Da Tunisi a Santiago, da Atene al Cairo: il decennio appena trascorso è stato certamente segnato da una grande propensione delle masse all’azione. Nonostante questo, si ha la fondata sensazione che niente o quasi sia cambiato a livello sociale e politico. Il principale limite delle recenti mobilitazioni, anche di quelle che hanno espresso chiaramente un carattere rivoluzionario come, ad esempio, quella egiziana, è stato certamente la loro incapacità di creare le forme politiche della propria emancipazione sociale. Interrogarsi sulle ragioni che concorrono a spiegare l’assenza di consigli operai e di momenti di potere duale sui luoghi di lavoro è quindi cruciale per la teoria rivoluzionaria, anche e soprattutto di fronte a quelle “utopie letali” che vorrebbero relegare la centralità della classe lavoratrice per la trasformazione dell’esistente a uno sbiadito ricordo novecentesco.  


L’ultimo decennio si è certamente caratterizzato per fenomeni politici di natura opposta. Da un lato, abbiamo assistito ad una crescita rilevante delle forze reazionarie. In quasi tutti i paesi economicamente avanzati, partiti della destra radicale hanno fatto il loro ingresso in parlamento, spesso conquistando anche svariati seggi. In un numero più limitato di casi, questi sono persino giunti al potere, indebolendo la cornice della democrazia borghese, come mostrato dal caso ungherese e polacco in Europa e dalla presidenza Trump negli Stati Uniti. Con alcune eccezioni, ad esempio Alba Dorata in Grecia, si tratta di forze che non hanno creato milizie paramilitari, come invece classico per i partiti fascisti emersi tra le due guerre mondiali. Questo non le connatura, tuttavia, come soggetti meno pericolosi. Avvelenando il clima con posizioni xenofobiche e nazionaliste contribuiscono infatti a creare divisioni nella classe lavoratrice, mentre l’ospitalità e la copertura che offrono a gruppi apertamente neofascisti rende possibile la crescita di quest’ultimi e ne legittima comportamenti eversivi, come mostrato dall’assalto a Capitol Hill del gennaio scorso (Callinicos 2021). L’ondata reazionaria, per di più, non ha solamente riguardato i paesi del centro capitalista. In America Latina, la svolta a sinistra che aveva caratterizzato la seconda metà degli anni novanta e i primi anni duemila ha lasciato spazio alla controffensiva della destra, anche in termini golpistici. Fenomeni di natura bonapartista, come la Tunisia ha recentemente mostrato, si sono invece sviluppati in numerosi paesi della periferia, all’interno di una più generalizzata torsione autoritaria che i vari centri di ricerca liberali non perdono occasione per segnalare.

Dall’altro lato, però, quello appena trascorso è stato il decennio con il più alto numero di mobilitazioni di massa da quando queste vengono rilevate, cioè dal 1900 (Chenoweth 2020). All’interno di quest’ondata, possono essere individuati due grandi cicli di lotta di classe a livello internazionale. Il primo si è sviluppato in risposta alla crisi economica del 2008 e ha avuto il suo epicentro in Medio Oriente e Nord Africa con le sollevazioni del 2010–11, raggiungendo poi anche l’altra sponda del Mediterraneo – in Grecia e, in forme meno radicali, in Spagna con il movimento 15M – ed anche negli Stati Uniti con il movimento Occupy. Il secondo ciclo di lotta ha invece preso avvio dall’irruzione dei Gilet Gialli in Francia verso la fine del 2018, investendo nuovamente la regione mediorientale – ed in particolar modo, Sudan, Algeria, Iraq e Libano – ed estendendosi all’America Latina – in Cile certamente, ma anche in Ecuador e, per quanto in funzione prevalentemente anti-golpista, in Bolivia (Maiello 2019). Inoltre, movimenti radicali di protesta hanno anche raggiunto Haiti, Hong Kong e Porto Rico. Lo scoppio della pandemia globale legata al diffondersi del virus COVID-19 ha costretto quasi tutti questi movimenti, con l’importante eccezione di Black Lives Matter negli Stati Uniti, ad abbandonare strade e piazze, facilitando quindi il compito ai vari regimi sotto pressione. A partire dall’estate 2020, tuttavia, il COVID-19 si è rapidamente trasformato da freno in incubatore delle proteste. Come effetto delle sofferenze economiche, sociali e psicologiche che questo ha accentuato e in parte causato ex novo, soprattutto tra la classe lavoratrice e i subalterni, nuove mobilitazioni di massa hanno colpito un variegato insieme di paesi: Bielorussia, Colombia, Libano, Myanmar, Nigeria, Senegal, Thailandia e Tunisia.

