È passato un anno dall’arresto di Patrick Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna che era rientrato nel suo paese. Il regime militare continua a usare l’arma della detenzione indeterminata contro gli oppositori politici e qualsiasi persona “scomoda”.


Il 23 gennaio 2020 Ahmed Samir Santawy, atterra all’aeroporto del Cairo per una breve pausa dopo gli esami all’università Centrale Europea di Vienna e il 30 gennaio viene arrestato dalla sicurezza nazionale egiziana. Naturalmente, come succede ad ogni arresto, il suo luogo di detenzione, ad oggi, è sconosciuto.

No, non abbiamo sbagliato né data né nome. Non si tratta di Patrick Zaki, ma di un altro studente egiziano di un’università europea, che come lo studente di Bologna, è stato arrestato senza apparenti motivi dalle forze di sicurezza egiziane circa due settimane fa.

Sono passati un anno e 1 miliardo di euro dall’arresto di Patrick Zaki e siamo ancora qui a scrivere sulle vicende e le malefatte del regime egiziano. Tuttavia questa volta non vorremmo annoiarvi con la storia della brutalità del regime di al-Sisi, ma di come la cieca violenza egiziana sia di fatto il risultato della brutalità, forse meno violenta materialmente, dell’imperialismo occidentale che foraggia, arma e legittima il ‘loro uomo al Cairo’.

Non c’è bisogno di illuminanti analisi politiche e geopolitiche per capirlo, ma è il governo italiano stesso che ci dice, in modo esplicito e senza giri di parole, che quel miliardo di euro di affari Italia-Egitto – in realtà sarebbero nove – sono ‘interessi italiani’.

Al-Sisi è un sanguinario e su questo non ci sono dubbi, ma il suo agire impunito davanti a tutto e tutti non è solamente il frutto di un uomo assetato di potere, ma perché la figura del Generale con la divisa nell’armadio, ad oggi, rappresenta il baluardo, insieme ad Israele, degli interessi dell’imperialismo occidentale nel Mediterraneo.

Nulla nasce a caso, tantomeno i dittatori. Ce lo ricorda bene la storia italiana con l’avvento del fascismo nel ’22 dopo il biennio rosso e quella necessità della borghesia italiana e internazionale di salvarsi dallo ‘spettro del comunismo’: ce lo ricorda Lev Trotsky nel descrivere la Russia zarista nel periodo pre-rivoluzionario e ce lo ricorda, naturalmente, il regime di Al-Sisi dopo la rivoluzione del 2011. Quest’ultima, nonostante non avesse una profonda inclinazione al socialismo, è stata un chiaro segnale di rottura contro il neoliberismo imperante e contro le politiche liberalizzatrici dell’ex presidente Mubarak le quali avevano ridotto alla fame milioni di egiziani.

Il capitale internazionale ha bisogno anche dei dittatori i quali, in cambio di concessioni finanziarie e aiuti per tenere a galla le economie nazionali, controllano giorno e notte, come segugi, che nulla accada all’equilibrio capitalista.

Al-Sisi e la sua cricca militare sono diventati di fatto il cane da guardia degli interessi energetici della italianissima ENI i quali, per dirla con le parole dello scrittore Abd al-Rahman Munif, giacciono nei fondali ‘ad Est del Mediterraneo’ e che, in futuro, porterebbe miliardi di euro nelle casse della compagnia.

Non solo risorse energetiche ovviamente. Con gli anni, infatti, il regime si è ricavato un ruolo centrale all’interno delle principali questioni che interessano direttamente il nostro paese (o per lo meno quelli di una minoranza di esso) come il conflitto libico, tanto caro all’Italia quando si tratta di petrolio e migranti da rinchiudere nei campi lager, o come la pluridecennale lotta al terrore che rappresenta, solo se a casa nostra, la violazione delle libertà fondamentali.

Il caso (che casuale non è) di Patrick Zaki e di altre centinaia di migliaia di attivisti e attiviste deve esser letto con questa lente, altrimenti si rischia di limitare l’autoritarismo egiziano soltanto all’interno dei confini di questo gigante del Nord Africa e non scorgerne la vera natura e il suo stretto collegamento con gli interessi internazionali.

Patrick non è nient’altro che l’ennesima vittima di questo sistema. Infatti, se si leggono le accuse che gli sono state rivolte contro dalla ‘Giustizia’ egiziana sono quella di terrorismo, tentativo di minare alla stabilità nazionale e diffusione di fake news nei suoi canali social: un’evidente aberrazione.

Non sono forse questi gli ordini che al-Sisi riceve quotidianamente, incoraggiandolo anche con onorificenze, dalle capitali europee?

Quante volte i vari presidenti del consiglio e ministri degli esteri italiani ripetono la filastrocca della ‘stabilità della regione’?

