Il CCNL metalmeccanico prevede per questo giugno incrementi salariali del 6.9% che non tengono il passo con l’aumento dei prezzi. Questo a causa del meccanismo di calcolo dell’inflazione, che esclude i beni energetici, e dell’ “assorbibilità dei superminimi”, per cui gli aumenti a livello aziendale tendono ad annullare quelli a livello di contratto nazionale. Nel frattempo, FIOM, FIM e UILM chiedono un rinnovo del CCNL con ulteriori aumenti e riduzione dell’orario di lavoro. La proposta è già stata respinta al mittente dalle associazioni padronali, ma le dirigenze sindacali non sembrano intenzionate a elaborare un piano di lotta.  ìÈ necessario costruire una mobilitazione dal basso che faccia male al portafoglio di Federmeccanica.


Questo mese di giugno scatta l’aumento del 6,9% sui minimi salariali lordi e le indennità di trasferta e reperibilità dei CCNL metalmeccanici firmati da Fiom, Fim e Uilm. Per la precisione si tratta del CCNL Unionmeccanica-Confapi per la piccola industria e del CCNL Federmeccanica-Assistal per la grande industria e l’installazione di impianti, contratti che coinvolgono rispettivamente 400mila e 1,5 milioni di lavoratori e lavoratrici. Questo incremento è determinato dall’attivazione della clausola di salvaguardia in caso di alta inflazione, che viene valutata con l’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato al Netto dei beni Energetici Importati (Ipca-Nei) calcolato dall’Istat. 

Già l’anno scorso la clausola era scattata con un aumento del 6,6%, determinando quindi in questi ultimi due anni un incremento complessivo del 14% per compensare l’inflazione del 2022 e del 2023.

Nonostante i contratti metalmeccanici godano di aumenti che ben poche altre categorie possono vantare nel nostro paese, il salario reale sta comunque scendendo a causa dell’inflazione dato che dal calcolo dell’Ipca vengono esclusi i beni energetici e gli aumenti arrivano con un ritardo rispetto all’azione dell’inflazione stessa. Infatti, se l’Ipca fosse calcolato integralmente quest’anno l’aumento sarebbe del 10,7% (vedasi l’aumento dei prezzi del gas importato), quindi per un livello C3 (o 5° livello) aumento di 223 euro lordi mensili (2900 in più all’anno) invece di 138 (ovvero +1800 euro annuali). Se il calcolo compensasse anche i primi 5 mesi del 2024 si otterrebbero ulteriori 1115 euro per l’anno in corso, e comunque non si terrebbe conto della perdita mese per mese nel corso del 2023 che aggiunge una ulteriore componente di erosione.

Come se non bastassero questi problemi, quando si parla di aumenti derivanti dai CCNL entra in gioco anche la questione dell’assorbilità dei superminimi. Per superminimo si intende la eventuale quota di salario lordo che si va a sommare al minimo tabellare del proprio livello di inquadramento, un aumento attribuito individualmente al livello aziendale. Fin dal 2016 esiste la possibilità di attribuire un superminimo assorbibile, il che significa che in caso di aumento dei minimi tabellari il superminimo può essere parzialmente o totalmente assorbito dall’aumento del minimo, con la conseguenza che nel primo caso non si gode di alcun aumento dello stipendio complessivo. Infatti se il superminimo assorbibile è superiore al valore dell’aumento del minimo tabellare la somma del minimo con il superminimo sarà rimasta costante a causa del parziale assorbimento e conseguente riduzione del superminimo. Se invece il superminimo assorbibile è inferiore all’aumento del minimo tabellare si otterrà un aumento pari alla differenza tra l’aumento del minimo e il superminimo, quindi il proprio stipendio sarà pari al nuovo minimo tabellare e il superminimo si sarà ridotto a zero. Chiaramente la singola azienda può decidere di non assorbire il superminimo. In generale, però, l’assorbibilità introduce una ulteriore componente di erosione salariale: serve pertanto lottare per l’abolizione dell’assorbibilità nei CCNL. 