La ricezione di queste opposte tendenze è stata fortemente sbilanciata in Italia. Come probabile effetto della situazione del paese, dove domina un consenso nazionalista-conservatore, e di un certo provincialismo, la stragrande maggioranza dei gruppi della sinistra (sia socialdemocratica che marxista) ha posto una forte enfasi sull’avanzata delle forze reazionarie, mancando di cogliere però come la fase attuale si caratterizzi anche e soprattutto per una decisa propensione delle masse all’azione, special modo, ma non solamente, nei paesi della periferia capitalista. Questo atteggiamento delle direzioni dei vari partiti e gruppi di sinistra è particolarmente grave, perché finisce per avvalorare la martellante narrativa proposta dalle classi dominanti rispetto all’ineluttabilità del sistema vigente e la sostanziale assenza di una reale opposizione a questo. Inoltre, un’eccessiva attenzione rispetto alla crescita della destra radicale finisce anche per alimentare, piuttosto che combattere, il pessimismo che attraversa larghi strati della militanza politica e la diffusa apatia della maggioranza della classe lavoratrice, soprattutto nei suoi settori meno avanzati. Non meno scorretto sarebbe, tuttavia, sbandierare queste molteplici sollevazioni di massa come un mosaico di rivoluzioni nel senso pieno del termine. Contare il numero delle proteste di massa, come fatto dal gruppo di ricerca guidato da Erica Chenoweth (2020), è certamente importante. Eppure, anche nella notte più nera non tutte le vacche sono nere uguali. All’interno del concetto molto ampio di mobilitazioni di massa rientrano infatti fenomeni alquanto diversi e qualitativamente incomparabili come, ad esempio, la rivoluzione russa del 1917 e le recenti proteste radicali di Hong Kong. Questo ci conduce al dato di fondo che l’ultimo decennio ci lascia: per quanto vi siano stati momenti di conflitto radicale, in nessun caso abbiamo assistito ad un cambio della forma di governo e ad una radicale trasformazione del modo di produzione con il passaggio del potere nelle mani di un’altra classe – in altri termini, una rivoluzione sociale. Capire come mai questo non sia successo non è meno importante che combattere quelle tendenze che vorrebbero liquidare gli ultimi dieci anni come semplicemente reazionari.

Il principale limite delle recenti mobilitazioni di massa è stato certamente la loro incapacità di creare le forme politiche della propria emancipazione sociale. A differenza di molti processi rivoluzionari del secolo passato, gli esperimenti di democrazia radicale dal basso sui luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle campagne sono stati alquanto limitati, quando presenti. In alcuni degli episodi menzionati nel paragrafo di apertura, questo non suona certamente come sorprendente. Si è trattato, dopo tutto, di mobilitazioni di massa con carattere non consuetudinario, ma che non avevano quella spinta e radicalità necessaria per creare forme, anche solo embrionali, di potere duale. In altri contesti invece, per quanto il confronto tra il regime e l’opposizione abbia raggiunto gradi di violenza politica eccezionali, il movimento dei lavoratori ha giocato un ruolo estremamente marginale, fiaccato da una ferocia repressione e da una perdurante debolezza. Il caso siriano rappresenta probabilmente il più nitido esempio al riguardo. Vi sono stati però anche processi, come in Egitto, dove l’irrompere delle masse sulla scena politica ha determinato un rapido disarticolarsi dei meccanismi formali e informali attraverso i quali il potere è gestito. In questi contesti, il movimento dei lavoratori è stato centrale nel creare le condizioni per lo scoppio rivoluzionario e per alimentare il processo stesso. Anche qui, tuttavia, non abbiamo assistito all’emergere di forme di potere duale sui luoghi di lavoro. Nonostante la radicalità del movimento dal basso in Egitto fosse del tutto paragonabile, secondo quanto correttamente riportato dal sociologo ed esperto mediorientale Asef Bayat (2017), alla virulenza della rivoluzione del 1979 in Iran, solamente 12 industrie in Egitto, a fronte di oltre 500 episodi di questo tipo in Iran, sono passate sotto la gestione operaia nei due anni e mezzo circa intercorsi tra la caduta di Mubarak e il colpo di stato di al-Sisi. Per di più, con una sola ed unica eccezione, i lavoratori egiziani hanno prontamente riconsegnato il comando della fabbrica ai vecchi proprietari quando questi hanno fatto ritorno nel paese, dopo averlo abbandonato per il presunto pericolo rivoluzionario. Proprio l’incapacità del movimento dei lavoratori di giocare un ruolo egemonico ha stretto la dinamica rivoluzionaria egiziana, ma non solamente quella, entro una cornice al massimo riformista, frustrando le aspirazioni emancipatrici delle masse. Per alcuni studiosi, la scomparsa di queste esperienze radicali dal basso sui luoghi di lavoro non dipenderebbe da fattori di natura contingente, come questo articolo proverà ad argomentare, ma avrebbe carattere strutturale e sarebbe un effetto delle trasformazioni intervenute nel modo di produzione negli ultimi decenni. A detta loro quindi, i consigli di fabbrica apparterrebbero alla storia operaia del secolo passato. Se così fosse, la prospettiva di una rivoluzione socialista, intesa come processo di superamento del capitalismo che si fonda sul ruolo centrale ed egemonico del movimento dei lavoratori, scomparirebbe, o quasi, dalle carte politiche. Sembra quindi importante vedere più da vicino cosa ci dicono queste “utopie letali”, anche perché godono di un seguito decisamente largo all’interno di alcuni di quei movimenti di protesta non immediatamente classisti che hanno conquistato recentemente un vasto seguito tra le giovani generazioni.

