Il Governo Draghi, con i voti di fiducia ottenuti dal Senato mercoledì e ieri dalla Camera, è ufficialmente insediato. Un settore della sinistra e del sindacalismo combattivo ha organizzato piazze di protesta.


Draghi ottiene una larga maggioranza con un discorso pieno di promesse

Nelle giornate di mercoledì e di ieri, il nuovo governo Draghi ha ottenuto la fiducia con una maggioranza larghissima al Senato (262 sì, 40 no, 5 astenuti) e alla Camera (535 sì, 56 no, 5 astenuti), risultando così ufficialmente insediato. I voti contrari vengono da Fratelli d’Italia (con addirittura la citazione di Brecht “ci sedemmo dalla parte del torto…” da parte di Giorgia Meloni, che rinnova la tradizione fascista di riciclo strumentale della cultura socialista) e da decine di parlamentari grillini che hanno rivendicato la loro opposizione di lungo corso a Draghi come presidente della BCE. Questi parlamentari ora sono al centro di una disputa statutaria del M5S: il “capo politico pro tempore” Vito Crimi vorrebbe espellerli in blocco e rivendica l’autorità per farlo, ma la realpolitik impone di pensare bene, prima di favorire la nascita di gruppi parlamentari, ora non determinanti ma neanche così piccoli, che potrebbero fare da megafono per la creazione di nuove forze politiche in rottura col M5S, oppure da rafforzamento a altre correnti già esistenti (come quelle sovraniste di destra e di “sinistra”) che non vedono l’ora di poter avere una visibilità di primo piano senza dover passare per l’apparato di partito e le specificità politiche di Fratelli d’Italia.

Il discorso del neo-premier Draghi, conscio di dover incassare il voto di una larga maggioranza, ha inserito diversi elementi, anche divergenti fra loro quanto meno su un piano estetico: dalla rivendicazione accorata di un intervento strutturale per ridurre la disparità di genere, alla priorità della produzione di energie rinnovabili; dall’”ovvio” ritiro del blocco dei licenziamenti, alla prospettiva (per nulla nuova, per chi ha seguito Draghi come capo della BCE) di un bilancio comune europeo in un quadro di “irreversibilità dell’euro”; dall’investimento di un miliardo di euro negli istituti tecnici per moltiplicare la carente forza-lavoro in ambito informatico e ambientale, a un piano di riforma fiscale complessiva (con una commissione di tecnici sul modello danese, esplicitamente rivendicato) e di concentrazione delle politiche economiche verso le aziende che potranno sopravvivere ed avere successo. Un monito per nulla velato, quest’ultimo, ai larghi settori di piccole e medie aziende che speravano in un rilancio generalizzato dei “ristori”, così che evidentemente non avverrà. Draghi promuove una politica favorevole alle grandi aziende e a quelle più piccole che meglio si integreranno con le prime, associata a qualche misure a garanzia di settori del lavoro precario ed autonomo, utili a dividere la massa dei lavoratori a tempo indeterminato – privati e pubblici – da tutti gli altri, che oggi rappresentano una minoranza molto ampia dell’insieme della forza-lavoro.

 

Le prime proteste contro il nuovo governo

Già ieri c’è stata una prima serie di piazze (in Lombardia, a Roma e Napoli) in cui alcune realtà della sinistra politica (sostanzialmente le realtà che aderiscono al Patto d’azione anticapitalista e/o al Coordinamento delle sinistre d’opposizione, più Potere al Popolo) che si schiera immediatamente contro il governo Draghi, che è senza ombra di dubbio schierato dalla parte di imprese e banche contro la classe lavoratrice e la popolazione povera.

Il presidio a Roma, in particolare, ha visto alcune centinaia di persone, perlopiù operai e giovani, occupare piazza san Silvestro, vicina alla Camera, rivendicando la propria opposizione a un governo che già prevede lo sblocco dei licenziamenti e una politica di “selezione naturale” nell’economia nazionale, il che significa nessun intervento in tantissimi futuri casi di licenziamenti e chiusure.

Diretta di Local Team della piazza di Roma

Una reazione che ancora rimane molto limitata nei numeri e che però ha messo subito in mostra la necessità e la possibilità di costruire un’opposizione politica al governo Draghi a sinistra, centrata sulla classe lavoratrice. Un processo che ha un possibile appuntamento di lotta di massa nell’8 marzo, sciopero internazionale nella giornata della donna.

 

Giacomo Turci