Oggi chiude i battenti la Iron and Steel Company di Helwan, in Egitto: l’ennesima fabbrica statale egiziana dismessa. Proponiamo una ricostruzione della lotta dei lavoratori contro questo processo, apparsa su Mena Solidarity Network nella versione originale inglese, e la cui traduzione (da noi leggermente rivista) è già stata pubblicata su Il pungolo rosso.


I lavoratori della Iron and Steel Company di Helwan, ai margini meridionali del Grande Cairo, hanno trascorso il decimo anniversario della rivoluzione egiziana del 25 gennaio mettendo in scena una manifestazione di massa nella loro fabbrica. Tuttavia, la marcia di migliaia di persone non è stata né una celebrazione della rivolta popolare che spodestò il presidente Hosni Mubarak nel 2011 né una riaffermazione del ruolo della classe operaia nel processo rivoluzionario. In realtà, i lavoratori della Siderurgia stavano difendendo la fonte di sostentamento per loro e le loro famiglie, protestando contro la liquidazione dell’intera fabbrica decretata da un’assemblea generale straordinaria l’11 gennaio. Temendo la chiusura definitiva della storica fabbrica (costituita 67 anni fa) i circa 7.300 lavoratori hanno iniziato ad mobilitarsi e alla fine hanno proclamato un sit-permanente il 17 gennaio.

La decisione di liquidare l’impianto siderurgico più importante del paese è arrivata dopo almeno un decennio di perdite e debiti. La produzione è scesa al 10% della precedente capacità annuale della fabbrica. I lavoratori, però, si rifiutano di pagare il prezzo di anni di cattiva gestione e mancanza di investimenti, che hanno portato al decadimento e all’obsolescenza dei macchinari dello stabilimento. “L’hanno distrutto, ora lo vendono”, è stato uno dei canti diffusi nei cortei quotidiani da quando hanno indetto la protesta.

“Noi non ce ne andremo, Hisham se ne andrà” è stato un altro slogan del sit-in, riferendosi al tanto odiato ministro del settore delle imprese pubbliche, Hisham Tawfiq, colui che ha preso la decisione di liquidare il polo siderurgico di Helwan e altre industrie pubbliche chiave, sostenendo che le loro perdite hanno gravato sul bilancio nazionale per troppo tempo. “Non la lasceremo ai ladri”, cantavano i lavoratori nelle loro manifestazioni, puntando il dito contro coloro che, secondo loro, hanno deliberatamente causato il crollo dell’industria. La linea ufficiale del governo è che la saturazione del mercato ha costretto la chiusura della Iron and Steel Company. Eppure, a contribuire alla saturazione del mercato è anche la fabbrica Suez Steel, che è controllata dall’esercito dal 2016. Gli impianti di proprietà dell’esercito spesso beneficiano di energia e costi di trasporto sovvenzionati, il che significa che possono tagliare i loro concorrenti, secondo gli esperti del portale indipendente egiziano, Mada Masr.

La protesta è rimasta totalmente pacifica, anche se un numero massiccio di forze di sicurezza è stato schierato subito dopo l’inizio del sit-in, per evitare che la gente del quartiere locale si unisse ai manifestanti. Un giornalista del canale privato Cairo 24 è stato arrestato mentre cercava di raggiungere il luogo della manifestazione per coprire gli eventi. La copertura mediatica delle proteste dall’interno è stata molto difficile, e la diffusione delle informazioni è stata fatta principalmente dai lavoratori stessi e dagli attivisti della solidarietà sulle piattaforme social.

I circa 7300 lavoratori hanno anche deciso di non interrompere la produzione, come un modo per mostrare la loro responsabilità verso la fabbrica ed evitare la procedura estremamente difficile e costosa di riavviare i forni. Tuttavia, hanno anche voluto affermare che l’impianto sta continuando a lavorare, contro le affermazioni dello stesso ministero secondo cui l’impianto era effettivamente già inattivo prima della decisione di liquidarlo. I lavoratori hanno anche lanciato un appello al presidente Abdel Fattah al-Sisi affinché visiti la fabbrica per dimostrare che le affermazioni secondo cui la fabbrica ha fermato la produzione sono errate.

L’annuncio della liquidazione e l’avvio del sit-in dei lavoratori hanno suscitato un ampio dibattito, sia a livello sociale che in parlamento, dove il ministro Hisham Tawfiq è stato bersaglio di accesi interventi e critiche da parte di alcuni deputati che si sono opposti alla chiusura della Siderurgia e più in generale alla graduale liquidazione di alcune importanti industrie pubbliche. Una coalizione ampia ed eterogenea, che comprende diversi sindacati indipendenti, personalità pubbliche e partiti politici, i quali hanno lanciato una campagna popolare in difesa della Siderurgia e in solidarietà con i lavoratori. Il Center for Trade Unions and Workers Services, insieme ad alcuni lavoratori della fabbrica, ha anche presentato un ricorso a un tribunale amministrativo per contestare la decisione su basi legali.

