politiche che determinano l’esito dei processi esecutivi in Birmania, risulta chiaro come una semplice impostazione riformista, nutrita dalla speranza del “buon governo”, nato dalle urne, della NLD, non sarebbe bastata per annullare il ciclo oppressivo che oggi vediamo spiegarsi ancora una volta per le strade di città e villaggi. In quest’ottica, la repressione di giornalisti e la strage dei Rohingya (che, ricordiamo, ha radici decennali, e non nasce dalle velleità reazionarie supposte dell’ex-prima ministra) assume una dimensione completamente diversa dal sensazionalismo mediatico a cui siamo costantemente abituati, specie dal circo del “24 hour news cycle”, che prende un argomento in mano, lo eleva in un primo momento al “fatto principale” della settimana o del mese, e lo abbandona per anni a seguire.

La crisi economica conseguente al COVID-19,poi, è stato solo carbone aggiuntivo per la brace delle tensioni, in un paese già alle prese con quattro lavoratori su cinque che si trovano ad operare nel “mercato del lavoro informale” (un modo cordiale per parlare di lavoro a nero), ha dovuto affrontare un crollo delle esportazioni e delle entrate dai suoi mercati principali (come quello del turismo). Vanno poi ricordati i progetti economici multimiliardari in corso in diversi parti del paese, tutti finanziati da grossi investimenti di capitale estero, come la zona economica speciale di Dawei e la nuova ferrovia speciale per Yangon: appalti dal valore complessivo di circa 140 miliardi di dollari, che ampliano i rapporti economici con la vicina Thailandia, un paese in grado di elevare, con i suoi investimenti, settori particolarmente influenti di una nascente borghesia nazionale birmana, che oggi entra in conflitto con i militari, storicamente i principali beneficiari delle poche entrate del paese.

Per quanto le potenze occidentali, così come l’ONU (attraverso il portavoce del segretario generale Antonio Guterres) oggi, si straccino le vesti alla luce del golpe in Myanmar, nessuno deve dimenticare quando il Giappone, la Germania o l’Austria hanno accolto con favore l’uomo che, al momento, si trova al vertice del Consiglio Amministrativo di Stato, ovvero il corpo amministrativo principale istituito dopo il golpe: il generale Min Aung-Hlaing. A capo del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa Nazionale (e uno dei principali coordinatori della più recente ondata di violenze contro i Rohingya), è stato l’uomo che ha portato davanti alla Corte Costituzionale le pretese dell’esercito e dello USDP, con l’invocazione degli articoli 417 e 418 della Costituzione Birmana (che legittimano la prese del potere da parte dei militari): anche in questo caso, la debolezza dell’impianto istituzionale è stata messa in luce, quando, seppure non riuscendo a confermare la validità di tale invocazione, i giuristi non sono stati in grado di smentire le pretese di potere al 100%. Nella zona grigia che è seguita a questa consultazione, Aung-Hlaing si è adeguato, mobilitando la Tatmadaw nelle strade del paese e arrestando prima il Presidente Win Myint e Aung San Suu Kyi, e poi il portavoce della NLD, Myint Swe, subito dopo che quest’ultimo aveva riportato la situazione alla stampa internazionale. Dopo questi arresti e l’istituzione del Consiglio Amministrativo di Stato, la giunta dell’esercito ha indetto nuove elezioni, da tenersi a un anno di distanza.

Nel caos di questa situazione, al momento, quanto sappiamo è che i media non sono ancora in grado di trasmettere (fatta eccezione per la TV controllata dai militari, Myawaddy TV), la comunicazione via social e per telefono, dentro e fuori la capitale di Naypyidaw e Yangon, è fortemente limitata, e gran parte delle personalità e dei militanti della NLD e di altri partiti anti-esercito sono detenuti nelle carceri di stato, e ventiquattro ministri del gabinetto eletto dopo le elezioni dell’8 Novembre sono stati rimossi dal loro incarico. Le considerazioni che possiamo fare sono molteplici: gli interessi economici che coinvolgono il Myanmar, dal 2010 in poi (anno della proclamazione del primo governo civile dopo la dittatura dello SLORC-NDSC) hanno un ruolo centrale nelle pretese del governo militare, è ormai un fatto innegabile; la costituzione birmana non è in grado di tutelare i diritti sociali e politici della popolazione, dei contadini e della classe operaia, e la sua debolezza di fondo non sarebbe potuta essere risanata dall’operato di una singola rappresentante liberal-democratica, per quanto essa sia stata messa in luce ed in risalto, nel suo paese e all’estero; le conflittualità inter-etniche avranno un impatto notevole nel processo di mobilitazione che sta già formandosi in Birmania e nei paesi confinanti, così come nelle pretese di legittimazione che cerca la giunta militare per prolungare la propria permanenza nelle stanze del potere, oltre che nei suoi tentativi di espandere le proprie mansioni nel quadro malleabile della costituzione del 2008; soprattutto, possiamo stare certi che fino a quando le ipocrisie di una comunità internazionale porranno speranza e fiducia in un iter democratico che non ha mai realmente funzionato, in Birmania, l’unico deterrente al potere militare, e alle borghesie approfittatrici che necessitano di situazioni come questa per continuare a sopravvivere, sarà la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani, delle donne, che hanno sempre costituito il vero faro di speranza del paese, nel sollevamento anti-coloniale contro gli inglesi, nel 1937, nella lotta contro l’occupazione giapponese, nelle proteste del 1988 e in quelle dei primi anni 2000.

(Le fonti riportate sono strumenti estremamente utili per cercare di decifrare una situazione quanto mai complessa e contraddittoria: è caldamente consigliato, per chi si interessasse all’argomento, farne uso: in particolare, i siti di Reuters e Associated Press sono i più indicati per seguire in maniera efficace la cronaca di queste drammatiche giornate.)

Luca Gieri