Negli ultimi anni, il leninismo è tornato ad essere un punto di riferimento per alcuni pensatori della sinistra radicale. Questo fatto dovrebbe essere causa di entusiasmo, specialmente dopo decenni di immeritata associazione del nome di Lenin agli esperimenti del “socialismo reale” e all’aberrazione stalinista. A non figurare in questo (relativo) ritorno a Lenin, tuttavia, è stata la questione del partito.
Nell’opera di Lenin, tale argomento non è solo decisivo, ma è anche uno dei più difficili nodi da sciogliere, in quanto ha dato luogo nel tempo ad un proliferare di miti ed invenzioni fantasiose. Questo articolo vuole contribuire a riaprire questi dibattiti.
Riprendere in mano la questione del partito nel lavoro di Lenin richiede un confronto con almeno due tipi di schema interpretativo; il primo, che purtroppo ha perdurato per fin troppo tempo, tende ad associare il leninismo all’autoritarismo, e il “partito leninista” alla dittatura di una “élite (o avanguardia) autoproclamata”, che porta in sé il germe di un’ossessione totalitaria, e dello stalinismo menzionato in precedenza. La persistenza di questa lettura, in un contesto di reazione internazionale, ha contribuito a screditare la concezione leninista del partito all’interno dell’estrema sinistra, anche tra i settori storicamente legati a questo riferimento politico – come nel caso della storica corrente ex-LCR del NPA.
La persistenza di questa lettura, in un contesto di reazione internazionale, ha contribuito a squalificare il riferimento al leninismo di partito all’interno dell’estrema sinistra, anche tra i settori storicamente legati a questo riferimento politico – come nel caso della corrente storica del NPA-exLCR e della sua corrente internazionale – per i quali questo riferimento sarebbe stato d’ora in poi nel migliore dei casi un folklore impotente, nel peggiore una concezione essenzialmente settaria da superare in ogni caso. Più recentemente, il dibattito sul partito di Lenin è stato in parte riconfigurato dalle ricerche del mondo accademico anglosassone, in particolare dal lavoro di Lars Lih.
Questo sarebbe, ad esempio, il caso della corrente interna al Nuovo Partito Anticapitalista (Francia) che proviene dall’ex-LCR (Ligue Communiste Révolutionnaire), ossia la sezione francese del Segretariato Unificato della Quarta Internazionale. Di una simile opinione sono i pensatori affini a questo raggruppamento a livello internazionale, per i quali e per le quali Lenin, come punto di riferimento, sarebbe, nella migliore delle ipotesi, un personaggio estratto da un folklore ormai impotente, e nella peggiore, un groviglio di concetti essenzialmente settari, da soverchiare ad ogni costo.
Più di recente, il dibattito che si è sviluppato attorno al partito leninista è stato plasmato in forme nuove anche grazie alla ricerca compiuta nel mondo anglofono, ed in maniera più notabile da Lars Lih. Il suo meticoloso studio del Che Fare? ha prodotto il notevole tomo “Lenin Rediscovered: What is to be done? In Context”, il quale sfida con decisione la mitologia che si è venuta ad instaurare attorno all’opera leniniana – a lungo riletta e straletta in quanto affidabile nel delineare un nuovo concetto di organizzazione. Lo studio di Lih ha provocato un’ampia varietà di stimolanti conversazioni, mal la sua tesi è anche stata aspramente criticata per l’asserzione stante la quale Lenin sarebbe rimasto un “Social Democratico Russo” fino alla fin, anche dopo la rottura con la Seconda Internazionale. A conti fatti, la lettura di Lih tende a cancellare alcune delle più originali e politicamente decisive caratteristiche del contributo leniniano, addirittura finendo per affermare che non sia nemmeno possibile parlare di una concezione leninista del partito.