In un articolo tradotto in inglese nel 2015, il filosofo sud-coreano, ma tedesco d’adozione, Byung-Chul Han riprende ed espande un dibattito avuto con Antonio Negri in un teatro di Berlino due anni prima. Di fronte alla nota tesi di Negri secondo la quale la moltitudine rappresenterebbe il nuovo soggetto rivoluzionario, Han (2015) risponde in maniera netta: come recita il titolo del suo pezzo, nessuna rivoluzione è più possibile oggi. La frase contiene certamente un elemento di aperta provocazione, ma rappresenta anche un concentrato di impareggiabile chiarezza di come l’egemonia liberista possa essere assorbita e riprodotta anche da pensatori considerati radicali. Ciò detto, Han parte da alcuni elementi importanti, per quanto dispersi in un linguaggio che strizza l’occhio alle classi medie urbane e punta all’iperbole narrativa piuttosto che alla precisione analitica. Ne richiamiamo due.

In primo luogo, il capitalismo mostrerebbe una crescente capacità di invadere e plasmare ogni aspetto della vita, riuscendo a limitare al massimo quelle esperienze che non sono guidate dai suoi dettami. La cosiddetta economia della condivisione è un fulgido esempio al riguardo: questa non crea una società basata sulla comunità, come qualcuno sostiene in maniera alquanto naif, ma conduce ad una più intesa mercificazione della nostra esistenza, imponendo a chi ne fa parte di mettere a profitto anche le sue attitudini relazionali. Questo avverrebbe in un contesto che, in un suo successivo pamphlet, Han (2016) definisce del panottico digitale, segnando così il passaggio da una società della repressione ad una società della seduzione, dove il capitale sarebbe capace di creare anche i desideri e i bisogni più intimi dei subalterni. Secondariamente, alimentando la spinta all’autorealizzazione professionale come il fine ultimo dell’esistenza, il capitalismo inviterebbe il soggetto ad imporsi una serie di obblighi interni e costrizioni, creando le condizioni per spingere il lavoratore ad auto-flagellarsi di fronte ai suoi fallimenti professionali e minando perciò alla base la possibilità che si sviluppi una diffusa solidarietà tra le vittime del sistema. Inoltre, nonostante sia numericamente cresciuta a livelli mai raggiunti prima, la classe lavoratrice è anche diventata, parzialmente come effetto delle trasformazioni imposte dal capitale (vedi la crescita delle cosiddette finte partite iva), molto più eterogenea e frammentata: riconoscersi per i subordinati sarebbe quindi più difficile.