A nulla valgono le varie richieste di liberazione se dall’altra parte della barricata le istituzioni borghesi del Bel Paese continuano si continua a sostenere chi tortura, incarcera e uccide chiunque si azzardi a dire mezza parola con il regime.

Così lo studente dell’Università di Bologna che, come raccontano i famigliari e i suoi avvocati, è psicologicamente provato e con diversi problemi di salute, è costretto ad assistere sia al teatrino dei giudici egiziani e sia all’inutilità delle diplomazie presenti nell’aula di tribunale durante le ultime 3 udienze.

Proprio la presenza dei corpi europei, sembra esser diventato motivo di orgoglio per la Farnesina che in una dichiarazione all’Ansa afferma che ‘l’ambasciata italiana sta sensibilizzando le autorità locali per la scarcerazione dello studente dell’università di Bologna’.

Sembrerebbe convincente, se non fosse che la stessa ambasciata in questi ultimi anni, soprattutto dopo l’uccisione di Giulio Regeni, non abbia fatto altro che sponsorizzare la ripresa di affari e affarucci tra il nostro paese e l’Egitto.

Infatti, mentre la Procura di Roma iscriveva sul registro degli indagati quattro agenti della sicurezza nazionale egiziana per il rapimento, la tortura e l’omicidio di Giulio, al Cairo arrivava nel Porto di Alessandria la prima Fregata Fremm pronta a salpare alla volta del Canale di Suez per difendere le diatribe turco-europee sui giganti del gas a largo del Mediterraneo Orientale scoperti, non a caso, dall’ENI.

Davanti ad uno scontro geopolitico tra potenze regionali ed europee (si pensi alle tensioni, storiche, tra Cipro e Turchia o al conflitto libico) e davanti ad ipotetici miliardi di euro di introiti, potrebbero mai le potenze europee rinunciare al ‘loro uomo al Cairo’?

La risposta è no. No, poiché il regime egiziano oggi, soprattutto per la sua debolezza economica, è sempre più dipendente dal capitale straniero (russo, cinese e del golfo e quindi, pur di sopravvivere e restare impunito per i crimini contro innocenti cittadini, si presta al gioco sporco per difendere, anche in malo modo, gli interessi del capitale internazionale e per cercare di ritagliarsi un ruolo nella regione.

Tutto ciò si riversa all’interno del paese dove la costante e capillare repressione è accompagnata dalle colate di cemento ed asfalto delle nuove infrastrutture, veri e propri mostri senza un’apparente utilità.

Infatti, dopo il progetto autostradale nella piana delle piramidi e l’ormai famigerata costruzione della capitale amministrativa, arriva un altro mega progetto infrastrutturale che collegherà la città di Suez con Il Cairo.

Il regime continua ad affermare che tali progetti fanno parte di un programma ambizioso di ammodernamento del paese che, tuttavia, non sta portando alcun frutto all’economia egiziana, già provata da una crisi cronica accentuata dalla diffusione della pandemia nel paese.

Il tutto mentre, come si legge nelle pagine del portale indipendente Mada Masr, il governo non ha liquidità per finanziare la campagna vaccinale per il covid-19, affidandosi a finanziamenti privati e al fondo del regime Tahia Masr (Viva l’Egitto) e annunciando che lo stesso vaccino sarà a pagamento per una parte dei cittadini.

Proprio per far fronte alla crisi, il regime intanto inizia a svendere e liquidare le aziende del paese e, nelle ultime settimane, dopo l’annuncio del governo di voler liquidare la storica compagnia nazionale del ferro e dell’acciaio, migliaia di lavoratori hanno scioperato per due settimane davanti all’amministrazione della fabbrica.

Come abbiamo ricordato anche nello scritto pubblicato per i dieci anni dalla rivoluzione del 2011, la grande rivoluzione del 25 gennaio era iniziata il suo processo di accumulazione delle energie rivoluzionarie proprio nelle grandi industrie del Delta e della periferia della capitale.

Nonostante l’alto grado di repressione nel paese ancora una volta la classe lavoratrice sta dimostrando tutto il proprio coraggio nello sfidare un regime brutale.

È in questo contesto economico politico internazionale che si deve leggere oggi l’ennesimo rinvio dell’udienza di Patrick Zaki e la detenzione farsa di migliaia di prigionieri politici.

Tuttavia, se l’Egitto di al-Sisi sopravvive grazie e alle relazioni nel campo internazionale, lo stesso deve valere per i milioni di egiziani i quali troveranno libertà e giustizia sociale solo se uniranno le loro lotte con quelle che si stanno consumando in questo ultimo periodo in Tunisia, Algeria, Libano e Sudan all’interno delle quali la classe lavoratrice è l’assoluta protagonista.

Mat Farouq