Lenin ed il “leninismo” dopo il XX Secolo
Una discussione sul leninismo nel ventunesimo secolo dovrebbe cominciare dall’inquadrare cosa il leninismo non sia. Nel 2017, al sopraggiungere del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, Stéphane Courtois pubblicava un libro che, già dal titolo, rivela alcune delle scorciatoie intraprese dagli ideologi del pensiero liberale: “Lenin: Inventore del Totalitarismo”. Nel campo politico di Courtois e soci, la demonizzazione di Lenin non è niente di nuovo. Paul Le Blanc, storico statunitense e militante trotskista, asseriva, nel suo libro “Lenin ed il Partito Rivoluzionario”, “[…] dal trionfo della rivoluzione bolscevica fino ad oggi, gli ideologi liberali e conservatori dello status quo capitalista hanno utilizzato immense risorse per diffondere la nozione che Lenin e la sua opera – e in particolar modo la sua concezione del partito rivoluzionario – costituiscano una minaccia orripilante alla legge, all’ordine, alla basilare decenza umana e alla civiltà occidentale.” L’importanza di questo odio e di questo terrore che Lenin ispira nella borghesia internazionale non può essere sottovalutata. Essenzialmente, tutto si può ridurre al fatto che ha aiutato nel condurre alla vittoria la Rivoluzione, rinvigorendo così le speranze delle generazioni future.
Un ritorno a Lenin è oltre modo difficile anche grazie a distorsioni generate all’interno del movimento comunista stesso. Non possiamo ignorare che Stalin, da agente della controrivoluzione burocratica, nello stato operaio sovietico, dopo la morte di Lenin, cercò di legittimarsi attraverso un costante e sistematico riferimento alle idee di Lenin. Mediante l’uso (e l’abuso) di citazioni troncate e rimosse dal loro contesto, e infine trasformate a loro volta in verità sempiterne, lo stalinismo ha sviluppato una prospettiva dogmatica e ossificata mascherata da “leninismo”, il quale venne trasformato in un’argomentazione fondata sulla propria autorità. Questa vasta operazione di revisione politica ha lasciato il movimento comunista internazionale profondamente segnato, tanto che, come la mette Daniel Bensaïd, “siamo arrivati a confondere il contributo specifico di Lenin alla formazione del concetto di partito alla versione codificata nel tempo di “leninismo” che si assimila alla “bolscevizzazione”, al monolitismo.” Le descrizioni staliniste e liberali del partito leninista si incontrano in un punto, dove si arriva a descrivere un Lenin estremamente autoritario, architetto di un partito costruito sulla “disciplina di ferro imposta dall’alto”, che non permette alcuna critica, e via dicendo. In tal contesto, e se ci accontentassimo di questa lettura superficiale, allora avrebbe ragione Le Blanc quando scrive “non sorprende che molti soggetti con propensione rivoluzionaria siano arrivati alla conclusione che, se questo sarebbe il leninismo, allora il leninismo non farebbe per loro!”
Eppure, nonostante i cliché in cui molti e molte hanno provato a confinarlo, Lenin resta una figura indispensabile per coloro che oggi provano a capire come costruire un’organizzazione rivoluzionaria. Tale è la realtà per una ragione semplice ma profonda, come ha formulato correttamente Pierre Broué nella sua storia del partito bolscevico:
“Il partito, nelle mani di Lenin, era uno strumento storico senza eguali. Circa 10.000 militanti clandestini sono riusciti a rientrare in contatto dopo le giornate rivoluzionarie del Febbraio 1917, e in meno di otto mesi sono riusciti a costituire un’organizzazione che le ampie masse di lavoratori e contadini (in misura effettivamente minore) hanno riconosciuto come loro. Un’organizzazione che le avrebbe guidate in una lotta contro il governo provvisorio, alla conquista e al mantenimento del potere. Lenin e i suoi compagni, sgomitando tra lotte di fazione e repressione statale, sono stati in grado di riuscire laddove altri socialisti, in condizioni inizialmente più favorevoli, hanno miseramente fallito; per la prima volta dalla nascita dei partiti socialisti, uno di loro avrebbe avuto successo.”