In questi due punti, Han coglie alcune tendenze reali del capitale – ad esempio, la sua espansione in ogni interstizio della vita e il tentativo di frammentare e dividere la classe operaia – ma sbaglia completamente il senso e la portata di queste tendenze. Non è vero ad esempio che il capitalismo è semplicemente passato dalla sorveglianza alla sublimazione. Gli apparati repressivi rimangono centrali anche oggi – per conferma al riguardo chiedere ai militanti egiziani, cileni, colombiani, oppure agli attivisti di Black Lives Matter – e la sublimazione appare come un tentativo del capitale di rispondere alla crisi di alcune istituzioni che ne avevano garantito la riproduzione ed egemonia nel recente passato (tanto per citarne alcune, scuola, famiglia, partiti, sindacati e intellettuali). Detto altrimenti, il concetto di Stato integrale come momento di compenetrazione tra repressione ed egemonia proposto da Gramsci rimane di gran lunga analiticamente più preciso di quanto possa fare il concetto di panottico digitale di Han (Dal Maso 2020). Capire come le nuove tecnologie, tanto per citare qualcosa di caro ad Han, abbiano espanso e modificato lo stato integrale rimane una frontiera importante per comprendere il funzionamento del sistema oggi. In maniera ancora più sostanziale, il dominio e la presa del capitale rimane profondamente diseguale tra le varie classi. Una narrativa che si fonda sull’autorealizzazione professionale può far breccia tra settori, anche vasti, di classe media intellettuale, ma dice francamente poco a tutti coloro che sono rilegati ad una funzione ripetitiva, sia questa eseguita di fronte ad un macchinario, un computer, oppure a bordo di una bicicletta con la quale si effettuano le consegne. Soprattutto però, come effetto della somma di tutti questi errori, il radicale Byung-Chul Han giunge alla stessa conclusione della paladina del libero mercato Margaret Thatcher: non ci sono alternative, ha vinto il capitale. Da un rifiuto di questa prospettiva parte la filosofa italiana di ispirazione anarchica Donatella Di Cesare.

Un indiscutibile merito della Di Cesare (2020) è quello di cogliere come vi sia attualmente un gran fermento in paesi che hanno molto poco in comune. Viviamo, per dirla con le sue parole, “nel tempo della rivolta”. Questa si caratterizzerebbe per tre aspetti principali: estensione, intensità e frammentarietà. A differenza delle rivoluzioni novecentesche che miravano ad istituzionalizzarsi, le rivolte attuali puntano esclusivamente a destituire il potere, rifiutando la presa del ‘palazzo’ come fine ultimo e mostrando un carattere pre-figurativo. In tal senso, ogni movimento deve agire e comportarsi come vorrebbe che l’intero mondo agisse e si comportasse. Soprattutto però, le rivolte attuali si distinguono per l’occupazione delle piazze e non più, come avveniva fino a poco tempo fa, delle fabbriche o delle università. Per quale ragione sarebbe avvenuto questo slittamento dalla fabbrica alla piazza che Di Cesare immagina permanente? Secondo la filosofa italiana, questo non è altro che “il riconoscimento che nell’età del capitalismo avanzato, quello del debito planetario, delle industrie delocalizzate, del precariato esteso, il lavoro non fa più comunità. Non è, anzi, che il modo in cui ciascuno, in un’incessante competizione, gestisce il proprio capitale umano” (Ibid.: 25). Ritornano qui alcuni elementi già introdotti da Han: come effetto delle trasformazioni capitaliste non è più possibile che forme di riconoscimento politico si diano a partire dai luoghi di lavoro e in base alla propria posizione di classe nella società. Le ragioni addotte sono però decisamente vaghe e generiche – in che senso, ad esempio, il debito planetario bloccherebbe questo processo? – oppure di dubbia logicità – ad ogni delocalizzazione segue una rilocalizzazione e dato che la maggior parte dei movimenti di protesta hanno avuto luogo nei paesi della periferia capitalista (dove le fabbriche sarebbero state spostate, secondo una generica e non esatta narrazione che Di Cesare fa propria) questo avrebbe dovuto in realtà favorire una certa centralità dei luoghi di lavoro nelle proteste. Da un certo punto di vista, si ha quasi l’impressione che la filosofa italiana trasli alcune manifestazioni di un fattore che ha probabilmente un carattere contingente – la centralità della piazza a discapito della fabbrica – in un elemento strutturale per avvalorare l’ipotesi che l’unico spettro in grado di combattere il capitale oggi sia la rivolta anarchica e non più la rivoluzione socialista.

