Lo sciopero generale convocato per la giornata di ieri in Palestina ha scosso il paese, paralizzando l’economia e portando nelle piazze vaste masse popolari, in un grande movimento di lotta all’aggressione israeliana.


Ieri in Palestina sembrava fosse stata imposta una nuova, stretta quarantena pandemica: negozi e aziende chiuse ovunque. È stato invece “solo” il più grande sciopero generale dal 1939.

Sia nei Territori Occupati che nel resto della Palestina storica (oggi l’entità sionista di Israele) la popolazione palestinese è scesa in strada in uno straordinario sciopero.

Nelle città israeliane del lungomare, bar e ristoranti serrati: non si muoveva foglia. È venuta a mancare la grande massa della “bassa manodopera” dei lavoratori palestinesi che, nella retorica sionista, sarebbero cittadini ben integrati nella società israeliana, quando vivono in un regime di apartheid quotidiano.

Le proteste si sono riversate in tutte le aree della Palestina, ‘dal mare al fiume’ da Gaza alla Cisgiordania.

I comitati popolari hanno organizzato capillarmente lo sciopero al quale hanno aderito centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, giovani, studenti e studentesse, anziani, donne uomini e bambini.

È uno sciopero che colpisce al cuore lo Stato sionista e che mette in serio pericolo la pace sociale che Israele, con la complicità dell’Autorità Palestinese, aveva cercato di mantenere negli ultimi tre decenni, dopo gli accordi di Oslo.

Se i palestinesi della Striscia di Gaza hanno dovuto subire l’offensiva israeliana a colpi di missili, il resto dei territori, così come i palestinesi in Libano, Siria e Giordania hanno partecipato con manifestazioni e proteste al grande sciopero, tentando anche di attraversare i confini per unirsi alla resistenza.

Nei Territori della West Bank, Israele ha risposto alle proteste sparando proiettili ad altezza d’uomo ai quali alcuni gruppi della resistenza armata, legati soprattutto a quelle che furono le Brigate dei Martiri di Gerusalemme (dissolte nel 2008, ma di fatto ancora in parte attive) hanno risposto a colpi di arma da fuoco.

A Gerusalemme, dove tutti i negozi e le attività commerciali erano chiusi, i palestinesi hanno affrontato a viso aperto le forze di sicurezza israeliane.

Non sono mancate atti di violenza da parte della polizia israeliana che ha picchiato, arrestato e ferito indiscriminatamente uomini e donne, tra essi molti giornalisti che stavano cercando di narrare gli eventi in corso.

Anche la città di Ramallah è stata paralizzata dallo sciopero e ha visto scendere per le strade molte migliaia di persone, nella manifestazione più grande da molti anni a questa parte.

È ‘l’Intifada dell’Unità’: così l’hanno chiamata i palestinesi del 1948. Già, il 1948, una data che da troppo tempo era finita quasi nel dimenticatoio della storia, quasi cancellata dalla narrazione che faceva iniziare la cosiddetta Questione Palestinese nel 1967, stralciando i soprusi che quasi 700.000 palestinesi hanno dovuto subire durante la Nakba (creazione dello Stato di Israele).

Lo sciopero ha rimesso al centro questa data e i palestinesi interni, mai come in questi ultimi giorni, ci stanno raccontando la Storia dall’inizio, rivendicando la propria lotta contro la segregazione neocoloniale, come hanno rivendicato in questo volantino, che ha avuto una diffusione di massa.