Dal quadro fin qui delineato emerge come ci sia una perdita di salario reale nonostante il meccanismo di salvaguardia garantisca comunque un recupero superiore agli aumenti salariali di gran parte delle altre categorie in Italia. Quel che attualmente è un privilegio dei metalmeccanici dovrebbe essere un diritto esteso a ogni lavoratrice e lavoratore, pertanto il recupero dell’erosione da inflazione andrebbe migliorato ed esteso a tutte le categorie lavorative introducendo l’indicizzazione dei salari all’inflazione tramite il ritorno della scala mobile. Bisognerebbe inoltre lottare per ottenere aumenti che vadano oltre il recupero dell’inflazione affinché la quota salari cresca a spese della quota profitti, ormai in rapporto sempre più sbilanciato a favore di questi ultimi, sintomo di una lotta di classe che stiamo perdendo. Ma questa esigenza fondamentale si scontra con l’attuale inadeguatezza delle dirigenze delle grandi organizzazioni sindacali, totalmente incapaci di praticare la lotta per il recupero di più di trent’anni di erosione salariale nel nostro paese. Ciò si sta vedendo in modo esemplare proprio con la trattativa in corso per il rinnovo dei contratti metalmeccanici, partita in salita con la piccata risposta di Federmeccanica alla piattaforma rivendicativa dei sindacati confederali, che chiedono la riduzione oraria a 35 ore settimanali a parità di salario, l’incremento da 485 a 700 euro dell’elemento perequativo, 250 di euro welfare aziendale e un aumento di 280 euro nel triennio di applicazione del nuovo contratto. Del resto non ci si poteva aspettare altrimenti, visto come Fiom, Fim e Uilm si siano finora preoccupate solamente di organizzare incontri con le organizzazioni padronali senza dedicarsi minimamente alla preparazione di momenti di sciopero e mobilitazione a supporto delle rivendicazioni. Già in occasione del rinnovo del 2021 le burocrazie sindacali lasciarono morire le occasioni di lotta che si prospettavano e alla fine firmarono un contratto al ribasso nonostante le “scoppiettanti” rivendicazioni iniziali, quindi se si persevera con questo indirizzo chissà quanto rimarrà delle rivendicazioni attuali nei CCNL 2024 che firmeranno.

In generale, tutto ciò va inquadrato nell’estremo livello di burocratizzazione del sindacalismo italiano, che fa il paio con 50 anni di progressiva passivizzazione della classe lavoratrice e conseguente perdita di potere dei lavoratori e delle lavoratrici nei posti di lavoro. Per invertire il trend dei salari occorre invertire il trend della lotta, ovvero rilanciare l’attivazione conflittuale nei sindacati e nelle aziende, tornando ad essere protagonisti costruendo collettivi aziendali e coordinamenti intersindacali che riescano ad esprimere le rappresentanze dal basso invece di limitarsi a delegare a dirigenze sempre più scollate dalla base. Un livello di attivazione viva e partecipativa che sia motore di autorganizzazione sul posto di lavoro significa riuscire a costruire il potere della classe lavoratrice nelle aziende, per poter impattare direttamente sulle decisioni dei padroni e tornare a vincere la lotta di classe. Questo non vuol dire escludere un lavoro di costruzione di tendenze combattive e rivoluzionarie nei grandi sindacati, di modo da evitare che le esperienze di auto organizzazione rimangano isolate, facendone così uno strumento per contendere l’egemonia delle burocrazie sindacali e strappare milioni di lavoratori e lavoratrici dalla loro presa. Ciò assume particolare importanza strategica nel caso della FIOM e nel contesto dei contratti metalmeccanici, visto che riguardano quasi 2 milioni di lavoratori e lavoratrici, almeno l’8% del Pil nazionale e metà delle esportazioni estere, avendo conseguentemente un forte impatto sugli equilibri di potere tra le classi nel paese. 

Giuseppe Lingetti

Nato a Roma nel 1993. Dottore di Ricerca in Fisica, ha militato nel Coordinamento dei Collettivi della Sapienza fino al 2018 e in Fridays For Future Roma fino a fine 2019. Attualmente lavora come programmatore software nel settore privato.