Dal punto di vista di chi scrive, l’assenza di consigli operai, comuni contadine e comitati di gestione della vita nei quartieri nel corso delle mobilitazioni di massa dell’ultimo decennio non dipende da una serie di trasformazioni strutturali che renderebbero improbabili esperimenti di democrazia radicale dal basso oggi. Al contrario, la soluzione all’enigma si trova probabilmente altrove e rimane, almeno in parte, sommersa da una ricezione scorretta da parte di importanti settori della tradizione marxista (per non dire poi di tutte le altre correnti) delle esperienze novecentesche di potere duale sui luoghi di lavoro. Queste sono certamente emerse per l’iniziativa autonoma da parte di alcuni settori del movimento dei lavoratori.1 Nessun sindacato di classe o partito rivoluzionario le ha imposte per la semplice ragione che queste esperienze non possono essere imposte da nessuno. In tal senso, lo sviluppo dei consigli operai segue una dinamica del tutto simile allo scoppio di quello che Rosa Luxemburg (1906) identifica come lo sciopero di massa: momento di fusione delle battaglie economiche e politiche che non può essere “chiamato”, ma che “emerge” autonomamente. Il corretto rifiuto dell’idea che il partito possa sostituirsi all’azione del movimento operaio ha però finito, in molti casi, per piegare il “bastone” verso posizioni che non colgono come l’azione del movimento operaio sia (anche) il prodotto di un determinato livello di avanzamento della coscienza dei lavoratori stessi e del più generale contesto ideologico all’interno del quale i movimenti di massa emergono. La lotta di classe, in altri termini, non è solamente uno scontro tra forze brute, ma anche una feroce battaglia di idee. Ed è proprio la capacità delle forze rivoluzionarie di vincere a sé la parte più avanzata del movimento dei lavoratori, di permearlo con le proprie posizioni e convinzioni che rende capace questo di agire in una direzione che crea, a sua volta, le premesse per il superamento del sistema vigente. Di fronte all’enigma di chi abbia condotto la rivoluzione “senza volto” del febbraio 1917, Trotsky (1932) fornisce una risposta perentoria: sono stati gli operai cresciuti nel partito di Lenin. Proprio questi lavoratori, nelle settimane seguenti, daranno vita ad una straordinaria ondata di democrazia operaia sui luoghi di lavoro, diventando il vapore incandescente che porterà al primo successo di una rivoluzione socialista. Eppure, senza l’involucro del partito non solamente quel vapore si sarebbe disperso, ma anche la sua spinta sarebbe stata minore. Al tempo stesso, questa prospettiva non deve appiattirsi su una logica meramente “tappista”, secondo la quale i lavoratori dovrebbero prima acquisire un determinato livello di coscienza di classe e solamente in seguito un processo rivoluzionario può mettersi in moto realmente. È nel corso del processo stesso che la coscienza di classe si forma, avanzando a balzi piuttosto che a piccoli passi (Vygotsky 1932). In tal senso, la palestra della lotta di classe può insegnare alle masse lavoratrici più di quanto possa fare un qualsiasi testo sul socialismo. Ma se (quantomeno) la parte più avanzata del movimento dei lavoratori non ha digerito ed assimilato una reale prospettiva socialista prima dell’azione delle masse, non solamente gli insegnamenti di un processo rivoluzionario possono essere fraintesi, ma rischiano anche di giungere troppo tardi.

Questa discussione potrà suonare vecchia e con un certo sapore rétro a qualcuno. Dopo tutto, Luxemburg e Trotsky erano dirigenti della Terza Internazionale e le due rivoluzioni che analizzano – quella del 1905 e del 1917, rispettivamente – sono ormai ultracentenarie e riguardano un paese, la Russia, che rimaneva prevalentemente contadino, per quanto mostrasse anche una concentrazione senza precedenti di manodopera industriale in alcune fabbriche dei principali centri urbani (Smith 1983). Una simile idea è peraltro così radicata nella sinistra italiana che la scuola estiva di Jacobin Italia ha pensato bene di relegare la rivoluzione russa del 1917 sotto l’etichetta “memorie” – così come si fa con le cose distanti e che può essere “simpatico” richiamare ogni tanto. Qui non si tratta, ovviamente, di traslare meccanicisticamente, ma di comprendere se e come alcune delle lezioni che emergono da questi episodi mantengono una propria validità oggi.