Tornare a Lenin è un’urgenza impellente, data la “storicità” di questo strumento. La crisi del capitalismo si sta aggravando, e stiamo assistendo ad un risollevarsi della lotta di classe internazionale, in primo piano rispetto a uno sfondo di radicalizzazione della sinistra quanto della destra, e alla crescita dei dispositivi securitari governativi. Le “nuove” sinistre radicali non sono state in grado di presentare prospettiva alcuna su come dirigere questa ondata verso un confronto politico con lo stato borghese e verso un superamento dei limiti del capitalismo. In maniera più grave, alcuni di questi “nuovi” progetti, come Syriza e Podemos, sono stati rapidamente trasformati in agenti delle agende politiche del neoliberismo. In questo contesto, tornare a Lenin potrebbe essere stimolante, non per trovare soluzioni preconfezionate o elisir a tutti i mali della situazione attuale, quanto come modo per pensare a metodi orientati alla ricostruzione di organizzazioni combattive, che sappiano prendere il massimo dalle opportunità che la situazione presenta, e che le sappiano sfruttare in modo tale da spianare la strada per una rivoluzione socialista nel ventunesimo secolo – e così facendo trovarsi a prevenire il rischio che queste opportunità rinforzino il conservatorismo ed il fascismo. Questo articolo ritorna a Lenin andando ad esplorare una serie di eventi e dibattiti della storia del bolscevismo, avvenuti nel periodo nel quale egli visse, dalla fondazione del Partito Operaio Social Democratico Russo, nel 1895, fino alla Rivoluzione d’Ottobre del ‘17. Attraverso queste righe, l’articolo si pone una domanda in particolare: qual è il significato del contributo di Lenin alla questione del partito, che Bensaïd caratterizza come “una rivoluzione nella rivoluzione”?
Mentre non possiamo dire che ci sia alcuna teoria sistematica del partito in Lenin, siamo in grado di vedere una coerenza tra le concezioni teoretiche sull’organizzazione e la sua pratica di bolscevismo. Questa coerenza prefigura una tradizione differente, che supera quella della socialdemocrazia, la quale era dominante al tempo. Mentre Lenin si rifà alla socialdemocrazia fino al 1914, specialmente nelle prospettive della sua sezione tedesca, le condizioni specifiche dello sviluppo della Rivoluzione russa, così come la sua personale traiettoria politica, lo portarono, di fatto, a riformulare la relazione tra classe, partito e direzione, e a dare un nuovo senso al ruolo del partito nella dinamica della rivoluzione. Di conseguenza, nella prima decade del ventesimo secolo, fece sue delle posizioni all’interno della socialdemocrazia internazionale (contrarie a quelle prevalenti dalla fine del diciannovesimo secolo) che difendevano un percorso originale che prioritizzavano l’unificazione in favore della costruzione di partiti di massa genuini, specialmente in Germania. In tale aspetto, Lenin e la corrente bolscevica (inizialmente una tendenza, poi una fazione, ed ifine, dall’inizio del 1912, un partito indipendente) continuarono a polemizzare contro i tedeschi dentro la Seconda Internazionale. Questo mise Lenin in una posizione migliore durante il 1914, nel momento in cui i leader della Seconda commisero il grande tradimento, allineandosi ai propri governi borghesi durante la Prima guerra Mondiale. Inoltre, è ciò che permise a Lenin di giocare un ruolo decisivo nel processo rivoluzionario russo del ‘17. Cominciamo delineando gli stadi principali nello sviluppo della concezione leninista dell’organizzazione e la prassi bolscevica all’interno della socialdemocrazia russa.
Lenin a vent’anni: un giornale per tutta la Russia
La lotta di Lenin per una rivoluzione socialista si è sviluppata sotto le specifiche, e difficili, condizioni dello sviluppo capitalista nella Russia zarista. La repressione intransigente del regime dello Zar è una chiave che aiuta a spiegare sia la debolezza del movimento politico liberale, che la difficoltà nel trovare un sentiero rivoluzionario da parte del movimento popolare dei lavoratori. Nel movimento rivoluzionario russo della seconda metà del diciannovesimo secolo, i Narodnik (la corrente populista) avevano cercato di costruire sul malcontento presente nella ruralità, ma si sono trovati delusi rapidamente dall’apatia delle masse contadine, optando invece per favorire percorsi di terrorismo. Questa svolta giocò un ruolo decisivo nel processo di differenziazione politico russo, ed ebbe un grande impatto su Lenin, specialmente dopo che suo fratello, Alexander Ulyanov, un attivista narodnik, venne condannato a morte dal regime dopo che aveva tentato di assassinare lo Zar Alessandro II.