Il 21 gennaio, il presidente della Holding delle industrie metallurgiche del settore pubblico ha visitato lo stabilimento – accompagnato dal segretario generale della Federazione sindacale egiziana legata il regime, ETUF – e ha proposto ai lavoratori ingenti pagamenti e compensazioni, sperando di convincerli ad accettare la liquidazione e a sciogliere il sit-in. I manifestanti hanno respinto all’unanimità l’offerta e hanno ribadito con fermezza le loro richieste fondamentali: annullare la decisione di liquidare la fabbrica e attuare un piano di sviluppo. Secondo una recente dichiarazione del Ministero del Settore delle Imprese Pubbliche, ogni lavoratore della fabbrica riceverebbe una liquidazione di almeno 220.000 EGP (circa 7.000 euro), ma i lavoratori hanno sottolineato che almeno tre quarti della forza lavoro non avrà diritto ai benefici pensionistici, e rischierà quindi la disoccupazione immediata.

La liquidazione della fabbrica avrà ripercussioni non solo a livello economico, ma anche per una comunità che ha plasmato la sua identità intorno alla fabbrica, fornendole una forza lavoro generazione dopo generazione: “L’Egitto è il nostro paese. L’acciaio è la nostra vita” sarebbe stato anche uno dei canti sentiti nelle prime manifestazioni.

Al momento di scrivere, le proteste sembrano essersi placate. Le denunce legali faranno il loro corso. Il governo agirà rapidamente per porre fine alla questione o tenterà di logorare i lavoratori con un’estenuante battaglia giudiziaria?

Un simbolo più che una fabbrica

L’industria del ferro e dell’acciaio è molto più di un sito di produzione. Rappresenta uno dei simboli del tentativo dell’Egitto di costruire una solida base industriale che potesse garantire al paese un’indipendenza effettiva, e non solo formale, dalle potenze occidentali. Per molti egiziani, la fabbrica è quindi arrivata a incarnare ideali come la modernizzazione e lo sviluppo, emergendo come uno dei simboli dell’intervento statale nell’economia. Le parole del presidente Gamal Abdel Nasser nel suo discorso di inaugurazione della fabbrica riassumevano bene tutti questi aspetti. Secondo l’ex raìs, la fabbrica del ferro e dell’acciaio non era altro che “il sogno dell’Egitto che diventa realtà”.

Il progetto di costruzione iniziò ufficialmente nel 1954 e fu completato circa 4 anni dopo. Alcune cifre chiariscono il carattere gigantesco della fabbrica. È stata costruita su circa 4.000 acri di terreno e al suo picco, nel 1982, impiegava 25.527 lavoratori, che sono stati gradualmente ridotti alla cifra ancora impressionante di circa 13.000 alla vigilia della rivoluzione del 2011. Accanto alla fabbrica, c’è una città aziendale, composta da circa 3.000 famiglie dei lavoratori, ospedali, scuole, club sportivi e un istituto tecnico industriale. Così come la fabbrica comprendeva tutte le fasi della lavorazione dell’acciaio, i lavoratori vivevano tutta la loro vita nella città-fabbrica.

In netto contrasto con il settore tessile, dove la militanza operaia era già emersa nella prima metà del secolo, i rami siderurgici dell’industria non potevano contare su alcun tipo di tradizione di attivismo operaio. In molti casi, inoltre, gli operai erano ex contadini che venivano direttamente dalle campagne, non avevano alcuna esperienza di mobilitazioni operaie e godevano di una relativa, ma pur sempre reale, mobilità sociale. Questi fattori potrebbero aiutare a spiegare perché non ci furono significative vertenze sindacali nella fabbrica per tutti gli anni ’60. Le cose cominciarono a cambiare, tuttavia, alla fine del decennio. Due elementi principali sembrano rilevanti a questo proposito. Da un lato, la forza lavoro aumentò ad un ritmo impressionante, saltando da circa 4.500 lavoratori nel 1958 a più di 21.000 nel 1971. Dall’altro, l’Istituto Socialista, che operava a Helwan, organizzò diversi incontri politici con i lavoratori, alcuni dei quali attirarono fino a 4.000 persone. In tale contesto, l’adozione di misure di austerità sulla scia del fallimento del progetto economico di Nasser e la sconfitta dell’Egitto nella guerra del 1967 contro Israele infranse il mito del cosiddetto socialismo arabo, portando a una recrudescenza della militanza operaia. In reazione ai tagli ai salari e alle giornate lavorative più lunghe, gli operai di Helwan hanno organizzato, in questo ultimo periodo, sit-in di ben 10.000 persone. Mentre alcune richieste dei lavoratori sono state soddisfatte, le forze di sicurezza hanno interrotto violentemente il sit-in, arrestando centinaia di lavoratori.