La risposta a noi sembra affermativa ed il caso dell’occupazione della fabbrica GKN a Campi Bisenzio, in provincia di Firenze, fornisce un buon esempio al riguardo. Come effetto dello sblocco dei licenziamenti che il governo confindustriale di Mario Draghi ha decretato con il pieno sostegno dei sindacati confederali, il mese di luglio è stato segnato da una lunga scia di vertenze industriali e numerose chiusure di impianti. In molti casi abbiamo assistito alla creazione di un presidio permanente dei lavoratori fuori dalla fabbrica. Solamente alla GKN, tuttavia, i lavoratori hanno prontamente occupato la fabbrica e dato vita ad un’assemblea permanente. Perché questo è successo lì e non altrove? Perché questi sono i lavoratori che il collettivo di fabbrica ha pazientemente conquistato. Perché questi sono i lavoratori coinvolti nel tentativo decennale di alcuni piccoli gruppi marxisti di penetrare la fabbrica. Di fronte all’arroganza padronale, la risposta dei lavoratori è stata autonoma. Eppure, quella determinazione che è sgorgata dal basso affondava le radici in un paziente e silenzioso lavoro di sindacalizzazione e politicizzazione dei lavoratori.

Per ovvie ragioni un collettivo può agire a livello della singola fabbrica, ma non su scala più ampia. Ed anche una somma di collettivi non sarebbe sufficiente a livello regionale o addirittura nazionale. Serve invece una forza organizzata che faccia questo. Proprio la presenza di un forte partito rivoluzionario, radicato tra le avanguardie del movimento dei lavoratori, è l’elemento che è mancato in tutte le mobilitazioni di massa del decennio appena trascorso, perfino in quelle dove un processo rivoluzionario si sia sviluppato. Senza una forte organizzazione rivoluzionaria, la classe lavoratrice è infatti destinata a rimanere sotto il dominio ideologico della classe capitalista, giungendo magari a condizionare la traiettoria del processo rivoluzionario, ma senza poterlo dirigere e risolverlo a proprio favore. Per quali ragioni però questo tipo di partito era assente oppure troppo debole nei vari contesti dove era così tremendamente necessario?

In un passaggio del suo ultimo libro, Bayat (2017) definisce le sollevazioni arabe del 2010–11 come “rivoluzioni del tempo sbagliato” – ovvero, come rivoluzioni che in assenza di una cornice ideologica adeguata non potevano portare ad un cambiamento sistemico. Per quanto in maniera generica, visto che Bayat scrive da una prospettiva accademica e non prettamente socialista, il punto è corretto. Questo però finisce più per spostare il problema che risolverlo: da dove viene questa cornice ideologica sfavorevole? Un importante elemento da cogliere qui è il successo dello stalinismo nel secolo passato e le conseguenze che questo ha provocato sul movimento rivoluzionario internazionale. Come effetto di un sistema che appariva molto “reale”, ma anche tanto lontano dal “socialismo”, una crescente parte delle giovani generazioni con prospettive radicali hanno cominciato a collegare la degenerazione dello stato operaio in Unione Sovietica e l’emersione di un gigantesco apparato repressivo e burocratico alle modalità con le quali la rivoluzione era stata vinta: centralità del partito e presa del potere sono così finiti sul banco degli imputati. L’anno della contestazione studentesca per eccellenza, il 1968, ha rappresentato il primo punto di rottura al riguardo, quando l’idea di una politica prefigurativa – essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo – o di una rivoluzione per osmosi – un graduale allargarsi e collegarsi delle isole rivoluzionarie – ha raggiunto una massa critica di dimensioni notevoli. In un processo non lineare e con andamenti alquanto diversi nei vari paesi, vi è stata una generale torsione della “galassia” rivoluzionaria dall’idea di partito leninista verso forme debolmente strutturate di collettivi e micro gruppi con caratteristiche più anarchiche che marxiste (Hobsbawm 2007).

