La Commissione Garanzia Scioperi mette i paletti allo sciopero dell’8 marzo grazie a degli accordi firmati coi sindacati concertativi che limitano il diritto allo sciopero. NUDM e sindacati di base rigettano il provvedimento.


Le limitazioni della CGS sono un attacco politico

Lo scorso hanno la Commissione Garanzia Scioperi, ente statale avente il preciso potere di regolare e limitare gli scioperi secondo le leggi e gli accordi vigenti, aveva proibito senza incontrare resistenza o quasi lo sciopero dell’8 marzo, appoggiandosi sullo stato d’emergenza dichiarato per via della pandemia del coronavirus. È evidente oggi, qualora non fosse stato chiaro allora, che la misura era tutta politica, da inserire nella “cura Confindustria” di segregazione militarizzata della popolazione durante la quarantena di un anno fa, alternata all’apertura di quante più attività economiche possibile, con la moltiplicazione dei contagi fra i lavoratori e le loro famiglie in primis. Al di là della retorica, tanto il governo Conte quanto il nuovo governo Draghi si sono attenuti alla parola d’ordine “prima i profitti!” e l’azione del governo e della burocrazia statale si è diretta contro i lavoratori e le loro lotte, per togliere ancora diritti e agibilità politica e sindacale al movimento operaio.

E così, nonostante lo stato d’emergenza e la pandemia ci siano ancora e, anzi, le nuove varianti rischino di pregiudicare l’effetto del processo vaccinale (già in sé non organizzato al meglio), quest’anno la CGS non ha vietato lo sciopero, temendo di innescare una risposta di lotta generalizzata ancora assente, ma l’ha limitato.

Sostanzialmente, la CGS richiede che si accorpino gli scioperi di alcune categorie che prevedevano di scioperare anche in altri giorni “troppo vicini” all’8 marzo, per garantire la “rarefazione” degli scioperi, una sorta di diritto che vantano le aziende a seguito dello scandaloso “protocollo d’intesa in merito alle procedure di raffreddamento nei servizi essenziali” del 2 dicembre 2020, sottoscritto da CGIL, CISL, UIL, Snals, Gilda, Anief. A ciò si aggiunge la limitazione di orari per alcune categorie “strategiche” come ferrovieri e vigili del fuoco.

Ma il piatto forte è la proibizione dello sciopero per il comparto scuola (tranne asili nido e materne), dove l’80% del personale è donna e dove dunque lo sciopero femminista più facilmente potrebbe avere riuscita: dopo la provocazione di Draghi sull’anno da “recuperare” (come se non si fosse tenuto) in estate, sfidando apertamente le norme dei contratti di lavoro del personale del reparto scuola, ecco che la CGS lo segue ritenendo impraticabile uno sciopero di ben una intera giornata, come se le sorti della scuola pubblica italiana dipendessero da quella singola giornata didattica, e come se nel comparto scuola stessimo passando da uno sciopero all’altro tutti partecipatissimi, che di fatto avessero bloccato la didattica. La ragione formale di questa misura è che sono previsti due scioperi l’1 e il 3 marzo convocati da piccole sigle sconosciute ai più anche nel personale scolastico stesso (Sisa e Feder Ata).

Qualunque organizzazione sindacale non rispettasse queste limitazioni, rischia una multa da 5.000 a 25.000 euro.

Al netto delle considerazioni specifiche che si possono fare, tutto ciò si scontra con quanto scritto nella Costituzione – che dovrebbe avere un valore molto superiore in termini di legge a ciò che dispone una commissione burocratica -, che sancisce lo sciopero come un diritto di tutti i lavoratori e le lavoratrici: ma è un “diritto” che, specie in questi tempi di crisi economica, lede un po’ troppo il diritto dei capitalisti al profitto, e quindi lo Stato lo limita il più possibile, e lo farà sempre di più se manca una risposta di lotta della classe lavoratrice stessa, che non può rimanere rannicchiata nelle trincee pericolanti delle leggi e dei diritti costantemente sotto attacco da parte dei padroni e dei loro partiti al governo.

Le reazioni: no a questo attacco all’8 marzo!

Non Una Di Meno, denunciando la restrizione specie nel settore scuola, invita a partecipare comunque alla giornata di mobilitazione:

Nonostante il divieto di sciopero del comparto scuola, invitiamo insegnati, personale, ata e studenti a partecipare alle mobilitazioni organizzate nell’ambito dello sciopero femminista e transfemminista nelle piazze di decine di città italiane. Invitiamo le/gli studenti a fare propria questa giornata di sciopero e di lotta.

Comunicati di rigetto della misura della CGS sono arrivate anche da varie sigle del sindacalismo di base che avevano convocato lo sciopero, come CUB, USB, SGB, Slai Cobas, SI Cobas.

Il SI Cobas, in particolare, ha giustamente rilevato come la CGS abbia portato a casa un allineamento totale senza risposte conflittuali quando, in assenza di meglio, erano possibile e doverosa la lotta unitaria contro questa ingiusta imposizione. L’eventuale pagamento di una singola multa – rispetto al quale si sarebbe potuta lanciare una sottoscrizione tra lavoratori e lavoratrici come momento di solidarietà attiva dal basso, aggiungiamo – tramite una sola convocazione formale dello sciopero era appunto un ostacolo veramente modesto rispetto alle forze pure modeste del sindacalismo “di base”:

Anche in questa occasione abbiamo dovuto prendere atto della condotta rinunciataria di gran parte del sindacalismo di base, a partire da quelle sigle che pur avendo (a differenza nostra) un relativo peso e radicamento nel settore dell’istruzione, hanno accettato pedissequamente e passivamente le imposizioni della Commissione di garanzia, revocando lo sciopero nelle scuola già da diversi giorni senza neanche provare a contrastare queste misure e senza prendere minimamente in considerazione l’ipotesi di una risposta comune e coordinata.

Invece che evocare l’ “unità” del sindacalismo di base solo nei giorni di festa, sarebbe stato opportuno e ragionevole tentare una risposta coordinata sia sul piano sindacale che su quello legale, valutando anche l’ipotesi di farsi carico equamente dei costi economici di un’eventuale sanzione amministrativa pur di garantire l’esercizio del diritto di sciopero al personale docente e non docente.

Invece che marciare separati per colpire uniti, si è scelto invece, ancora una volta, di marciare separati e soccombere tutti, ciascuno per conto suo, alle imposizioni della commissione di garanzia.

E la grande burocrazia sindacale? Mentre sul versante CISL e UIL ci si attiene coerentemente all’appoggio al governo e dunque al rigetto di qualsiasi partecipazione reale allo sciopero, la CGIL tramite l’ex-segretaria Susanna Camusso ha fatto sapere che, come già in passato, i burocrati e i fedeli delegati locali hanno concessa una minima agibilità per convocare al massimo qualche ora di sciopero per fare assemblee e/o partecipare alle iniziative del tardo pomeriggio organizzate nei vari territori – senza far nulla laddove non ci siano pressioni dal basso e rischi di emorragie di tessere. Ancora una volta, il sindacato che si era fatto forte delle tante donne che ne ricoprono ruoli di direzione, fa della lotta contro l’oppressione patriarcale e contro la disparità di trattamento un esercizio retorico, anche a costo di stracciare i rapporti col movimento femminista militante. Un’altra conferma che la conquista di migliori condizioni di vita, verso l’emancipazione della donna, passa per la lotta delle donne stesse e della classe lavoratrice, non per l’”empowerment” di singole donne negli organi burocratici o istituzionali, volti a conservare il sistema capitalista di sfruttamento e oppressione.

Giacomo Turci