Principalmente, è contro questa tendenza (e poi contro quella del cosiddetto “marxismo legale”) che il marxismo cominciò a svilupparsi nella Rusia degli anni ‘80 dell’800, soprattutto grazie al lavoro pionieristico di Georgi Plekhanov nel tradurre le opere di Marx ed Engels in russo. Nell’81, Plekhanov avrebbe fondato l’Emancipazione del Lavoro, il primo gruppo a potersi definire propriamente marxista in Russia. Lenin si sarebbe unito a questa organizzazione poco dopo, e si sarebbe impegnato per trasformarla in un vero partito. Il ruolo di Lenin si rivelò centrale fin da subito. Come ci dice Broué:
Dopo le brillanti lotte intellettuali portate avanti da Plekhanov, sorse il problema pratico per i suoi studenti ed i suoi compagni: più degli altri, per via dell’immensità degli ostacoli posti dinnanzi ad ogni organizzazione dall’autocrazia, ad ogni livello, i socialdemocratici russi si impeganrono a creare uno strumento con cui avrebbero potuto – come la mette Marx – trasformare il mondo, e non solo interpretarlo. Fu il giovane Ulyanov – Lenin – ad incarnare al meglio questa ricerca.
Un primo, importante passo venne preso nel 1898, con la fondazione del Partito Socialdemocratico Operaio Russo. In realtà, tuttavia, il partito era lontano dal potersi dire unificato. Lenin scrive: “La socialdemocrazia russa sembra aver esaurito, per il momento, ogni forza nel compiere questo importantissimo passo in avanti, ed è tornato indietro al precedente funzionamento isolato delle altre varie organizzazioni locali.” Fu la prima grande battaglia di Lenin: dal 1895 al 1903, diede battaglia contro quelli che usava definire “i metodi amatoriali” del movimento socialdemocratico, andando a mettere ogni sforzo verso un proceso di “unificazione… nell’opera di un singolo partito.” Lenin aveva due motivazioni per questo sforzo. La prima riguardava un processo di centralizzazione del partito: era convinto che fosse necessario che il partito giocasse un ruolo fondamentale contro la mostruosità centralizzata dell’autocrazia zarista. Scriveva:
Solo la fusione in un singolo partito ci permetterà di osservare i dettami rigidi della divisione del lavoro e dell’economia delle forze, che vanno raggiunti in quanto baluardo affidabile contro l’oppressione del governo autocratico, e contro le sue persecuzioni frenetiche.
La seconda motivazione era di coordinare e cristallizzare le conquiste di tutte le battaglie “individuali” portate avanti dal nascente movimento dei lavoratori, in maniera tale da estrarle dalla loro “significatività in quanto esempi” – la quale, senza un partito, sarebbe rimasta isolata. Continua:
Per via di questo carattere amatoriale, molte manifestazioni del movimento operaio in Russia restano occasioni puramente locali, e perdono gran parte della loro significatività come esempi per tutta la socialdemocrazia russa in quanto fase del più ampio movimento operaio russo. … Senza una prospettiva di unificazione attraverso un organo del partito intero, queste forme di lotta rivoluzionaria perdono nove decimi del proprio senso; non danno vita alla creazione di un’esperienza comune di partito, o alla creazione di una continuità ed una tradizione partitica.
Il partito figura dunque come il catalizzatore per la centralizzazione, e dà coerenza alla lotta degli sfruttati e degli oppressi. Questo resta vero anche per gli scioperi, considerati una “scuola di guerra” per la classe operaia e per i rivoluzionari: “… una scuola in cui i lavoratori imparano a muovere guerra contro i propri nemici.” Per misurare l’ambizione di Lenin e la difficoltà dello sforzo che si era premesso, ci basti ricordare ai lettori la cruda grandezza dello stato russo, la sua vastità (quasi trenta volte più grande della Francia), e il suo stadio estremamente arretrato di sviluppo economico e culturale in quegli anni. Per unificare le forze socialdemocratiche, il giornale divenne rapidamente lo strumento più utile tra quelli disponibili. Scrive Lenin:
Solo lo stabilimento di un comune organo di partito potrà dare al “lavoratore in un dato campo” la consapevolezza che la sua opera è direttamente essenziale al partito, che egli è uno degli anelli della catena che strangolerà il più bieco nemico del proletriato russo e del popolo russo intero.