Un secondo importante passaggio in questa direzione è stato il 1989 e l’implosione del blocco sovietico. Per diversi anni quanto successo, e soprattutto le sue conseguenze, sono stati mal interpretati dai partiti marxisti. E qui possiamo delineare una regola generale: quanto più un gruppo si era distinto nella critica all’Unione Sovietica tanto più gli effetti di quel processo sono stati mal calibrati, immaginando con fare alquanto semplicistico che l’inevitabile crisi dei partiti stalinisti avrebbe aperto una prateria alla loro sinistra. Di sicuro, la tenuta interna dei gruppi troskisti non era in discussione, anzi. Tuttavia, l’ambiente circostante è diventato in maniera crescente inospitale per la loro azione. Visto che per il movimento operaio e per le classi subordinate in genere, l’idea che quello dell’Unione Sovietica non fosse socialismo non aveva mai raggiunto alcun seguito significativo, la conclusione che ne hanno tratto è che a scomparire non fosse la caricatura del socialismo, ma l’idea stessa di socialismo. Da allora, la situazione non è cambiata molto: la centralità della presa del potere come fine dell’azione rivoluzionaria e l’importanza di un partito forte e radicato nel movimento dei lavoratori rimangono elementi criticati da una larga fetta dei soggetti di quel movimentismo che costituisce di gran lunga il settore maggioritario dell’estrema sinistra. Questo tende però non solamente a creare una cornice ideologica avversa all’emersione di forme di potere duale sui luoghi di lavoro, ma anche a determinare una costante riemersione del riformismo come reazione all’incapacità del movimentismo di cambiare lo stato di cose presenti. Ribellismo e riformismo tendono così ad essere due facce della stessa medaglia. Quanto più il primo fallisce, tanto più il secondo si ripresenta sia nella variante socialdemocratica (per quanto con forme a volte diverse dal passato) sia nel persistente ed endemico burocratismo sindacale. Al tempo stesso, quanto più nuove forme di riformismo prendono campo e non vengono screditate da una seria critica da parte delle forze rivoluzionarie, tanto più si alimenta il mito dell’azione diretta come elemento risolutivo e di rottura rispetto all’approccio moderato e inconcludente del riformismo. Sono quindi ribellismo e riformismo i peggiori nemici di ogni processo rivoluzionario. E contro questi deve essere condotta una forte e ferma azione di discredito politico. Per di più, questo deve essere fatto “per tempo”. Perché aspettare dopo che movimenti di massa radicali siano già emersi sulla scena politica è semplicemente troppo tardi. Dopo tutto, i processi rivoluzionari non sono come i treni. Perderne uno non significa semplicemente e placidamente aspettare il prossimo. Come molte delle esperienze richiamate in questo articolo ci insegnano, mancare il treno rivoluzionario si traduce in anni di feroce repressione e controrivoluzione.

Gianni Del Panta

Questo articolo fa parte del numero 1, autunno 2021, della rivista Egemonia.

 

Note

1 Esiste una diffusa tendenza a definire quelle mobilitazioni nelle quali nessun soggetto organizzato emerge in maniera chiara come meramente spontanee. Niente è però spontaneo nelle scienze sociali: “se nessun noto dirigente rivoluzionario ha messo la propria etichetta al movimento, il movimento sarà semplicemente anonimo, senza per questo diventare impersonale” (Trotsky 1932: 172).

Riferimenti bibliografici

Bayat A (2017) Revolution without Revolutionaries: Making Sense of the Arab Spring. Stanford: Stanford University Press.

Callinicos A (2021) Neoliberal Capitalism Implodes. International Socialism 171(spring): 35–70.

Chenoweth E (2020) The Future of Nonviolent Resistance. Journal of Democracy 31(3): 69–84.

Dal Maso J (2020) Il marxismo di Antonio Gramsci. Note sui “quaderni dal carcere”. Roma: Red Star Press.

Di Cesare D (2020) Il Tempo della rivolta. Torino: Bollati Boringhieri.

Han B-J (2015) Why Revolution is No Longer Possible. Open Democracy. Disponibile a: https://www.opendemocracy.net/en/transformation/why-revolution-is-no-longer-possible/

Han B-J (2016) Psicopolitica: Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere. Roma: Nottetempo.

Hobsbawm E (2007) Revolutionaries. Revised and Updated Version, 5th edn. London: Abacus.

Luxemburg R (1906) [2006] The Mass Strike. London: Bookmarks.

Maiello M (2019) Revuelta y revolución en el siglo XXI. Izquierda Diario. Disponibile a: https://www.izquierdadiario.es/Revuelta-y-revolución-en-el-siglo-XXI

Smith S A (1983) [2017] Red Petrograd: Revolution in the Factories, 1917–1918. Cambridge: Cambridge University Press.

Trotsky L (1932) [1978] Storia della rivoluzione russa. Torino: Oscar Mondadori.

Vygotsky L S (1932) [2012] Thought and Language: Revised and Expanded Edition. Cambridge: Cambridge University Press.