Negli anni seguenti, la fabbrica del ferro e dell’acciaio rimase vitale e radicale. Gli operai parteciparono alla rivolta del pane del 1977, che scoppiò in risposta ai tagli sui generi alimentari di base e fece quasi cadere il regime di Sadat, e protestarono contro la visita del presidente israeliano Navon in Egitto nel 1980. Quest’ultima mobilitazione è degna di nota in quanto rappresentò la prima protesta a Helwan caratterizzata da rivendicazioni economiche, aprendo un decennio in cui varie organizzazioni di sinistra hanno operato semi-clandestinamente nello stabilimento. Fu in questo contesto che i lavoratori, per protestare contro un comitato di fabbrica visto come troppo vicino allo stato, occuparono la fabbrica due volte nel luglio e nell’agosto 1989. La richiesta di elezioni per un nuovo comitato di fabbrica affrontò la brutale risposta degli apparati di sicurezza, che aprirono il fuoco sugli operai, uccidendone uno, ferendone decine e arrestandone centinaia. Gli eventi del 1989 divennero un simbolo dell’attivismo operaio e della brutalità della polizia per la sinistra egiziana, che ottenne un numero record di seggi nelle successive elezioni del comitato di fabbrica. In modo graduale, tuttavia, il carattere militante di Helwan apparentemente svanì e la fabbrica rimase in silenzio negli anni che precedettero la rivoluzione – quando in Egitto si sviluppò la più lunga e forte ondata di sciopero dei lavoratori dall’indipendenza – così come nel corso della rivoluzione stessa. Da roccaforte delle tendenze di sinistra e dell’attivismo operaio, Helwan si è apparentemente trasformata in un bastione di moderazione e conservatorismo. La portata della mobilitazione delle ultime settimane mostra che alcune di quelle tradizioni stanno rinascendo?

La liquidazione della Iron and Steel Company non è l’unico tentativo, in questo periodo, del regime egiziano di sbarazzarsi delle industrie statali: un processo che in realtà va avanti dagli anni ’90, quando le organizzazioni finanziarie internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno insistito sull’attuazione di una vasta serie di riforme neoliberali. Nel febbraio 2020, per esempio, il governo ha ordinato la svendita della storica Navigation Company, mentre la National Cement Company ha subito lo stesso destino nel 2019. Tuttavia, i lavoratori di Helwan, così come altrove, si stanno mobilitando per evitare la liquidazione delle industrie nazionali. Secondo l’Arabic Network for Human Rights Information, nonostante un livello di repressione molto alto, i lavoratori continuano a lottare per una serie di questioni, con 173 tra manifestazioni e sit-in nel solo 2020.

Una delle proteste più importanti è stato il sit-in di due mesi che i lavoratori della Delta Company for Fertilizer and Chemical Industries di Daqhaliyya (Egitto settentrionale), di proprietà statale, hanno messo in scena per protestare contro la chiusura e il trasferimento della fabbrica a Suez – a circa 200 chilometri di distanza. La fabbrica è stata fondata nel 1965 e attualmente impiega circa 2.500 lavoratori. L’azienda, anche in questo caso, era una di quelle fabbriche che rappresentavano il tentativo di Nasser di costruire una base industriale nazionale. Essa è rimasta sotto il controllo del Ministero dell’Agricoltura, nonostante diversi precedenti tentativi di privatizzazione. La decisione di liquidare la fabbrica, secondo uno dei leader sindacali, è dovuta alla mancanza di innovazione dei mezzi di produzione e all’aumento del prezzo del gas che, dal 2014, ha causato perdite significative. Il governo ha giustificato la sua decisione prendendo come pretesto gli alti livelli di inquinamento della zona, assicurando che i lavoratori saranno trasferiti nella Compagnia El Nasr (industria di fertilizzanti) nelle industrie chimiche a Suez. La fabbrica sarà demolita e sostituita da complessi abitativi per far fronte all’emergenza abitativa che, tra l’altro, ha scatenato le proteste di settembre. Mentre le proteste dei lavoratori andavano avanti, le forze di sicurezza hanno arrestato 9 lavoratori, tra cui 4 membri del comitato di fabbrica, nel gennaio 2021.

Un’altra importante vertenza ha avuto luogo in una delle roccaforti storiche del movimento operaio egiziano: Misr Spinning and Weaving a Kafr el-Dawwar (industria tessile). Il 27 dicembre, secondo il Center of Trade Union and Workers’ Services (CTUWS), i lavoratori hanno scioperato dopo la decisione del governo di demolire la fabbrica e sostituirla con case popolari, come a Daqhaliyya. Altre importanti fabbriche tessili, inoltre, stanno subendo la stessa sorte. Nel febbraio 2021, la filiale della Alexandria Spinning Company (Spinalex) a Nozha, ha annunciato la chiusura della fabbrica e il suo trasferimento a Sadat City. Molti lavoratori sono stati spinti a dimettersi e molti altri sono stati trasferiti con la promessa di ricevere un alloggio nella nuova città.

Lo sviluppo di questa nuova ondata di proteste sindacali in Egitto è particolarmente significativo. Dimostra che i lavoratori sono ancora capaci di agire collettivamente per difendere il loro lavoro, i loro salari e la loro dignità sociale, nonostante le difficoltà e le battute d’arresto degli ultimi anni.

Francesco De Lellis, Gianni Del Panta, Mattia Giampaolo