Così, all’alba del ventesimo secolo, Lenin era giunto alla prima sagoma di quella che sarebbe stata la sua idea del partito: il compito basilare del partito era quello di dare una direzione condivisa e organizzata alle iniziative del proletariato. Questa concezione è simile in senso ampio, se non identica, a quella della socialdemocrazia internazionale del tempo, in primis dell sezione tedesca, la quale rappresentava l’esempio più avanzato in termini di organizzazione.
1902-1903: Che Fare? e le prime divisioni all’interno del Partito Socialdemocratico
Dal secondo congresso del Partito Socialdemocratico, tenutosi nel 1903, ci si aspettava che fosse il congresso di una “genuina” unificazione. Invece, si rivlò il congresso della rottura originale, tra menscevichi (la minoranza) e i bolscevichi (la maggioranza, guidata da Lenin). Fu proprio in occasione del dibattito preparatorio del congresso che Lenin firmò il suo famoso Che Fare?. In sostanza, l’opera è una polemica contro il gruppo guidato da Alexander Martynov, i cosiddetti “economicisti”, e logicamente include certi sviluppi congiunturali. Il Che Fare? è servito come un punto di svolta per letture dogmatiche e mitologizzate di Lenin, notabilmente nella tradizione della cosiddetta corrente marxista-leninista. Ciononostante, si tratta di un testo essenziale per capire la concezione leniniana dell’organizzazione. Sarebbe impossibile rendicontare ognuno della miriade di dibattiti provocati dal testo, perciò questo articolo si dedicherà solo a due idee in particolare sviluppate da Lenin: la connessione alla spontaneità di classe e l’insistenza che il proletariato e, alla sua testa, la socialdemocrazia debbano dedicarsi al terreno della lotta politica.
Durante il corso del libro, Lenin viene alle prese con l’idea che i lavoratori possano giungere alla coscienza rivoluzionaria in maniera “spontanea” (in altre parole, solo attraverso e per causa degli sviluppi del capitalismo e delle sue crisi). Caratterizza come un vicolo cieco questa credenza nell’onnipotenza della spontaneità delle masse, un atto che definisce “inchinarsi alla spontaneità” – un vicolo cieco che trattiene la socialdemocrazia russa dal rendersi conto dei propri reali compiti organizzativi. Lo spontaneismo, insiste Lenin, rende l’individuo prigioniero del vagabondare della consapevolezza di classe, la quale non segue un sentiero dritto (un lungo, progressivo e costante sviluppo). Tutt’al più, figura come il movimento di un pendolo, con momenti di flusso e reflusso: “… il sobbarcamento della coscienza politica da parte della spontaneità è avvenuto, a sua volta, spontaneamente.” Inoltre, Lenin ci ricorda che la coscienza di classe non si sviluppa su terreno neutro, ma assume le sue sembianze all’interno di un quadro storicamente determinato, nel quale l’ideologia borghese ha a sua disposizione una serie di strumenti mille volti superiori a quelli del proletariato:
… ma perché, si chiederà il lettore, il movimento spontaneo, quello che si muove lungo il percorso con minore resistenza, ha condotto alla dominazione dell’ideologia borghese? Per la semplice ragione che l’ideologia borghese è più vecchia dell’ideologia socialista, è più sviluppata di essa, e ha a sua disposizione un numero smisuratamente maggiore di mezzi di diffusione. Di più, sembrerebbe che qua possiamo trovare un’idea già formulata a suo tempo da Marx nell’Ideologia Tedesca: “le idee della classe dominante sono le idee dominanti di ogni epoca, ovvero, la classe che è la forza materiale dominante della società è al tempo stesso la forza dominante intellettuale.”
“Piegando il bastone” contro coloro che indugiano nel culto dello spontaneo, Lenin si spinge ancora oltre, scrivendo: “…di conseguenza, il nostro compito, quello della socialdemocrazia, è quello di combattere la spontaneità.”
