L’Istat ha pubblicato recentemente i dati preliminari sulla povertà assoluta in Italia: oltre un milione di poveri in più nel 2020. I salari bloccati e la cassa integrazione di massa portano il reddito delle famiglie operaie a soglie ai margini della sopravvivenza.


Giovedì 4 marzo l’Istituto Nazionale di Statistica ha pubblicato i dati preliminari (nel senso che le cifre uscite potrebbero essere lievemente corrette fino a giugno) sulla Povertà Assoluta. I numeri sono impressionanti: oltre un milione di persone in più in povertà assoluta, per un totale di 5,6 milioni di persone.

Prima di commentare criticamente questi numeri capiamo che cosa vuol dire la definizione di povero. La povertà, viene calcolata a partire dai consumi e povero è chi sta al di sotto di una certa soglia. Questa soglia viene stabilita a partire dal valore monetario di un insieme di beni, senza i quali non è possibile avere una vita degna. L’insieme dei beni di consumo previsti è veramente quello essenziale, ed è suddiviso in tre comparti: l’alimentazione, l’abitazione ed il “residuale”. Le spese alimentari sono stabilite a partire da un minimo fabbisogno calorico, la casa viene intesa come dotata di acqua corrente ed energia elettrica. Poi c’è il residuale che prevede lo sporadico rinnovo del guardaroba ed eventuali occasioni di svago. Questo comparto è schiacciato anche dal fatto che vi rientrano quei costi sanitari che una persona è costretta a pagare anche affidandosi al solo SSN (i ticket). Insomma la vita di chi suda e non arriva alla quarta settimana, e non si permette mai una cosa in più. Questo insieme di beni viene tradotto in un prezzo che viene poi aggiornato di anno in anno a seconda dell’andamento dei prezzi. Qual è questo valore, per dare un’idea concreta? Per una coppia di giovani adulti intorno a 30 anni che vivono in un comune della provincia al Nord, e che devono crescere un figlio in età da scuola elementare, questa soglia è di poco più di 1.300 €. Per gli stessi giovani, senza il figlio a carico, che vivono a Roma, questa soglia è di 1.100 €. Le spese includono l’abitazione.

Dato un senso reale a questi numeri, proviamo a capire cosa ci dicono su cosa sia veramente successo in Italia durante l’anno della pandemia. Oltre 300 mila famiglie in più e oltre un milione di individui finiti sotto questa soglia di spesa. Mai un aumento così alto. Chi volesse sminuire l’entità di questo dramma potrebbe argomentare, che si tratta di una contrazione di spesa dovuta all’impossibilità di consumare servizi dovuta all’emergenza pandemica nel 2020. Abbiamo però già spiegato che il “superfluo” pesa pochissimo nell’insieme di spese dei poveri, che è fatto di servizi necessari rimasti costantemente disponibili anche durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria.

Per capire meglio ciò che è successo basta invece guardare questi dati in una prospettiva storica. Se si guarda la figura preparata dagli statistici dell’Istat, ci si accorge che fino al 2011 il peso relativo della povertà fra le famiglie e fra gli individui era identico. Poi gli individui poveri iniziano inesorabilmente ad essere relativamente di più delle famiglie povere. Perché? Forse che non tutti gli individui stanno in una famiglia? Certo, ma fino al 2011 le famiglie povere erano costituite prevalentemente da un solo individuo, che era il più delle volte un anziano povero che, non potendo lavorare e non avendo nessun altro reddito oltre la pensione minima, non poteva tirare a campare. Dopo il 2011 le famiglie povere sono le famiglie di molti individui con due o più figli, i cui genitori hanno un lavoro che però non è sufficientemente retribuito da poter sostenere la propria famiglia in maniera accettabile, motivo per cui gli individui poveri sono molti di più delle famiglie povere. Questo ci parla di una questione salariale enorme che ha radici storiche nella ritirata sindacale, che si può variamente far partire dalla fine degli anni settanta o dall’inizio degli anni novanta con l’epoca della concertazione. Una stagione dove sono diventati sempre più inutili i numeri enormi e la capacità – sempre più virtuale – di mobilitazione dei grandi sindacati tradizionali, che hanno firmato contratti sempre più di rado e di volta in volta peggiori. Questo per stessa ammissione dei loro leader, che confessano candidamente che non basta più avere un’occupazione per non essere poveri, come se fosse colpa di una qualche entità metafisica e non delle basse rivendicazioni salariali. A testimonianza di quanto stiamo dicendo, la tipologia familiare con il maggiore aumento della povertà è quella che ha come capofamiglia una persona occupata che vive nel Nord Ovest del nostro paese. Questo perché, al di fuori della usuale precarietà e del lavoro sommerso del Mezzogiorno, il livello salariale medio per molte famiglie era sufficiente a galleggiare sopra la soglia di spesa descritta sopra ed è “bastato” togliergli quel 20% della CIG per farli sprofondare nell’abisso – altro che immaginare i recettori degli ammortizzatori sociali come segmento garantito del Mercato del Lavoro.

La questione salariale grida di fronte a noi, i numeri parlano di questo, i sindacati e la politica istituzionale no.

Red Stats