Contrariamente ad alcune interpretazioni, come dimostra Lih, non era tanto la mancanza di fiducia di Lenin nella spontaneità delle masse a spingerlo alla conclusione per la quale ci fosse un’opportunità importante in arrivo. Invece, era il fatto che i rivoluzionari fossero impreparati ai grandi sollevamenti degli operai e del popolo all’orizzonte. Si trattava di questa mancanza di preparazione, questo rallentamento nell’organizzazione delle forze socialdemocratiche, per le quale Lenin era ossessionato, e non una mancanza di fiducia, o addirittura un odio nei confronti della spontaneità delle masse. L’ultimo capitolo del libro evidenzia alcune conclusioni pratiche: in esso, Lenin radicalizza le sue concezioni contro i metodi amatoriali, e riconosce il primato della centralizzazione e della militanza professionale. In più, comincia ad abbozzare uno schema organizzativo composto di diversi cerchi ed organizzazioni, nelle quali si dilunga nel distinguere tra i vari tipi di organizzazione, da quella dei lavoratori nei sindacati, organizzazioni professionistiche che avrebbero dovuto essere molto larghe, a quella dei rivoluzionari, ovvero il partito.
L’altra dimensione, fortemente d’impatto, della pubblicazione di Lenin, stavolta direttamente su un piano programmatico, è quella della polemica con Martynov, il quale viene accusato di restringere il campo dell’agitazione politica della classe operaia e di impoverirla, riducendola di fatto ad una “lotta collettiva dei lavoratori contro i propri datori di lavoro per ottenere termini migliori nella compravendita della propria forza lavoro, per ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro.” Certamente, le lotte economiche e quotidiane della classe operaie erano, per Lenin, una necessità assoluta, ma restavano tuttavia insufficienti per affinare la coscienza di classe da un punto di vista rivoluzionario. Al contrario, la lotta politica era assolutamente essenziale per almeno due ragioni: in primis, per educare la classe ed i rivoluzionari, i quali avrebbero dovuto imparare a comprendere la società capitalista in tutte le sue manifestazioni, così da poter visualizzare il suo carattere profondamente reazionario; secondariamente, per forgiare le alleanze necessarie affinché si concretizzasse la vittoria del proletariato. Per questi motivi, come scrive Lenin:
La coscienza politica della classe può essere apportata solo dall’esterno, nel senso di fuori dalla lotta economica, fuori dalla sfera delle relazioni tra i lavoratori ed i padroni. La singola sfera dalla quale è possibile ottenere questa conoscenza è la sfera delle relazioni tra tutte le classi e gli strati dello stato ed il governo, la sfera delle interrelazioni tra tutte le classi.
Prosegue più avanti:
L’ideale del socialdemocratico non dovrebbe essere l’aspirazione al segretariato del sindacato, ma al tribunato del popolo; in questo ruolo egli è capace di reagire ad ogni manifestazione della tirannia e dell’oppressione, a prescindere da dove essa venga in essere, a prescindere da quale strato e da quale classe viene afflitta da essa; il tribuno, colui che è in grado di generalizzare ognuna di queste manifestazioni e di produrre una figura unitaria della violenza sbirresca e dello sfruttamento capitalista; colui che è capace di approfittarsi di ogni evento, per quanto piccolo, al fine di avanzare dinnanzi a tutti le proprie convinzioni socialiste e le proprie rivendicazioni democratiche, in maniera tale da chiarire per tutti l’importanza storica di portata mondiale dell’emancipazione del proletariato.
Ciò che si sta delineando qui, fondamentalmente, è la convinzione che per abbattere il sistema capitalist, la classe operaia debba conquistare una posizione egemonica. Questa non può essere confinata alla posizione economico-corporativista, ma deve ricercare alleanze in modo tale da far sue le rivendicazioni di tutti gli sfruttati e gli oppressi.
Ribadiamo, il Che Fare? era parte dei dibattiti preparatori del secondo congresso del Partito Socialdemocratico. Il congresso costituì un passo avanti da un punto di vista programmatico (notabilmente, col naufragio degli economicisti nella minoranza), ma sorsero al contempo divergenze inaspettate sulla questione dell’organizzazione. I dibattiti si cristallizzarono attorno al primo paragrafo dello statuto di partito, il quale descriveva i criteri per il tesseramento. La mozione proposta da Lenin si trovò a cozzare con quella esposta da Martov. La versione presentata da Lenin, diversamente da quella proposta da Martov, insisteva sulla “partecipazione” dei membri alle attività del partito, e non solo sulla mera “collaborazione” (come invece esprimeva la versione del suo avversario). La mozione di Lenin non passò, ma quando arrivò il momento di eleggere la dirigenza del Partito e dell’Iskra (l’organo del partito), Lenin vinse la maggioranza dei posti disponibili. I sostenitori della mozione di Martov contestarono il voto, affermando che si trattasse di un’incongruenza, e usando questa scusa per rompere in blocco con i sostenitori di Lenin.
Nei mesi che seguirono il congresso, i menscevichi sollevarono ulteriori accuse contro Lenin, incolpando la sua “concezione burocratica, formalista, antisociale del centralismo” per la rottura. L’anno dopo, nel ripensare agli eventi del congresso, in un lungo articolo dal titolo “Un passo avanti e due indietro”, Lenin dimostrò la congruenza tra le due correnti e la rispettiva concezione dell’organizzazione. Contrariamente a quanto pensato dai Menscevichi e da Axelrod, il quale venne citato da Lenin come favorevole a permettere che si definissero membri del partito anche “coloro i quali avrebbero aiutato il partito in un modo o nell’altro”, Lenin dichiarò:
Esprimo qui il mio desiderio in maniera chiara, la mia rivendicazione, che il Partito, come avanguardia della classe, debba essere il più organizzato possibile, e che il Partito debba ammettere ai propri ranghi solo quegli elementi i quali permettano almeno un minimo di organizzazione. Il mio avversario, al contrario, mette insieme sia gli elementi organizzati che quelli disorganizzati, coloro che si prestano alla direzione e coloro che non lo fanno.
Qui si difende anche da coloro che trasformarono la sua posizione in una posizione essenzialmente cospirativa o settaria
Il partito, in quanto avanguardia della classe operaia, non deve essere frainteso, dopo tutto, come la classe intera stessa. […] Non si deve immaginare che le organizzazioni del Partito debbano essere costituite puramente da rivoluzionari di professione. Abbiamo invece bisogno delle organizzazioni più diverse, inclusive di tutti i possibili tipi, ranghi e sfumature, a partire da quelle di una natura più limitata e segreta, fino a quelle organizzazioni più ampie e libere e permissive.
In questo modo troviamo, in Lenin, uno schema organizzativo composto da una serie di diversi cerchi concentrici.
A conti fatti, non si trattava tanto di una concezione “avanguardista” del partito (o “blanquista”, per la quale gli avversari di Lenin lo hanno spesso accusato) quanto una proposta di ridefinizione della relazione tra le masse ed il partito, che si sarebbe portato dietro l’avanguardia (gli strati più consapevoli e determinati della classe). Un dato interessante da sottolineare è come Lenin, pur non rivolgendosi direttamente alla socialdemocrazia internazionale, finisca, con la sua concezione, per rompere per la prima volta con molte delle idee prevalenti del tempo. Questa concezione avrebbe dato a sua volta slancio a diverse critiche, anche a livello internazionale, a partire da quella formulata da Rosa Luxemburg.
Infine, nonostante Lenin ponesse un accento importante sullo spiegare le problematiche inerenti alla discordia sullo statuto, non la considerava una ragione sufficiente per rompere in due il partito. Contrariamente a quanto affermato dai marxisti-leninisti, furono proprio i menscevichi a dar via alla rottura. Come spiega Le Blanc, fu nell’autunno del 1904 che Lenin abbandonò l’idea di una “prospettiva unitaria reale tra bolscevichi e menscevichi.”
Questo episodio ci mostra la relazione tra i bolscevichi e Lenin e quella tra Lenin e la questione dell’unità di partito. Egli era lontano dal promuovere una rottura a tutti i costi (altrimenti, non si spiegherebbe la sua determinazione di ferro nell’unificazione della socialdemocrazia russa, o la sua posizione – discussa in seguito – all’alba del congresso di unificazione tenuto in Svezia), ma si rifitutava di permettere che l’unità di partito fosse usata dall’ala opportunista al fine di ricattare il partito stesso per ottenere concessioni politiche e programmatiche su soggetti che gli stavano a cuore. Come sintetizza Hal Draper:
L’approccio distintivo di Lenin era: unità, si, ma non al costo di impedire la vittoria della maggioranza. Unità, si, ma sulla stessa base democratica di sempre: la destra avrebbe potuto provare a vincere nel prossimo congresso, ma non avrebbe potuto chiedere concessioni politiche come premio per non avere spaccato il partito.
Marina Garrisi
Traduzione da RP Dimanche
Marina fa parte della redazione di Révolution Permanente, giornale online francese gemello della Voce delle Lotte.